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L’Italia che vorrei

di Nadia Naldi

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Italia: Bel Paese, dittatura di toghe rosse, sultanato, repubblica delle banane. Le definizioni sono tante, la sostanza è una sola, non particolarmente piacevole. Di certo molte cose non vanno nel verso giusto, e si sente il bisogno di un cambiamento. Con un piccolo sforzo di fantasia, mentre impastiamo cornetti, caliamoci quindi nei panni di quell’affabulatore di volatili di Antonio Banderas, e immaginiamo un Paese dove i treni arrivano in orario: nell’Italia che vorrei…

La classe politica. Se c’è qualcosa da sostituire con urgenza all’inizio di novembre 2012, non è il contenuto degli armadi, ma quei gran pezzi di parlamentari che occupano Montecitorio. Li abbiamo ascoltati per ben vent’anni: non per fare il Pagnoncelli della situazione, ma si tratta di centoquaranta anni canini, quindici anni più del necessario, e solo una decina d’anni in meno della durata di un ergastolo. Inoltre, calcolata l’età media della seconda camera, le sedute del Senato somigliano a una puntata di The Walking Dead. Chiediamo solo di essere in grado di riconoscere gli onorevoli per il partito d’appartenenza, e non per i capi d’imputazione a carico. Non guasterebbe neanche qualche capello naturale.

Le fiction televisive. In Italia le fiction si possono dividere in due tipi. Primo tipo, da mercoledì sera uggioso: ci sono Gabriel Garko, una prostituta redenta, e un attore che conosce solo tua madre. Imbarazzo per la recitazione stentata a partire dal minuto otto. Sei più credibile tu quando giuri ad un venditore ambulante che non hai spicci. Capezzolo fugace al minuto ventisette. Seguono fuga a cavallo e gravidanza inaspettata. Secondo tipo, da serata domenicale al semolino: biografia di personaggio storico interpretato da Beppe Fiorello. Dopo qualche stagione televisiva, l’eroe italico prescelto è sempre più sconosciuto, e il telespettatore sempre più confuso: se non ricordo male, Papa Wojtyla correva in bicicletta con Girardengo. Se solo per una volta Garko affrontasse la tubercolosi entro la seconda puntata.

Il prezzo della benzina. Evitiamo di addentrarci troppo in ambito economico, che poi si alza a tutti lo spread. Sarebbe comunque un gradito cambiamento se una mattina ci svegliassimo per trovare il costo del carburante al ribasso, come quando ci si alza in inverno, e si scopre che durante la notte ha nevicato. Invece, discesa in campo di Berlusconi a parte, la costante nella quotidianità italiana è la continua ascesa del prezzo verso vette mai toccate prima da carbone fossile. A questo punto non ci resta che scavare in giardino con la speranza di raggiungere gli Emirati Arabi. Oppure informarci sull’andamento dell’inflazione nel mercato della carota, e investire nell’ultimo modello di mulo da soma a quattro porte. A proposito, dobbiamo ormai rassegnarci al fatto che il fantomatico mezzo di trasporto a idrogeno sia la bicicletta?

Il mercato del lavoro. Rispondere alle esigenze del mercato del lavoro italiano non è cosa semplice: se hai un elevato livello di istruzione, non hai esperienza lavorativa. Se hai esperienza, non hai istruzione. Se hai istruzione ed esperienza, sei choosy. Se non hai né istruzione, né esperienza, probabilmente sei già consigliere regionale in Lombardia. Sconsigliata la visione della newsletter dei centri per l’impiego a neolaureati: alla quinta offerta di lavoro per operaio metalmeccanico, si può essere presi dalla voglia di iscriversi ad un corso di inglese commerciale. Anche in questo ambito
non è richiesta una rivoluzione: basta che il contratto a chiamata non sia inteso solo nell’accezione del «se abbiamo bisogno, le faremo sapere». Gradito anche un minimo di senso nella presenza in azienda del tirocinante: almeno fategli provare il brivido della fotocopia fronte-retro. O leccare i francobolli.

Si avverte che spostare Garko in Senato non è una soluzione per gli attuali problemi della Penisola.

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