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Vita nuova: la pubblica amministrazione verso l’e-government

di Francesco Campana

Pubblicato il

L’ ing. Vincenza Poliandri ha collaborato a numerosi progetti di reingegnerizzazione dei processi (BPR – Business Process Reengineering) nelle pubblica amministrazione, tra i quali l’informatizzazione di molte delle procedure amministrative dell’Università di Bologna. Oggi la intervistiamo per capire pro e contro dell’e-government (la gestione informatica delle procedure amministrative) in un paese come l’Italia.

Le piace la parola e-government?

È un termine inglese che va di moda e come altri non sempre è il più indicato per descrivere la realtà italiana. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a una grande rivoluzione nelle pubbliche amministrazioni (PA), che ha portato a snellire molte procedure e a eliminare l’uso di una grande quantità di carta.

Quando è partito questo processo? È stato dettato dall’alto (top down) o qualche pioniere ha aperto la via (bottom up)?

Le PA sono vincolate ad osservare quanto previsto dal legislatore e forte impulso all’informatizzazione è avvenuto  nel 1993 con l’istituzione dell’AIPA – Autorità informatica Pubblica Amministrazione. All’epoca il problema era garantire la connettività fra le PA in termini di  infrastrutture (reti, server, ecc.) e  definire l’accessibilità dei siti delle PA. L’AIPA nel 2003 è diventata CNIPA e dal 2009 è DigitPA. L’obiettivo di questo ente e di altri decreti come quelli di semplificazione Bassanini o lo stesso Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), sono di uniformare le procedure e gli strumenti digitali delle PA, molto eterogenei soprattutto a livello locale, favorendo il riutilizzo del codice.

Perché i sistemi informativi a livello locale sono così diversi gli uni dagli altri? Quali soluzioni si potrebbero adottare per integrare i sistemi informativi?

In passato c’è stato, e tuttora permane, un eccesso di individualismo negli enti locali. In periodi in cui potevano permetterselo, ogni comune aveva la sua software house che realizzava un sistema informativo ad hoc, in aperta contraddizione con il principio di riuso del codice promosso dal CAD. Questo è dato da un retaggio culturale per il quale ogni ente pensa di avere esigenze specifiche diverse dagli altri. In realtà molti processi, come anagrafica e contabilità, sono uguali per tutte le PA, perché regolate da leggi. Ad esempio nel 2011 il premio del forum PA “Meno Carta Più Valore” è stato assegnato a un progetto di fatturazione elettronica open source che prevede una nuova forma di organizzazione in rete delle PA per individuare i bisogni comuni e contenere i costi di sviluppo. L’open source ha una grande potenzialità specie in questo periodo di forte contenimento dei costi.

Quali sono i processi con più margini al miglioramento?

Sicuramente in Italia non c’è un sistema di anagrafiche centralizzato. Sono almeno dieci anni che il ministero delle Finanze e quello degli Interni si adoperano per raccogliere univocamente almeno le cinque informazioni di ciascun cittadino necessarie al calcolo del codice fiscale.

A quale stadio di sviluppo si può considerare l’e-government in Italia a livello locale, regionale e nazionale?

Uno studio dell’ISTAT riporta che le più avanzate in questo processo sono le regioni, che hanno sistemi più efficienti, ma anche le realtà più piccole si stanno adeguando.

Ci sono sufficienti figure professionali per affrontare questo cambiamento?

Dal  periodo in cui ogni ente si rivolgeva a una propria software house ad oggi le professionalità interne sono cresciute esponenzialmente. Si veda il rapporto ISTAT. La maggioranza delle PA esternalizzano servizi di rete, servizi di manutenzione ecc. I servizi  quali contabilità, gare d’appalto, capitolati, ecc. specie nelle regioni e nelle provincie sono affidati a personale competente interno.

L’Italia o l’Europa si stanno muovendo per la stesura delle best practices nelle PA? È possibile trovare un un’unica soluzione che si adatti ad ogni realtà locale?

Le best practices non riguardano i sistemi informativi ma le pratiche amministrative. Se dovessi scegliere fra un unico modello centralizzato imposto per tutte le PA e un individualismo come avveniva in passato, probabilmente sceglierei un mix fra personalizzazione e riuso del codice e integrazione dei sistemi. Ora che molti sistemi informativi sono stati già costruiti esistono nicchie di informatizzazione per le quali la crisi ha incentivato uno confronto fra PA anche a livello Europeo. Ad esempio è successo che un’università della Repubblica Ceca ha cercato di capire se il sistema di gestione  del patrimonio immobiliare dell’Università di Bologna potesse essere applicato al loro contesto.

Funzionano i forum della pubblica amministrazione?

I forum PA sono un ottimo strumento per incentivare la condivisione di soluzioni: molte volte uno non sa cosa usano gli altri e magari le soluzioni che altri hanno adottato potrebbero fare al caso suo. Oltre a forum PA esistono anche altre iniziative,  come il COM-PA a Bologna.

È auspicabile un passaggio dall’e-government all’e-governance? Come giudica i progetti di smart city e di democrazia partecipata che si stanno diffondendo in Italia?

Su questo passaggio sono ancora molto scettica. I progetti di smart city sono interessanti se vanno verso l’interesse del cittadini. Un primo livello riguarda le comunicazioni degli enti ai cittadini, ma anche qui è facile cadere nella confusione a causa delle ridondanze informative. Esistono ad esempio app che profilano l’utente e gli suggeriscono le informazioni che a lui possono interessare, come ad esempio il progetto BaazaR del Comune di Ravenna. Il secondo livello è sicuramente l’interazione cittadino-PA, ma anche qui è facile scadere in lamentele non costruttive. L’ultimo livello che sarebbe interessante introdurre è il ticketing online, come avviene ad esempio a Firenze dove si può pagare il biglietto dell’autobus da smartphone.

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