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Un Occidente senza leader

di Gabriele Catani

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 Se è vero che l’Occidente continua a guidare il mondo, nonostante la scalata dei Paesi emergenti, esso si trova di fatto senza un vero leader in grado di mettersi alla sua guida, in  quanto è  proprio il concetto di leadership all’interno dei singoli organismi statuali a vivere un periodo di profonda opacità. Soprattutto, manca un leader che faccia da collante tra gli Stati Uniti e l’Europa. Barack Obama è passato dallo stato di leader acclamato e osannato a quello di leader contestato. Lo stesso vale per Berlusconi, al momento del suo rientro in campo nel 2008, e per Sarkozy, nel 2007. Questi tre presidenti hanno in comune il fatto di avere umili origini, di provenire da famiglie modeste ed essersi quindi affermati come self-made men, e da un certo punto di vista, “scandalosi”.

Barack Obama è figlio di una donna bianca di origini anglo-tedesche e di un padre nero, di nazionalità keniota. Obama è il primo presidente nero della storia degli Stati Uniti (e di tutto l’Occidente) e fin dall’inizio, nel 2009, si impegna per ridare lustro all’immagine del suo Paese, compromessa da un’ingiustificata guerra in Iraq mietitrice di migliaia di morti tra la gioventù americana. Obama si pone quindi come un riformatore del sogno americano, un uomo in grado di avviare gli Stati Uniti e l’Europa verso un’era di collaborazione, al fine di sconfiggere la crisi e guardare al futuro, le magliette con il viso di Obama e la scritta “Hope” vanno a ruba e nell’ottobre 2009 arriva anche il premio Nobel per la pace.

Tuttavia, ad oggi, il leader americano è contestato, per vari motivi: aveva promesso il ritiro immediato dall’Iraq, ma ciò non è avvenuto, anzi sono aumentate le truppe in Afghanistan. Ha mantenuto leggi come il “Patriot Act” introdotta da George Bush, mirante a ridurre il rischio di attacchi terroristici ma di fatto problematica dal punto di vista della tutela della privacy e della libertà d’espressione. Le contestazioni aumentano con l’avvio della riforma sanitaria (finalmente legge da marzo 2010), con l’uccisione di Osama Bin Laden, con le critiche da parte dei cattolici riguardo all’aborto e ai contraccettivi (i più radicali sono ora guidati da Rick Santorum), da chi lo accusa di essere un pupazzo nelle mani di Wall Street, di favorire gli sgravi fiscali alle corporations e di non essere capace a fronteggiare la crisi economica. Insomma, per molti l’inquilino della Casa Bianca “ha trasformato il suo Paese in un disastro” e rischia di essere sconfitto alle prossime presidenziali.

 

Sarkozy è un personaggio teatrale ma ampiamente detestato da buona parte dei francesi. È il caso più simile al berlusconismo, seppur lontano dagli eccessi del premier italiano: è stato eletto grazie al suo carisma e alla sua volontà di cambiare la Francia. Le parole d’ordine del “piccolo Napoleone” (essere definiti bonapartisti in Francia pare non sia un complimento) erano maggior sviluppo delle imprese e incremento del profitto. Già da questo si può notare l’originalità del leader francese: in Francia infatti la venialità è considerata di cattivo gusto e contro l’etichetta. I francesi, secondo Eurostat, lavorano meno di 1583 ore l’anno  e ripudiano una vita tutta “lavoro e guadagno”. Sarkozy con il tempo ha subito seri danni alla sua immagine: è malvisto dall’elìte perché contro le regole dell’etichetta, è improvvisatore, sbruffone. Prima di tutto non è francese, ha origini ungheresi ed ebree, modeste, anche se suo padre era di rango aristocratico, e ha affermato di aver sofferto molto nella sua infanzia perché basso e straniero. Sarkozy o lo si ama o lo si odia: lo si ama per il suo decisionismo, perché si trovano simpatici i suoi piccoli scandali, per la vita privata della sua consorte, o perché convinti dell’operato del suo governo. Lo si odia perché non gli piacciono i formaggi pregiati, perché non è tipicamente francese nel suo modo di vivere, per la sua arroganza (se così la si vuole interpretare). La Francia di Sarkozy ha subito un’ondata di scandali l’anno scorso: nel mese di settembre del 2011 Sarkozy era a New York, per commemorare il centoventicinquesimo anniversario del dono della Statua della Libertà agli Stati Uniti e per l’assemblea generale dell’ONU. Pochi giornalisti la mattina del discorso di Sarkozy erano attenti ad ascoltarlo. Infatti c’erano delle notizie bomba fresche di giornata: alcuni stretti collaboratori di Sarkozy erano coinvolti in un’inchiesta su un caso di corruzione legato alla vendita di sottomarini al Pakistan a metà degli anni Novanta, quando Sarkozy era ministro del bilancio nel governo Balladur. La sera prima inoltre era stato arrestato il suo ex vice capo di gabinetto Gaubert, l’imprenditore Bazire, capo di gabinetto con Balladur, tra l’altro suo testimone di nozze al matrimonio con Carla Bruni e sotto interrogatorio il collaboratore Hortefeux. Accaddero tanti scandali in un solo giorno, preceduti dal caso Strauss-Kahn, la vicenda Bettencourt e lo scandalo Clearstream.

Tutto questo, compreso il ruolo attivo nella guerra in Libia terribilmente stridente con la cordiale accoglienza riservata a Gheddafi a Parigi poco tempo prima, ha fatto sì che i socialisti, alla guida di un opaco e poco carismatico Hollande, siano al momento in testa nei sondaggi.

 

David Cameron, alla guida del Regno Unito, sembra essere tutto sommato benvoluto dagli inglesi, forse proprio perché il premier si fa leader del suo Paese e non certo dell’Europa. Nel dicembre 2011 il Regno Unito sciocca tutta l’Unione Europea: Cameron decide di porre il veto alla riforma dei trattati UE, proposta da Parigi e Berlino, per una maggiore disciplina nella politica di bilancio comunitaria. Secondo molti il pericolo di un Regno Unito isolato e senza potere si è fatto più palpabile e un’oscura ombra di fallimento si è abbattuta sulla terra di Albione dopo la famosa dichiarazione di Cameron, quando disse che “il multiculturalismo è fallito”.

 

Probabilmente quello che assomiglia di più a un  leader europeo è il cancelliere Angela Merkel. La Merkel si è battuta come una leonessa per aiutare la Grecia e l’Italia, il FMI e le banche. Tuttavia la Germania ha dimostrato recentemente, nei momenti più duri della crisi e del rischio-default Grecia, di pensare prevalentemente, ma forse inevitabilmente, ai propri interessi. La Merkel inoltre, vuoi perché sia donna o per altri motivi, non riesce ad avere quel carisma necessario ad elevarla al rango di leader occidentale. E Mario Monti? Sì, probabilmente l’Europa si regge sopra le sue spalle, ma nonostante il grande lavoro compiuto in soli cento giorni, il presidente della Bocconi è subissato dalle critiche di gran parte delle classi lavoratrici e dai politici, specialmente targati PdL e Lega Nord. Inoltre la brevità del suo mandato e la sua componente “di emergenza”, il fatto cioè che si tratti di un governo tecnico straordinario, oltre anche all’età avanzata, fanno sì che Monti sia visto più come un salvatore momentaneo che come un premier, attivo, energico e carismatico, per cui i cittadini scenderebbero in piazza gridando e acclamando. I cittadini si dividono in due gruppi: gli uni vedono i più giovani maleducati dagli scandali o dalle scelte dei politici, gli altri, all’opposto, che vi confidano tremanti di paura e speranzosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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