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Harry Potter – Da Chris Columbus a David Yates, 8 film per 4 registi

di Giorgia Bertino

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Harry Potter - 8 film per 4 registi

(Credits: Giorgia Bertino)

Cos’è stato Harry Potter? La saga di libri più iconica degli ultimi decenni che ha cresciuto un’intera generazione all’insegna della magia.

Chi più, chi meno, infatti, siamo tutti figli di quell’universo puntellato di incantesimi e creature magiche che ha stretto in pugno il mondo dell’editoria per ben dieci anni.

Eppure Harry Potter non è stato solo questo, bensì anche una serie di otto film che ha confermato la potenza del cinema d’intrattenimento e, contemporaneamente, il fallimento di una regia eterogenea.

Così è nata una delle saghe cinematografiche più schizofreniche di sempre.

Harry Potter – 8 film per 4 registi

Se riguardando tutti i film durante l’ennesima maratona vi siete chiesti il perché di quei salti stilistici così improvvisi o dell’apparente bipolarismo di alcuni approcci (inquadrature, scenografie, atmosfere, sviluppo della trama), sappiate che avete tutta la mia comprensione. Difficile infatti parlare di un fenomeno “Harry Potter” dal punto di vista cinematografico altrettanto coinvolgente e ben riuscito.

Certo, la magia è sbarcata sullo schermo e ha sbancato i botteghini, ma solamente i fan più affezionati e transigenti perdoneranno alla Warner Bros. di averne fatto una saga un po’ raffazzonata.

Arriviamo al dunque. La saga del piccolo mago è stata scorporata in otto film, diretti da ben quattro registi diversi. Questo, nella maggior parte dei casi, implica una disgregazione di qualsiasi omogeneità e un guazzabuglio di diversi contributi, singolarmente anche apprezzabili, ma difficili da digerire nel complesso.

Vediamo allora cos’è stato questo Frankenstein cinematografico.

#1 Chris Columbus: quando ci siamo illusi di ricevere quella famosa lettera anche noi

Sul set di Harry Potter con il regista del primo e del secondo film, Chris Columbus, e il protagonista Daniel Radcliffe

Daniel Radcliffe con Chris Columbus (Credits: Warner Bros)

Chris Columbus ha avuto l’onore – o l’ònere – di inaugurare la saga con i primi due capitoli, Harry Potter e la pietra filosofale e Harry Potter e la Camera dei Segreti. Siamo agli inizi degli anni Duemila, il regista statunitense è già conosciuto per i due film campioni di incassi di Mamma ho perso l’aereo e per Mrs. Doubtfire – Mammo per sempre, nonché per le sceneggiature di Gremlins e de I Goonies. Vi dicono qualcosa? È puro cinema d’intrattenimento per famiglie, fatto di storie divertenti, rocambolesche e dalla morale non troppo complessa. Si tratta, insomma, di pellicole cinematografiche dallo stile decisamente poco autoriale.

Eppure, sotto l’ala di Columbus la storia di Harry Potter prende forma come la migliore delle favole e il regista ci introduce in quel mondo magico con meraviglia e stupore. Tanto che, con gli occhi incollati ai soffitti incantati di Hogwarts e al boccino d’oro che sfreccia veloce, è difficile trattenersi dal credere che quella famosa lettera possa arrivare anche a noi, un giorno o l’altro (ammettetelo, ci avete sperato anche voi).

La lettera di convocazione da Hogwarts

(Credits: Giphy)

Le pellicole di Chris Columbus confermano il potere del cinema d’intrattenimento già consacrato qualche tempo prima dai due padri del genere, George Lucas e Steven Spielberg. Sono gli anni della postmodernità, in cui il cinema prende pieghe bizzarre ed esplora le potenzialità del tempo (parliamo di film come Matrix, Fight Club, Magnolia), eppure c’è ancora un pubblico che non è pronto al cambiamento e sceglie di rintanarsi nella fantasia.

Questo ha sicuramente contribuito alla riuscita di un film come Harry Potter e la pietra filosofale, intriso di magia, atmosfere incantevoli e location suggestive, tanto da ricreare perfettamente sullo schermo l’ingenuità dei primi libri della saga. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbero stati l’incipit di una storia dai risvolti così dark? E noi che ridevamo per le gaffe di Neville Paciock.

#2 Alfonso Cuarón: Harry Potter diventa un film d’autore

Alfonso Cuaron con Rupert Grint ed Emma Watson sul set de Il prigioniero di Azkaban

Alfonso Cuaron con Rupert Grint ed Emma Watson sul set de Il prigioniero di Azkaban (Credits: Warner Bros)

Probabilmente la svolta più punk di questa saga è arrivata come una doccia fredda non troppo piacevole, di cui si apprezzano i benefici solo a posteriori. Harry Potter forse non era pronto per una firma così autoriale come quella di Cuarón e lo stacco stilistico è fin troppo visibile.

Siamo al terzo capitolo della saga, Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, e sullo schermo cala un velo nero che offusca tutto e lascia trapelare solo le zone d’ombra. La storia, infatti, si allontana definitivamente da un pubblico di giovanissimi. Si tratta, indubbiamente, del film più anomalo e “indipendente”, in cui traspare tutto lo stile del regista messicano.

Harry, Ron e Hermione

(Credits: Giphy)

Alfonso Cuarón segna una direzione creativa per il futuro della saga, concentrandosi sull’evoluzione del personaggio di Harry e sull’inizio della pubertà dei protagonisti. Avete mai notato che è l’unico film in cui i ragazzi compaiono quasi sempre senza uniforme? Una scelta in linea con l’intenzione di ritrarre l’adolescenza in tutta la sua complessità, allontanandosi dalle atmosfere del cinema d’intrattenimento dei primi due capitoli. Il tutto in modo bizzarro e stravagante.

Un esempio? La corsa sul Nottetempo ripresa da inquadrature che incalzano la scena come pennellate eccentriche. O, ancora, il terrificante incontro con i Dissennatori sull’Hogwarts Express che inaugura un nuovo approccio alla sceneggiatura molto più dark. Pensiamo solo al povero Sirius…

#3 Mike Newell: la nostalgia dei primi film

Mike Newell con Alan Rickman, Rupert Grint e Daniel Radcliffe

Mike Newell con Alan Rickman, Rupert Grint e Daniel Radcliffe (Credits: Warner Bros)

Arriviamo al 2005. La Warner Bros. insiste per rinnovare il sodalizio con Cuarón, ma il regista vuole dedicarsi alla post-produzione del terzo capitolo della saga e rifiuta di dirigere quello successivo.

Viene quindi scelto Mike Newell, regista britannico noto ai più per Donnie Brasco e Quattro matrimoni e un funerale. Come prima cosa, Newell si oppone subito all’idea della casa produttrice di dividere il libro in due film e opta per un drastico taglio del superfluo. Col senno di poi, scelta non molto saggia, dal momento che le incongruenze con la trama del libro sono davvero innumerevoli, eh Mike?

Harry Potter e il Calice di fuoco

(Credits: Giphy)

Tuttavia, dal punto di vista stilistico, Newell tenta di seguire le orme del suo predecessore. Le luci fiacche, le inquadrature strette, i toni freddi e desaturati, infatti, introducono la morte come un destino inevitabile. Il tutto intervallato, però, dalla magnificenza delle parate, dall’adrenalina del Torneo TreMaghi e dalle atmosfere che ci riportano alle prime pellicole.

C’è la nostalgia di quel mondo innocente e luminoso e la consapevolezza di dovergli dire addio per sempre.

#4 David Yates: addio, Harry Potter

David Yates ed Emma Watson dietro le quinte di Harry Potter e i doni della morte

David Yates ed Emma Watson dietro le quinte di Harry Potter e i doni della morte (Credits: Warner Bros)

Chiudiamo il cerchio con l’ultimo regista della saga, nonché il più longevo. David Yates ha infatti diretto gli ultimi quattro capitoli, consacrando la fine delle avventure del giovane mago. Le dinamiche che lo hanno portato alla Warner Bros. dopo una carriera nella Bbc sono poco chiare, tuttavia l’ottimo riscontro in sala di Harry Potter e l’Ordine della Fenice ha convinto la major ad affidargli i tre capitoli conclusivi – speriamo anche per una coerenza stilistica, fino a quel momento inesistente.

E in effetti una continuità c’è, molto evidente in alcune scelte di stile, dai colori desaturati alla rappresentazione dei singoli personaggi, scavati in profondità sotto lo sguardo impietoso della macchina da presa. La scena si tinge di grigio e le inquadrature indugiano su volti e gesti.

Draco Malfoy prima dell'insano gesto

(Credits: Giphy)

Ci si domanda quasi dove sia finita quella magia così luminosa e spensierata. O quegli ambienti così caldi e accoglienti. O persino quella sintonia tra i personaggi, ora così distanti. Yates riporta fedelmente la parabola discendente descritta da J.K. Rowling negli ultimi libri, guidandoci con malinconia verso la fine.

Nonostante i numerosi tagli narrativi che rendono la trama galoppante e a tratti instabile, le atmosfere si rivelano potenti ed efficaci. Dal grigio imperante emergono i volti stanchi dei protagonisti e ciò che resta è la nostalgia di quella favola ora così lontana.

Bonus: l’aneddoto che non sapevi sul regista più outsider di tutti

Lungi da me proporre una classifica dei migliori registi di Harry Potter – ma se siete stati attenti lo avrete capito. Piuttosto, vorrei lasciarvi con una curiosità sul regista più controverso. Prima di girare Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, il regista Alfonso Cuarón chiese a Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint di scrivere un’analisi personale dei rispettivi personaggi. Radcliffe scrisse una riflessione molto intensa, Watson ben sedici pagine e Grint si rifiutò, dicendo semplicemente che “Ron non l’avrebbe fatto!”. E allora Cuarón capì che i personaggi erano già lì davanti a lui, doveva solo entrare nel loro mondo. Forse anche per questo il suo approccio fu così diverso dagli altri?

Severus Piton (non) approva

(Credist: Giphy)

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