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Artisti maledetti tra genio e follia: il segreto è in un gene

di Lara Conte

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 egon_schieleIl 28 marzo 1941 Virginia Woolf, afflitta da tempo da depressione e allucinazioni, si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse.

Il 29 luglio 1890 Vincent van Gogh, da poco uscito dal manicomio, andò in campagna a dipingere e si sparò un colpo al petto.

L’11 febbraio 1963 la poetessa Sylvia Plath portò latte e biscotti nella camera dei figli, poi sigillò porte e finestre e infilò la testa nel forno.

Il 24 gennaio 1920 Amedeo Modigliani morì a causa dell’abuso di alcool e droghe. Aveva 35 anni. Il giorno dopo la moglie, giovane pittrice in attesa del secondo figlio, si suicidò lanciandosi dalla finestra.

A molti di noi la domanda sarà sorta spontanea più di una volta: perché molti tra gli artisti più celebri che hanno fatto la storia della musica, della scrittura, della pittura, del cinema e del teatro, lasciando un segno inconfutabile della loro grandezza nel mondo, hanno avuto di riflesso vite tra le più dissolute, vizi incontenibili che li hanno condotti alla morte o al suicidio?

Potrei fare tanti altri esempi: Kurt Cobain, Jimmy Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, Edith Piaf, Hernest Hemingway, Emily Dickinson, Cesare Pavese, Diane Arbus, Charles Baudelaire, Dino Campana e Alda Merini sono tutti personaggi che ricordiamo per l’estro creativo legato a una sensibilità fuori dal comune e a una tendenza a sviluppare depressioni e psicosi, che li hanno portati a dipendere da sesso, droghe e alcool o a finire rinchiusi in manicomio per anni.

a_11_01Lo stereotipo dell’artista maledetto, la leggendaria sregolatezza del genio sono cliché generati sulla scia dei loro vissuti. Genio e follia, dunque, facce della stessa medaglia. Ma da cosa nasce esattamente questo accostamento? Si tratta di un caso, di leggende o di genetica?

Nel 2009 la rivista Psychological Science ha pubblicato lo studio di un gruppo di ricerca ungherese della Semmelweis University guidato dalla psichiatra Szabolcks Kéri, la quale avrebbe individuato l’anello di congiunzione tra genio creativo e disturbi mentali:  si tratta di una particolare variante genetica della Neuregulina-1, la proteina cellulare responsabile del grado di connessione tra neuroni, con un ruolo importante nei processi cognitivi.

Una mutazione di questa proteina si associa sia a un’elevata incidenza di malattie mentali come la schizofrenia e il disturbo bipolare,  sia a un maggior estro creativo.

Secondo i dati della ricerca circa il 50 per cento degli europei ha una copia di questa mutazione, mentre il 15 per cento ne possiede due.

«Per verificare come questa mutazione poteva influenzare la creatività, abbiamo utilizzato dei volontari e misurato le loro capacità creative, oltre che il modo in cui esse venivano percepite dalle altre persone», ha spiegato Szabolcs Keri. «Le persone che avevano due copie della mutazione avevano una creatività significativamente maggiore rispetto alle altre».

Il tipo di collegamento tra disturbi psicotici e creatività e le cause di questa mutazione non sono ancora state specificate «Non sappiamo ancora come la Neuregolina-1 agisca. Le persone che nell’esperimento risultavano essere creative non presentavano i classici sintomi associati alla schizofrenia» ha chiarito Keri.

Alda MeriniDa non escludere l’esistenza di altri fattori importanti che determinino se la mutazione genetica porti ad avere una maggiore creatività in alcuni casi e alla malattia in altri. Secondo la psichiatra uno di questi potrebbe essere l’intelligenza: «Persone con un alto quoziente intellettivo hanno più capacità di controllare le loro psicosi».

Questi geni creativi sono persone dal vissuto turbolento, alcuni di loro messi precocemente alla prova dalla vita e dal periodo storico in cui vivevano. La loro spiccata intelligenza e sensibilità artistica li ha messi in condizione di ritrarre in modo originale stralci della loro epoca, usando l’arte per sublimare il proprio disagio esistenziale:

Charles Baudelaire ha immortalato nei versi de I fiori del male il racconto dei meandri segreti di Parigi e quelli della sua mente, delle sue muse bellissime e pericolose e il cambiamento di un’epoca entrata nella modernità.

Van Gogh ha usato la pittura per raccontare la dignità degli “ultimi”, come quelli immortalati nel quadro I mangiatori di patate.

Nella raccolta La pazza della porta accanto, Alda Merini vive la poesia come un secondo linguaggio attraverso cui cerca di raccontare il mondo del manicomio.

La psicosi e la creatività sono quindi in relazione, ma non equivalenti. Una cosa però è certa: non basta avere una mutazione della Neuregulina per diventare l’artista maledetto che alcuni di noi, nel proprio piccolo, bramano da sempre di essere.

Arte. Un modo per entrare in contatto con la propria follia.

Susan Sontag

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Un commento per “Artisti maledetti tra genio e follia: il segreto è in un gene

  • Ravecca Massimo ha detto:

    Leonardo (1452-1519) nato a Vinci e Michelangelo Buonarroti (1475-1564) nato a Caprese nella Val Tiberina, territorio della Repubblica fiorentina. A ventitré anni e novanta chilometri di distanza, con la città di Firenze in mezzo. Come due satelliti orbiteranno sempre intorno al capoluogo toscano, per planare alla fine, Leonardo in Francia dal re Francesco I, e Michelangelo a Roma dal Papa. Di comune avevano il genio, il patrimonio culturale della Firenze rinascimentale, e un volto somigliante al termine della vita. Sebbene il genio abbia sempre qualcosa di misterioso nella sua genesi e nelle sue manifestazioni. Il loro genio, pur manifestandosi in modo differente, si esprimeva spesso attraverso processi speculari, inclusivi, ricorsivi. Il moltiplicarsi dell’immagine di un oggetto posto tra due specchi piani paralleli, ne è una tipica situazione. Effetto ottico che i geni, in vari modi, a volte ricreano nelle loro opere. […] Caratteristica peculiare di questo tipo di genialità è il prodursi, in modo quasi magico, del non finito in campo artistico. Avviene quando l’immagine dell’oggetto tra i due specchi piani non è compiuta definitivamente, ma è completata dalle infinite riflessioni, poste magari nella mente dell’osservatore. Il non finito nell’arte nasce con le statue di Michelangelo, e con l’elaborazione critica che ne fece il pittore, scultore e soprattutto biografo Giorgio Vasari (1511-1574). Ma lo ritroviamo anche nelle opere di Leonardo. Trovarsi spesso in una camera degli specchi è pericoloso per la sanità della mente. In questo caso a smarrirsi non è la coscienza, ma l’identità sessuale. Molte figure dei due artisti hanno un carattere androgino. Cfr. ebook/kindle. Leonardo e Michelangelo: vita e opere.

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