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Abitudine o Dipendenza? Una linea sottile

di Nicola Gori

Pubblicato il

Abitudine o dipendenza? (Charles Bernelas, CC by 2.0)

Abitudine o dipendenza? (Charles Bernelas, CC by 2.0)

 

Ci si sbaglierà raramente, attribuendo le azioni estreme alla vanità, quelle mediocri all’abitudine e quelle meschine alla paura. – Nietzsche, “Umano, Troppo Umano”

«Oggi mi sono alzato alle 7:45, come faccio sempre. Per me è un’abitudine. Poi ho preso un caffè. Ne prendo almeno tre al giorno, non posso farne a meno, è quasi una dipendenza!».

In questo discorso così banale si esplicita la differenza immediatamente visibile tra i due termini abitudine e dipendenza. Il primo descrive un comportamento “di routine”, divenuto ormai parte di una prassi compiuta in modo automatico.

Il secondo ha una connotazione più forte, di carattere psicologico, perché comporta la descrizione (e da parte del soggetto parlante, l’ammissione) di una componente servile nel proprio Io, la presenza di un pericolo, il rischio di scivolare in un abisso (quello che spinge verso l’oggetto della propria dipendenza) senza poterne più uscire.

La tesi che voglio qui difendere è che l’abitudine possa essere altrettanto pericolosa della dipendenza; che la prima possa scivolare nella seconda, e che i confini stabiliti dall’etimologia questa volta non bastino ad arginare il pericolo:

Abitudine: Dal latino habitudo -ĭnis, derivato di habĭtus -us cioè “contegno, aspetto”, legato al significato greco di ἕξις “attitudine” e ἔϑος “abitudine, costume”.

Dipendenza: dal latino dependēre cioè “pendere da, dipendere”

Sembrano due cose ben distinte, no?

Eppure, nel mondo del massimo apparire, che è quello odierno, dove la cosa più importante sembra essere l’esteriorità, l’adesione a una forma veicolata sottilmente dai meccanismi dell’ideologia capitalista del mercato globale, – il rischio di uno scivolone è evidente.

Se habĭtus è il mio aspetto, quello che mostro agli altri, e se al contempo non ho sviluppato un’interiorità e una mente abbastanza allenate, rischio di far coincidere l’oggetto, l’abito esteriore con la mia stessa soggettività. E questo non accade solo nel mondo della moda e degli oggetti da esibire (vedi shopping compulsivo).

Siamo circondati da cose che appaiono e scompaiono rapidamente, in un mercato che ha come obiettivo quello di farci sviluppare un desiderio (quando non una vera e propria dipendenza) per oggetti che più tardi, di fronte ai veri drammi della vita, si rivelano nella loro futilità.

AristoteleAristotele ritiene che la dipendenza da molti beni sia addirittura dannosa diceva che il possesso di molti beni può rivelarsi addirittura dannoso, perchè induce chi li possiede a ritenerli più importanti dei beni dell’anima, e tale condizione di servitù ci rende spregevoli ai nostri stessi occhi.

Di fronte allo strapotere dell’influsso mediatico al servizio del mercato servirebbe un serio addestramento, che però istituzioni come la Famiglia o la Scuola non sono più in grado di fornire. Nella prima, la figura genitoriale è destituita del suo potere: i padri e le madri sono fratelli e sorelle in combutta col figlio, non in combutta tra loro con l’obiettivo della sua crescita.

Anche la seconda non svolge più la sua funzione in maniera autorevole, con gli insegnanti realmente in difficoltà e costretti a combattere contro genitori troppo protettivi. Inoltre, essa si confronta con una penuria di mezzi (soprattutto finanziari) ma anche di iniziative adeguate. Le tre “i” della riforma Moratti (inglese, informatica e impresa) sono il simbolo di una scuola con la “s” minuscola, ormai divenuta un’ancillare dei pervasivi poteri di cui dovrebbe, almeno, mettere in guardia i suoi alunni.

Se la cultura resta una cosa noiosa, se non addestriamo i nostri figli a capire che non è così, che il pensarlo (o il non pensare affatto) è solo una cattiva abitudine coadiuvata da una serie di dipendenze (giochi, social, moda, droga, etc.) e che ancora una volta tutto dipende da noi, mai potremo dire sulle orme di Dante: «E quindi uscimmo a riveder le stelle».

E il nostro Inferno si chiuderà per sempre sulle nostre teste.

Io vi insegno l’oltreuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo? Che cos’è per l’uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l’uomo per l’oltreuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna. – Nietzsche, Così parlò Zarathustra

 

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