Il mito di Persefone – Da vittima a simbolo della forza femminile


È iniziato ormai l’autunno: secondo la tradizione del mito Persefone è quindi tornata tra le braccia del suo sposo, Ade. Lasciandosi indietro una madre non troppo felice e una natura pronta al riposo invernale. Il racconto del ratto di Proserpina fa parte di quella massa informe di favole, storie e leggende che costituiscono l’humus del nostro patrimonio culturale.

Persefone, variazioni sul mito

(Credits: Marsilio)

Non ho in effetti memoria della prima volta in cui l’ho sentito, lo conosco da sempre. E come tante cose che si conoscono da sempre, raramente l’ho osservato da vicino. Chi a scuola ha fatto studi classici, lo ha ritrovato dando una scorsa veloce agli Inni omerici, oppure alle Metamorfosi di Ovidio.

Ma quello che rammento è il mito vero e proprio o una manipolazione frutto di secoli? La storia di Persefone ha passato indenne questo lungo periodo o anche lei, come molte altre, è stata manipolata a uso e consumo di chi ne scriveva?

Cosa racconta il mito

La storia è sempre la stessa: la dolce Persefone, figlia della dea Demetra e di Zeus, sta giocando insieme ad alcune ninfe quando un bellissimo narciso attira la sua attenzione. Nel momento in cui la fanciulla tenta di raccoglierlo, la terra si apre sotto di lei e Ade, re degli inferi, la rapisce. Dato che questo avvenimenti è il fulcro dei Riti eleusini, ovvero i sacri misteri di Demetra, il centro della narrazione si sposta immediatamente sulla madre.

La dea dei raccolti infatti è furibonda, soprattutto col buon Zeus che aveva acconsentito al matrimonio della figlia col fratello senza chiederle nulla. A pagarne il pegno sono però come al solito i mortali che iniziano a morire di fame, dato che la terra ha smesso di generare i suoi frutti.

Il tutto si risolve quando Zeus riesce ad accordare fratello e sorella: dato che Persefone ha ormai mangiato un frutto dell’oltretomba, è inesorabilmente legata ad Ade. Ma a papà Zeus piacciono un sacco i sacrifici rituali che gli uomini gli dedicano, e il signore degli inferi è alla fine un tipo accomodante. Concordano quindi con Demetra una comproprietà di sei mesi della povera ragazza.

Metamorfosi di Ovidio, edizioni Einaudi, e Inni Omerici, edizioni Bur (Credits: Erika Biggio)

La complessità del mito di Persefone

Questo mito è molto più antico rispetto alla narrazione greca. Viene considerato addirittura protostorico, ed è sicuramente presente sia nella tradizione cretese che in quella micenea. Morte rapisce la personificazione della primavera che deve tornare dall’Ade ogni anno, ovvero resuscitare, per riportare la vita sulla terra.

Questa considerazione da sola dovrebbe farvi capire le migliaia di ramificazioni di questo mito, che era di fondamentale importanza per una civiltà contadina come quella greca antica. Inoltre il nome stesso della protagonista nasconde alcuni indizi: Persefone si chiama così in quanto divinità ctonia, ovvero sotterranea. Il suo nome quando passeggia alla luce del sole è Kore, che vuol dire semplicemente fanciulla in greco antico.

Nonostante l’evidente importanza della sua figura tutti dimenticano sempre un dettaglio: Persefone. La dolce fanciulla viene di solito fatta passare come la stordita di turno che, stregata da un fiore evidentemente magico, ci ricasca mangiando i semi di melograno nell’oltretomba. Cosa che la condanna quindi a passare metà della sua vita negli inferi, regnando sui morti. La gran parte della letteratura più antica che la riguarda la dipinge infatti come vittima passiva. Persino il buon Wolfgang Goethe la fa lamentare come una disperata nel suo monodramma intitolato Proserpina (nome romano della divinità). Eppure qualche cosa non torna.

L’incongruenza del mito di Persefone

Persefone è prima di tutto una dea. E non è figlia di due tizi a caso, benché uno sia uno spregevole approfittatore e l’altra una capricciosa egoista. Quindi non solo ci hanno raccontato che la dea della primavera si è fatta abbindolare da un bel fiore, ma pure che non sapeva che mangiando i chicchi di melograno si sarebbe autocondannata a una vita da regina dell’oltretomba.

Il bello dei miti è che sono fluidi, si adattano e raccolgono tutto quello che incontrano. I vari strati del mito di Persefone sono a volte discordanti, ma sempre rappresentativi delle epoche che li hanno generati. Zeus, il padre padrone che vende la figlia senza interpellarne nemmeno la madre, e poi vuole blandirla con la scusa del “è un così buon partito”. Demetra, che sbatte il delicato piedino rischiando la fine dell’umanità, ma nemmeno lei chiede alla figlia cosa vuole fare della sua immortale esistenza.

Le cose però stanno cambiando, e sempre più la fanciulla prende forza. Qua e là, spuntano tracce di una Persefone diversa. Sì, Ade l’ha rapita, ma forse lei si era avvicinata perchè curiosa. Ok, lui è stato un totale imbecille e nella nostra sensibilità moderna mai lo avremmo perdonato. Però alla fine Kore si ritrova con un marito potente che, tutto sommato, le lascia fare quello che le pare. E l’ha resa pure regina di quel regno in cui tutti, prima o poi, finiremo. Forse, e dico forse, ci si può accontentare. D’altra parte è pure l’unico marito del mondo greco che resta fedele alla moglie, deve essere una roba da Guinnes dei primati.

La copertina di Persefone - Variazioni sul mito

Persefone – Variazioni sul mito, a cura di Roberto Deidier (Credits: Erika Biggio)

Il potere della Primavera

La figura di Persefone diventa sempre di più rappresentativa di una femminilità forte, che sa adattarsi alle circostanze avverse e ne trae il meglio. La cultura che l’ha concepita è talmente distante dalla nostra che il suo amore per Ade non diventerà mai totalmente accettabile. Eppure è una delle poche figure della mitologia greca che mantiene e anzi,  acquisisce, potere attraverso la sua sventura.

Non è dea potentissima ma asessuata come Atena, Artemide o Estia, né vittima costante del volere maschile come la maggior parte delle altre figure femminili. Perchè lei è indispensabile: rappresenta quella forza naturale che dona la vita alla terra, senza la quale moriremmo noi stessi, dato che è ciò che nutre l’umanità. Mi piace immaginarla non come vittima sventurata delle decisioni altrui, bensì come artefice del proprio destino. Una donna, magari ingenua, ma che ha scelto di ingoiare quel minuscolo chicco di melograno.

Se vi interessa questa linea di pensiero e amate, come me, i miti greci, vi consiglio di dare una letta ai lavori di Laura MacLem. Il suo Regina di fiori e radici, che rivisita proprio il mito di Persefone, è stato infatti lo spunto di questo mio ragionamento.

Davvero state ancora pensando che Persefone sia una vittima?

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