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In difesa della bella fatica

di Lorenzo Lazzarini

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…qui dabat olim imperium, fasces, legiones, omnia, nunc se continet atque duas tantum res anxius optat, panem et circenses.

(il popolo romano) che un tempo dava il potere, i fasci, le legioni e tutto, ora ne se sta inerte e solo di due cose ha bramosia: “pane e giochi circensi”.

Giovenale, Satire, 10, vv. 77-81.

Locuzione più abusata dagli stolti di questa decade, non ve n’è (Giovenale, chi era costui?); tutti con un certo rancore hanno scoperto (non scoprendo nulla) due aspetti profondi della natura umana. Da una parte la fame che soddisfatta porta sempre una certa contentezza, e dall’altra la passione per il parteggiare ai giochi, all’attività e alla competizione di altri uomini, gioendo e disperandosi per le loro sorti (atletiche). L’ironia inesorabile vuole che quegli stessi che citano il motto dimentichino sovente quel ‘panem’, ricolmo di ripicca senatoriale contro la sozza plebe sempre pronta ad assecondare chi dà loro il pane invece che toglierlo; proprio costoro, anonimi signori che vediamo giornalmente aizzati contro chiunque sottragga un poco di pagnotta: i ricchi, i banchieri, i potenti (non che queste cose non esistano, ma è necessario soffermarsi qui sull’atteggiamento cui Giovenale evidentemente ironizzava causticamente). Costoro si trovano fatalmente nella stessa sconveniente posizione di quei plebei affamati e rancorosi a cui era indirizzato il motto, senz’altro ingiurioso, ma forse anche veritiero. Ma contro quest’immagine evocativa, male utilizzata oggigiorno da pesci piccoli e grossi per esprimere l’implicito – ma non troppo! – disprezzo per lo sport e per la sua apparente inutilità, noi prendiamo convintamente le difese di quelle discipline e degli atleti, soprattutto di quelli bravi: e addirittura, udite udite, quella dei calciatori.

E’ infatti implicito in tali discorsi che lo sport sia una qualche forma di intrattenimento per rimbambire gli animi, mentre invece l’uomo occidentale e civilizzato ha da mantenersi ben saldo nel suo intelletto, lucido verso la malvagità degli uomini suoi coetanei che sono come legni storti, e concedersi troppa enfatica passione per una qualche attività potrebbe essere senz’altro dannoso, specie se qualche potente utilizza i giochi per nascondere, per confondere, per ingannare (quanta abilità si attribuisce agli uomini ricchi e potenti, spesso malriposta). In effetti, lo è senz’altro, poiché l’uomo civilizzato e ben vestito non tollera quasi più il dolore delle membra che viene dalla fatica e il sudore e il puzzo di sudore se non si tratta di prestazione lavorativa (muoversi è una vera e propria scocciatura, insomma). Così tanto meno può apprezzare se non raramente quando altri sono messi alla prova. Per questo forse, con maggior ragione, si deve dire che sono gli uomini civilizzati e ben vestiti indegni dell’attività atletica e della bella fatica che questa chiede: non è improbabile che siano del tutto estranei a quella, tanto da non potersi mai nemmeno per un momento rimanere meravigliati di fronte al movimento bello e possente del corpo dell’atleta.

Perché il discorso non si perda nelle solite chiacchiere e considerazioni abbandoniamo le immagini consuete, e consideriamo gli uomini, figure dal corpo esile che abitano (e abitarono dagli albori) il vasto mondo fra le bestie, e che nacquero in origine così privi di forza e di capacità, inermi in un mondo ostile, come raccontava Protagora a Socrate, avendo ricevuto però il dono prometeico di poter apprendere le più diverse cose, compensando così alla propria essenziale debolezza. Tra queste arti fu tenuta sempre in grande stima quella di migliorare il proprio corpo per esercitarlo nell’armonia che gli è propria a compiere movimenti e fatiche. Certo fu presto rafforzato per cacciare, e diventò più rapido, per la corsa e per afferrare. Ma alcuni fra i popoli antichi si spinsero oltre, e tra loro gli uomini migliori perfezionarono nell’allenamento con esercizio coerente, fino a diventare atleti, ed era ritenuta cosa nobile e bella assistere alle loro prove. Essi (gli atleti, o i ginnasti) misero alla prova sé stessi nelle esibizioni, e poi, non bastando questo, quando si trovarono a contendere riguardo le proprie abilità, si sfidarono, per decretare il migliore, il vincitore. Il vincitore vinceva la gloria e la memoria degli uomini. Così era allora ed è in qualche misura rimasto tale oggi.

Eminente è l’esempio delle grandi feste elleniche (Olimpie, Pitiche, Istmiche, Nemee ed altre minori), entro le quali erano istituiti importanti giochi atletici, oltre a danze e a canti; tra quelle le Olimpie erano le massime celebrazioni, tanto che gli anni degli storiografi antichi furono calcolati a partire da quella prima festa Olimpia di cui si ricordava l’evento (776 a. C.). Le Olimipie portano il nome della maestosa località di Olimpia, prossima ad una congregazione di templi, ed erano celebrate in onore di Zeus, di cui a Olimpia è presente ancora oggi il tempio imponente. L’esercizio degli atleti e la loro competizione era riconosciuta da quei greci sapienti come qualcosa che aveva a che fare con il sacro. Niente di meno di questo. Perciò in occasione delle gare persino i popoli che erano in guerra vigeva una tregua sacra (ekechería, “astensione dall’uso delle mani”). L’occasione straordinaria di celebrazione per gli dèi lo richiedeva.

E finché furono celebrate grandi atleti si cimentarono e onorarono la propria terra tra gli elleni, accorrendo persino dalle colonie più lontane dalla madrepatria. I nomi dei vincitori sono sopravvissuti a loro e sono giunti, in alcuni casi, anche a noi, così che è verosimile immaginare quanto prestigio conferisse la vittoria (e ancora oggi noi, come un lontano eco, in condizioni del tutto mutate, riserviamo più di qualche attenzione a coloro che vincono e si dimostrano migliori nelle varie discipline).

Ma questa gloria non fu mai gratuita, non fu per tutti, né per chiunque. Pochi in ogni tempo sono stati atleti (oggi che ce ne sono molti si può vedere bene come i più non siano all’altezza delle massime competizioni), poiché, e qui è evidente, facoltà che non appartengono all’addestramento umano entrano in gioco. Dunque è il fato a stabilire chi può essere atleta vero e proprio, già prima della nascita. Perciò vi è da riflettere su tale evidenza, che gli atleti non sono uomini qualsiasi fra gli altri uomini. Ma nemmeno questo è concesso, che chiunque abbia buone capacità diventi atleta e quindi campione. Molti eventi nella vita di ognuno di questi possono impedirlo, e anche una volta intrapresa la via e l’addestramento, non è stato segnato ancora alcun traguardo, poiché senza costante esercizio altri surclasseranno chi si abbandona ad altri piaceri. Eccola la bella fatica di cui si diceva, quindi. La vita dell’atleta è segnata, non meno di quella della vestale, fintanto che il corpo non cede agli anni, agli strappi e alle ferite. Il suo sentiero è decretato dal suo stesso riuscire, e proprio per questo eclatante è il caso di chi, prossimo a diventare campione cede e si ritira dall’impresa, non sopportandone la prova. Questo perché l’animo ha da crescere e da apprendere non meno del corpo.

Fatica di anni ed anni, conservata nei propri muscoli e nel proprio sudore gettato al vento – gli atleti si preparano così per le grandi imprese a cui sono chiamati, ciclicamente, per mostrare la propria arte eccellente di fronte a tutti gli altri uomini. Così era allora, e, con tutte le immense differenze che sono pure palesi, è ancora oggi. Questi atleti, che avrete forse visto gareggiare, che sicuramente vedrete gareggiare presto, dal ventisette di questo mese, negli sport di squadra e nelle competizioni individuali, cimentandosi nella gara tesseranno un grande elogio della bellezza e profonda armonia del corpo umano, nelle sue più diverse forme; non tutti sono ugualmente armoniosi e concordi nel fisico, ma tutti sono così educati per un fine, impegnati in esso sino al limite delle proprie capacità, e perciò la loro attività è senz’altro una bella fatica, antica e nobile, a cui dobbiamo essere grati di poter assistere.

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