Devilman – Le differenze tra il manga e la serie Devilman Crybaby di Netflix


Devilman è un storia dai mille volti. Nel corso dei decenni, infatti, sono stati prodotti innumerevoli seguiti, prequel e remake del manga originale di Nagai, per non parlare degli adattamenti in formato anime.
Il motivo di questa popolarità è da ricercare probabilmente nell’universalità dei numerosi temi trattati e nella forza assoluta della narrazione, che al di là di qualche elemento marginale sembra accusare poco o nulla il passaggio dei quasi 50 anni trascorsi dalla sua creazione (1972/73).
Se c’è una caratteristica che deve avere un buon adattamento di un titolo simile è senz’altro il coraggio. E Devilman Crybaby di Masaaki Yuasa – miniserie prodotta da Netflix nel 2018 – come ha scritto il nostro Enrico Mambelli nella sua recensione, di coraggio ne ha da vendere.
Andiamo allora a scoprire insieme le principali differenze tra il manga e la serie, nel primo di tre appuntamenti mensili che ci porteranno dall’Inferno al Paradiso, passando ovviamente attraverso il Purgatorio: la trilogia proseguirà ad agosto con Daredevil e a settembre con Preacher.

A sinistra il box Devilman (Credits: J-Pop), a destra la locandina della serie tv (Credits: Netlfix)

A sinistra il box Devilman (Credits: J-Pop), a destra la locandina della serie Devilman Crybaby (Credits: Netflix)

Devilman – La trama

Devilman è la storia della battaglia senza quartiere tra uomini e demoni, che non solo esistono davvero, ma vogliono riprendersi la Terra che un tempo dominavano prima della comparsa dell’uomo. E ora attenzione perché cominciano gli spoiler.
Protagonisti della vicenda sono i due amici Ryo Asuka e Akira Fudo, che una volta scoperta questa terribile verità tentano l’unica strada possibile per sconfiggere i demoni: fondersi con uno di essi per ottenerne il potere senza perdere il proprio animo umano.

La copertina del volume Devilman omnibus 1 (Credits: J-Pop)

La copertina del volume Devilman omnibus 1 (Credits: J-Pop)

È così che il mite Akira, unito al potente demone Amon, si trasforma in un Devilman. E su questo, come su altri elementi portanti della trama, non ci sono differenze notevoli tra manga e serie Netflix. Cambiano invece alcuni passaggi, che la serie modifica o presenta in sintesi rispetto al fumetto.
Un impatto importante sulla trama lo determinano i social, segno del cambiamento dei tempi, straordinaria cassa di risonanza per il terrore diffuso dai demoni e per il sospetto reciproco tra gli uomini. Altro elemento introdotto nell’anime è l’atletica, che consente ai personaggi che si trasformano in Devilmen di far valere le doti fisiche sovraumane acquisite dopo la fusione con i demoni.

I personaggi di Devilman

Nel manga come nella serie, Akira è un ragazzo sensibile anche dopo la fusione con Amon: nell’anime arriva spesso alle lacrime del titolo assistendo alla crudeltà gratuita degli uomini. Il suo cambiamento lo porta a guardare Miki con occhi diversi, ma il loro legame nel manga rimane esclusivamente romantico.
A differenza dell’anime, nel fumetto non sono presenti riferimenti diretti al passato di Akira, quindi i suoi genitori non si vedono mai. A subire il loro triste destino nel manga è la piccola Sachiko, vicina di casa di Akira che non compare nella serie.
Quanto a Ryo, nel manga non c’è nessun professor Fikira: è suo padre archeologo a rivelargli il segreto dei demoni. Questo legame familiare modifica non poco le origini del personaggio, che nell’anime vengono ampliate in direzione molto diversa rispetto al fumetto.
Agli occhi di chi ha già letto il manga, inoltre, il comportamento di Ryo nella versione animata anticipa fin da subito il colpo di scena finale. Uno sviluppo che nel fumetto arriva invece come un fulmine a ciel sereno, rivelato dall’autore con gradualità e parsimonia fino al plot twist vero e proprio.
Anche Miki è diversa: nella serie è un astro nascente dell’atletica e stella dei social, mentre nel manga è una semplice studentessa come Akira. Ma in entrambi i casi resta un personaggio profondo e positivo, capace della scelta più difficile nel momento in cui tutti voltano le spalle al protagonista.
In generale, il manga presenta con maggiori dettagli i demoni che il protagonista si ritrova a combattere, mentre l’anime dà centralità a figure marginali come Miko e introduce nuovi personaggi come Koda, un Devilman che si schiera dalla parte dei demoni dando ancora più valore alla scelta di Akira.

Akira e Miki in moto (Credits: Giphy)

Akira e Miki in moto (Credits: Giphy)

Le differenze di stile

I demoni sono presentati come esseri di puro istinto e del tutto privi di sentimenti, anche se il legame tra Silen e Amon sembra dimostrare il contrario. Questo aspetto si esplicita nel fumetto con un’estrema propensione alla violenza, derivato dall’istinto di sopravvivenza ma evolutasi ben oltre il limite del sadismo.
Nell’anime questa tendenza si riflette anche sulla sfera sessuale, visto che i demoni sembrano lasciarsi volentieri dominare dai propri istitinti. Persino il pudico Akira, dopo la fusione con Amon, è protagonista di un paio di scene piuttosto eloquenti in questo senso.
Di certo, le due opere hanno in comune i toni espliciti e politicamente scorretti. Il manga in modo spesso diretto e a volte anche involontario, come nel caso di alcuni elogi della violenza maschile probabilmente considerati normali all’epoca.
Dal canto suo, l’anime – vietato addirittura ai minori di 18 anni – risponde con alcune di scene davvero raccapriccianti sia per il contenuto che per la resa visiva: una su tutte, la trasformazione del piccolo Tare, fratello di Miki, e la fine straziante dei loro genitori.
Comuni alle due versioni della storia sono anche le reazioni degli umani, divorati dal sospetto reciproco e dalla paura fino all’annientamento, nel manga accentuato dalla letale atmosfera della guerra fredda ma non per questo meno impattante nell’anime.
Simile anche la capacità delle due opere di sovvertire alcuni stereotipi. I bulli del manga – trasformati in rapper nell’anime – a scapito dell’aura negativa iniziale rivelano tutta la loro umanità di fronte all’avanzata dei demoni, mentre gli altri esseri umani si trasformano in mostri capaci soltanto di farsi (in)giustizia da soli.

Fotogramma dalla serie Devilman Crybaby (Credits: Netflix)

Fotogramma della serie Devilman Crybaby (Credits: Netflix)

Concludendo – Devilman Crybaby vs manga

Nonostante una lunghezza contenuta – 5 tankōbon per un totale di circa mille pagine di fumetto – e un ritmo davvero frenetico, il manga si dispiega in modo più ampio, premettendo una caratterizzazione più profonda di alcuni personaggi e dei loro rapporti (in particolare la relazione tra Akira e Miki).
L’anime ha invece il suo punto di forza nel susseguirsi di cliffhanger, alcuni davvero mozzafiato, con il motore sempre al massimo dei giri che comporta il sacrificio fisiologico di qualche pezzo di storia. Ma le scene in flashback, che costruiscono per i protagonisti un background d’infanzia del tutto assente nel manga, riescono a compensare bene questa tendenza, creando un contrasto che colpisce a fondo.
Anche dal punto di vista grafico, sorprendentemente, le due opere arrivano allo stesso effetto prendendo strade differenti. Lo stile cartoonesco di Nagai e il minimalismo dinamico della serie, infatti, con la loro apparente semplicità ottengono lo scopo di evocare emozioni e paure primordiali, come quelle che può suscitare un male ancestrale e potente da sempre nemico dell’umanità.
In definitiva, Devilman Crybaby vince la sfida per il coraggio di alcune scelte, per l’impatto visivo di molte scene, la splendida colonna sonora e la capacità di aggiornare Devilman alla sensibilità contemporanea. Vale in ogni caso quanto detto per Watchmen: resta comunque fuori discussione ogni paragone con il manga di Nagai, pietra miliare del fumetto imperdibile per i lettori di ogni tempo e luogo.
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