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I tre moschettieri ed il ritorno ai classici

di Erika Biggio

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Credo che capiti a tutti i lettori, ogni tanto, di aver voglia di ritornare su sentieri sicuri e già battuti, di perdersi con tranquillità nel giardino di casa e rileggere un libro già letto mille volte in cui tuttavia si scopre sempre qualcosa di nuovo: per me quel libro è I tre moschettieri di Dumas padre.

Tutti conosciamo a grandi linee la trama di questo romanzo, se non per averlo letto direttamente, per le migliaia di film, sceneggiati e serie tv che ha ispirato negli anni; proprio il fatto che abbia portato alla creazione di così tante altre opere ci fa capire quanto questo romanzo abbia da sempre colpito l’immaginazione di tutti.

Nato come feuilletton, o romanzo d’appendice, venne inizialmente pubblicato a puntate su Le Siecle nel 1844: il fatto che fosse un storia a puntate si nota chiaramente dalle continue ripetizioni, che aiutavano il lettore a ricordare cosa fosse successo nella puntata precedente, e sono tipiche di questo genere (sì, abbiamo capito che il cavallo di D’Artagna padre era brutto e GIALLO).

Ma cos’è di quest’opera che ha colpito in maniera così profonda così tante generazioni diverse? Credo che la risposta a questa domanda sia sfaccettata, proprio perchè ogni volta che si prende in mano I tre moschettieri, si scoprono cose diverse: per i più giovani l’avventura ed il senso di invincibilità che emanano i quattro amici. Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan galoppano su e giù per mezza Francia e un pezzetto di Inghilterra, combattono valorosamente e rimangono ben saldi nella loro amicizia. Il lettore più maturo inizia ad ammirare il sapiente intreccio di fatti storici e fantasia: basti solo pensare all’assassinio del Duca di Buckingham, intessuto sapientemente nella trama del romanzo, come anche l’assedio de La Rochelle. E’ la semplice potenza dei personaggi però, a rendere I tre moschettieri uno dei classici intramontabili della letteratura mondiale.

Risultati immagini per vent'anni dopoAthos, nobile raffinato e  tormentato, Porthos, sempliciotto, avido e col un cuore enorme, Aramis, sfuggente come un gatto, saggio e sottile. E poi, D’Artagna. Il nostro guascone è un capolavoro di complessità, di crescita, di egoismo e generosità, di slanci amorosi e freddo calcolo, di coraggio sprezzante e terrore paralizzante. Questi quattro amici, totalmente diversi tra loro e quindi complementari, non tradiscono mai il loro credo di fondo, il motto più famoso del mondo “Tutti per uno, uno per tutti”, salvandosi costantemente la pelle a vicenda, pur mantenendo dei segreti, anche agli amici più stretti.  Il tutto con una certa dose di sottile umorismo.

I personaggi secondari, che poi tanto secondari non sono, fanno da splendido contorno ai quattro protagonisti: dai valletti, sempre presenti e divertente contrappunto ai loro padroni, alla famiglia reale francese, fino a quei capolavori di malizia e astuzia che sono Milady e soprattutto il Cardinale Richelieu. Perchè, a parer mio, questa personificazione del personaggio più potente della Francia del XVII secolo è una meraviglia, e vale da sola la letture de I tre moschettieri.

I tre moschettieri fa parte di una trilogia, forse una delle prima della storia della letteratura, a testimonianza del suo immenso successo; benché né Vent’anni dopoIl Visconte di Bragelonne abbiano avuto lo stesso impatto sul pubblico, sono entrambi ottimi romanzi, il primo sulla falsariga de I tre moschettieri, mentre Il Visconte di Bragelonne (o come lo chiama mio padre, il fermaporte) è un interessante excursus nella Versailles di un giovane Luigi XIV, inspirandosi in parte alla famigerata leggenda della maschera di ferro, che mette un pochino da parte i nostri eroi, ormai anzianotti, fino a reincontrarli per dar loro una fine degna, più o meno, della vita che avevano vissuto.

Come diceva Italo Calvino “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, e I tre moschettieri continua a parlarci attraverso i secoli, mai noiosi e mai banali, in quel modo speciale che solo un grande romanzo può avere.

 

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