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Banksy: l’identità nascosta che colora l’Europa

di Chiara Tadini

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«Svelare l’opera e celare l’artista: questo è lo spirito dell’Arte». (Oscar Wilde)

In un mondo in cui la pubblicità sembra essere diventata il passepartout per la strada del successo, in cui ogni persona sogna la celebrità, in cui la popolarità di un’artista sembra essere direttamente proporzionale al numero di sponsor che egli ha, può una persona celarsi nell’ombra e ottenere comunque notorietà?

La risposta ce la dà Banksy                                  

Banksy è un’artista inglese divenuto celebre per la sua street-art, fatta soprattutto di opere politiche e a sfondo satirico. Le sue opere sono quotate centinaia di migliaia di euro, vanta fan del calibro di Brad Pitt e il suo dvd-documentario, Exit Through The Gift Shop, è rimasto in cima alle classifiche di vendita per mesi.

Ma chi è Banksy?

Banksy è lo pseudonimo di un ragazzo nato probabilmente nel 1975 a Bristol. E questo è tutto (o quasi) quello che sappiamo su di lui. Egli, infatti, ha deciso fin dagli esordi (quando le tag con cui si firmava erano Kato e Tes) di rifiutare qualsiasi tipo di notorietà, mantenendo segreta la sua identità: come egli ci sia riuscito, è inspiegabile.

Il primo contatto tra Banksy e i graffiti avviene nel 1995 quando conosce 3D, writer e musicista affermato che lo inizia al mondo della street-art. Nel 1998 organizza il Walls On Fire, raduno di graffitari a cui partecipa anche l’amico Inkie, già leggenda dei graffiti. Ed è proprio questo evento a celebrare Banksy e a renderlo popolare.

Inizialmente Banksy si dedica al graffiti writing, ma con la scoperta dello stencil ottenne la possibilità di agire con velocità ed evitare quindi l’incontro con le forze dell’ordine e le eventuali conseguenze. I suoi stencil hanno come soggetti ricorrenti soldati, scimmie e topi, soggetto scelto in quanto animale odiato e perseguitato ma al contempo capace di creare scompiglio, esattamente come il writer. Le sue opere di guerrilla art riguardano la guerra, la politica, l’etica, il consumismo, ed il suo stile è diretto a smontare qualunque forma di potere costituito: egli ama selezionare icone istituzionali, come poliziotti e soldati, e ri-contestualizzarle invertendo il possesso del potere e sovvertendone così il significato, arrivando ad ottenere un’opera dalla grande potenza semantica e iconografica.

Ma le sue opere non si estendono solo tra le mura di Bristol: Banksy infatti è riuscito a portare i suoi stencil in tutta Europa fino ad arrivare in posti impensabili, come le gabbie dello zoo di Barcellona. E non solo: l’inspiegabile caratteristica che lo ha reso davvero famoso è la capacità di intrufolarsi nei musei più grandi del mondo (come il Louvre di Parigi o il MoMA di New York) e appendere opere create da lui, simili a quadri di pittori del calibro di Monet e di Leonardo ma con l’aggiunta di particolari anacronistici, senza dare nell’occhio e spesso senza che nessuno se ne accorga per giorni.

L’impegno politico di Banksy è notevole: una delle sue opere più celebri, e più discusse, è quella realizzata nell’agosto del 2005 sulla barriera di separazione israeliana, costruita dal governo israeliano in Cisgiordania. In questi murales la tecnica scelta da Banksy è quella del trompe-l’œil , che consiste in squarci dipinti che simulano la visuale di ciò che c’è dall’altra parte, accentuando così la privazione della libertà individuale dettata dal muro.

Le opere di Banksy prendono spunto da ciò che quotidianamente i media ci fanno digerire e che, riportato alla luce sotto un’altra ottica, ci induce a riflettere sulla passività con la quale accettiamo questi temi.

Ci vuole del fegato, e anche tanto, per levarsi in piedi da perfetti sconosciuti in una democrazia occidentale e invocare cose in cui nessun altro crede – come la pace, la giustizia e la libertà. (Wall And Piece, Banksy, editore L’Ippocampo, 2011)


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