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Maratona e spirito olimpico

di Luca Zamagni

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A pochi giorni dall’inizio dei Giochi Olimpici di Londra, la maratona resta senza dubbio uno degli appuntamenti più attesi. Dopo quattro anni dai Giochi di Pechino, la Fiamma Olimpica è stata riaccesa ad Olimpia ad è approdata sull’isola britannica il 18 maggio scorso. 8000 tedofori attraverseranno le tappe più importanti del Regno Unito per raggiungere Londra, dove il 27 luglio si svolgerà la Cerimonia di Apertura.

Le Olimpiadi sono uno dei più grandi eventi sportivi: ogni quattro anni almeno 10 000 atleti da tutte le parti del globo si riuniscono nel villaggio olimpico per poi gareggiare nei rispettivi sport.

Per circa tre settimane i Giochi Olimpici catalizzano l’attenzione di un pubblico fatto di sponsor, atleti e tanta gente comune, che segue le gare attraverso i mass media.

Una delle discipline sportive più prestigiose e affascinanti – anche da un punto di vista storico – è la maratona, una gara di corsa a piedi che copre una distanza di 42 chilometri e 195 metri. Ma dove nasce questo nome?

Nel 490 a.C. la piana di Maratona è stata teatro di una delle più sanguinose battaglie fra Greci e Persiani: l’esercito di Dario I, molto più numeroso e fino ad allora considerato invincibile, venne sconfitto dalla lega Ionica. La leggenda vuole che Fidippide (altre fonti indicano Eucle) venne incaricato di annunciare la vittoria percorrendo la distanza fra la piana di Maratona e Atene. Arrivato a destinazione disse solo due parole «χαίρετε, νικῷμεν» («Siate felici, abbiamo vinto!») o più semplicemente «Νενικήκαμεν!» («Siamo vincitori»), per poi cadere a terra morto, stremato dalla fatica. Proprio da questa leggenda trae origine il nome della corsa.

Nel 1896, anno delle prime Olimpiadi moderne svoltesi ad Atene, la maratona era la gara più attesa dei primi Giochi Olimpici e intendeva essere la rievocazione sportiva dell’evento epico precedentemente descritto.

La maratona olimpica avrebbe seguito un percorso analogo, dal ponte di Maratona allo Stadio Panathinaiko di Atene, per un totale di 40 km (la lunghezza ufficiale di 42,195 km per la maratona fu stabilita solo nel 1921).

pierre de coubertinQuesta idea venne fortemente appoggiata sia dai greci, sia da Pierre de Coubertin, fondatore dei moderni Giochi Olimpici nel segno del motto «L’importante non è vincere, ma partecipare». I Greci organizzarono una gara di selezione per la maratona olimpica che venne vinta da Kharilaos Vasilakos con il tempo di 3 ore e 18 minuti. Spiridon Louis giunse quinto in questa gara, ma vinse quella olimpica con il tempo di 2 ore, 58 minuti e 50 secondi comprensivi di una pausa per bere un bicchiere di vino in un’osteria lungo il tragitto. La gara si svolse il 10 aprile 1896.

Tragica fu invece la sorte di Dorando Pietri, che nelle Olimpiadi del 1908 giunse primo in prossimità del traguardo ma collassò a terra poco prima di raggiungere la linea di arrivo. Tagliò il traguardo sostenuto da un giudice, ma venne successivamente squalificato cedendo la vittoria all’americano Hayes. Celebre rimane anche la vittoria a Roma nel 1960 dall’etiope Abebe Bikila, precursore di un’imbattibile schiera di fondisti africani, che percorse i 42,195 chilometri a piedi nudi in mezzo alle antichità di Roma terminando sotto l’Arco di Costantino.

Tutti questi atleti sono rimasti nella storia dello sport soprattutto per la loro capacità di incarnare i veri valori dello spirito olimpico: secondo De Coubertin gli atleti non dovevano gareggiare per denaro. Per questo motivo fu deciso di non ammettere i professionisti ai Giochi Olimpici: una regola che nella storia delle Olimpiadi moderne ha generato diverse controversie.

Ai Giochi Olimpici di Atene nel 1896  l’iscrizione di Carlo Airoldi, maratoneta italiano che si era recato nella capitale greca a piedi impiegando 28 giorni, non venne accettata perché fu ritenuto dalla giuria un atleta “professionista”, in quanto aveva ricevuto una cifra tra le 2.000 e le 2.500 pesetas come premio ad una competizione di qualche anno prima.

Col passare degli anni, anche per una maggior spettacolarizzazione degli eventi, sono stati ammessi atleti professionisti fra cui le stelle del basket Nba americano (dalle Olimpiadi di Barcellona del 1992). Nella nobile arte (pugilato) a combattere sono esclusivamente atleti non professionisti, mentre nel calcio vi sono regole che limitano l’età anagrafica dei giocatori (una sorta di Under 23)

In generale lo spirito olimpico è andato perdendosi dietro a logiche di business, ma non dobbiamo dimenticare che la storia dei Giochi è principalmente fatta da atleti quasi leggendari che hanno creato il mito delle Olimpiadi.  Non solo negli spettatori, ma soprattutto fra gli atleti che almeno una volta hanno vissuto in un villaggio olimpico, si impara a respirare un clima di fratellanza universale. La competizione sportiva non deve essere vista come una sopraffazione dei forti sui deboli, ma come un’occasione per confrontarsi con una lingua comune, quella che anche quando il medagliere rimane vuoto ci fa esclamare, come fece Fidippide: abbiamo vinto!

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