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E se dipendesse tutto dai paradisi fiscali?

di Luca Rasponi

Pubblicato il

Paradisi fiscali: Panama papers

Panama papers: la fuga di notizie più grande di sempre sui paradisi fiscali

 

E se tutto il male del mondo dipendesse dai paradisi fiscali? Un’esagerazione, sicuramente. Ma se le inchieste degli ultimi anni – prima tra tutte Panama papers – hanno dimostrato una cosa è che non c’è grande crimine o attività illecita che non si serva dell’offshore per andare avanti.

Evasione fiscale prima di tutto, e già non sarebbe poco se si considerano le cifre in ballo e le difficoltà dei bilanci pubblici. Ma c’è dell’altro: oligarchi, dittatori, terroristi, mafiosi, tutti fanno uso dei paradisi fiscali. Proviamo a capire come, perché e con quali conseguenze.

Come funzionano i paradisi fiscali

Nel libro Panama papers. Gli affari segreti del potere, i giornalisti della Süddeutsche Zeitung Bastian Obermayer e Frederik Obermaier – i primi a mettere le mani sui dati alla base dello scandalo – spiegano chiaramente le dinamiche che regolano l’offshore.

Paradisi fiscali: Gli affari segreti del potereSe avete soldi da far sparire per qualche motivo (pagare meno tasse, nasconderne l’origine illegale, sottrarli alla giustizia o a qualche erede) gli offshore provider mettono a vostra disposizione aziende fittizie, create appositamente per occultare il patrimonio in Paesi – i paradisi fiscali, appunto – che garantiscono l’anonimato e impongono tasse infinitesimali.

Banche o uffici legali in tutto il mondo, senza dare troppo nell’occhio, si offrono per fare da tramite con queste agenzie. Che sono in grado di costruire anche strutture societarie complesse, scatole cinesi difficili da sbrogliare per la magistratura di qualsiasi Paese.

Poi ci sono gli optional: per non lasciare alcuna traccia, il titolare effettivo si può avvalere di un prestanome ricompensato con pochi spiccioli. Alle società di comodo, inoltre, si possono intestare non solo conti in banca, ma anche immobili, oggetti di lusso e via di seguito.

La lista nera dei paradisi fiscali dell’Unione Europea conta soltanto 17 Paesi: un elenco davvero riduttivo, che non include i tax haven interni all’UE o quelli in qualche modo legati agli Stati membri. «Follow the money», diceva Giovanni Falcone: che si fa quando riuscirci diventa materialmente impossibile?

Il costo del sistema offshore

Qui non si tratta solo di evasione fiscale, ma di mettere in discussione le regole stesse della convivenza civile. «Sul finire del secolo scorso si è venuto a creare una sorta di mondo parallelo, nel quale sembra perfettamente comune che i super ricchi parcheggino i loro beni in paradisi offshore» scrivono Obermayer e Obermaier.

Paradisi fiscali: Le isole del tesoro«Il mondo offshore non serve soltanto a evadere le famigerate tasse – spiega la sociologa danese Brooke Harrington – quanto più in generale a dribblare con impunità le leggi, le regole e i doveri». «Il sistema offshore è un progetto delle élite ricche e potenti – aggiunge il giornalista inglese Nicholas Shaxson – che vogliono godere dei benefici offerti dalla società senza pagarne il costo».

Senza inseguire fantomatiche élite globaliste o il gossip del vip di turno che nasconde i soldi alle Cayman, è necessario capire a fondo le conseguenze di questo sistematico occultamento di risorse a livello mondiale.

Per farlo bastano i numeri: le stime più recenti quantificano nel 10% della ricchezza globale il patrimonio nascosto nei paradisi fiscali. L’Unione Europea perde ogni anno 1.000 miliardi di euro a causa dell’evasione, l’Africa il doppio di quanto riceve in aiuti allo sviluppo.

Se a questi dati si somma la celebre statistica per cui l’1% dei più ricchi del mondo possiede l’82% delle risorse globali, si capisce come «nel momento in cui si vengono a creare classi sociali polarizzate che non hanno più nulla da dirsi tra loro, la democrazia ne soffre, e il problmea diventa ancora più grave quando la vita delle fasce più ricche sembra obbedire a regole diverse».

Conseguenze e soluzioni possibili

Le conseguenze di questa situazione sono evidenti. Radicalizzazione politica ben amministrata da leader populisti, che attaccano le élite strizzando l’occhio agli evasori. Intanto le multinazionali producono in tutto il mondo ma stabiliscono la sede legale dove si pagano meno tasse, sottraendo miliardi agli Stati e quindi ai servizi pubblici.

Paradisi fiscali: La ricchezza nascosta delle nazioniTutto legale, s’intende. Ma anche tutto giusto? Senza considerare le conseguenze più estreme – la crisi economica globale causata da una finanza senza regole e l’omicidio come ricompensa per chi osa rivelare i traffici occulti del suo Paese – è inaccettabile che fiumi di denaro spariscano per il beneficio di pochi mentre mancano i soldi per asfaltare le strade e far funzionare gli ospedali.

E dire che un rimedio ci sarebbe. Anzi due, come spiegano ancora Obermayer e Obermaier: creare una rete mondiale per lo scambio d’informazioni sui conti bancari e un registro globale delle imprese trasparente, con pene severe per le dichiarazioni false. Basterebbe volerlo perché, secondo l’economista francese Gabriel Zucman, «Nessun Paese può opporsi a un’alleanza strategica tra Stati Uniti e le grandi nazioni europee».
Paradisi fiscali (Guzio)
Ma qui arriviamo al punto dolente della volontà politica che non c’è, perché i grandi interessi economici nascono proprio nei Paesi più ricchi. Forse però è arrivato il momente di riconsiderare in tutta la sua portata, non solo economica, il costo reale di questo meccanismo perverso, generatore permanente di ingiustizia sociale. Da questo dipende la tenuta futura delle nostre democrazie.

Esagerato? Io credo di no. Il motivo ce lo spiegano ancora una volta i due reporter tedeschi: «In teoria le regole di una società vengono sottoscritte e accettate da tutti i suoi componenti. Se esiste però un ristretto gruppo che ha i mezzi economici e non solo per aggirarle, queste regole finiscono per essere svuotate di ogni significato. In effetti, perché tutti gli altri dovrebbero continuare ad accettarle?».

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