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MIO FRATELLO di Daniel Pennac

di Eleonora Cecchini

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Fratello.

Quando si è bambini, di un fratello si sa tutto. Cosa sa fare e in cosa troverà difficoltà. Fin dove può arrivare e dove si fermerà. Che cosa mangia e cosa rifiuterà. Si intuisce la sua prossima mossa a scacchi. Si conoscono le sue espressioni, i suoi pianti, le sue risa.

Tutto questo fino all’adolescenza. Poi, come un fulmine a ciel sereno, ci si rende conto di come il suo volto trasmetta segnali che non si è più in grado di decifrare: perché è malinconico? Quale sarà il motivo della sua solitudine?

La vita dei fratelli va avanti. Uno diventa un ingegnere aeronautico anche se avrebbe preferito diventare un etologo. L’altro è professore, scrittore, attore. Sposati con figli, si sentono spesso per telefono, da settecento chilometri di distanza.

Poi, la notizia. ‘Tuo fratello è morto’.

Daniel si dispera. Un lamento sordo, atavico. Inizia a copiare i suoi gesti. Non lo fa apposta: è come se tutta la sua anima fosse intenta a non dimenticare ogni singolo momento passato con Bernard. Gira il caffè come lo girava lui. Parla come parlava lui. E un mare di ricordi gli riaffiora alla mente.

Non sa bene da dove partire per raccontare suo fratello. Pertanto, parte da un racconto, Bartleby lo scrivano, di Herman Melville, che lui adatta a monologo teatrale. E’ la storia di un notaio che assume un uomo, Bartleby, di cui non sa nulla e di cui non saprà mai nulla, che lavora giorno e notte ma risponde unicamente con questa formula a tutte le domande che gli vengono poste: ‘Preferirei di no‘.

Perché Daniel usa un testo teatrale per parlare di Bernard?

Innanzitutto perché è un testo che entrambi conoscono a memoria e con il quale hanno trascorso buona parte della loro adolescenza. Quindi Daniel lo mette in scena per lui, come se lui fosse presente tra il pubblico. Lo legge a voce alta ma ben presto smette di leggere e inizia a recitare. E raccontare la messa in scena di quel testo gli offre il pretesto per una riflessione sul pubblico teatrale. Come si fa a sapere se si è catturata l’attenzione o meno? Come si fa a far smettere alle persone di soffiarsi il naso, usare i telefoni, ciondolare sulle sedie? Che tipo di risata si vuole suscitare? Ma ride il pubblico? E’ partecipe?

Poi, perché suo fratello è Bartleby.

Suo fratello è stato presente e vivo nella sua vita proprio come il personaggio di Bartebly è presente e vivo nell’ufficio del notaio. Una presenza silenziosa ma certa, che fa il suo dovere, vede e sente tutto ma non condivide, se non in rare, rarissime eccezioni. E anche in quelle, è sibillino nelle risposte. Un fratello che ha fatto da fratello, amico, padre a Daniel, che lo ha sempre stimolato ad essere migliore. Che gli ha insegnato tutto.

Della vita, quando, davanti al terzo fratello malato di Alzheimer, mentre lui stava mangiando la carta dei cioccolatini e Daniel è pietrificato dallo sgomento, lui, con una dolcezza non di questo mondo, gli ha semplicemente tolto la carta e messo un cioccolatino in mano. ‘No, vecchio mio, la roba commestibile è questa‘.

Della morte, quando, a causa di una emorragia che gli era quasi costata la vita, era sopravvissuto. Disse che era stato tentato dalla morte ma che aveva deciso di restare ancora un po’, per Daniel.

‘Mi stai dicendo che hai sacrificato la tua morte per me? La resurrezione come sacrificio supremo? Tante grazie!’

‘Puoi dirlo forte. Vivere non è mica uno scherzo.’

Un omaggio a un fratello, compagno di vita in mille avventure. E noi, ci ricordiamo ogni giorno di rendere omaggio ai nostri fratelli?

 

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