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Strawberry fields forever: siamo figli dei Beatles e degli operai Fiat. Riflessioni su John Elkann e Milena Gabanelli

di Michela Pusterla

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Ho una riflessione da fare: ed era da tanto tempo che avrei dovuto farla. L’occasione mi è data oggi, da due stimoli diversi: l’intervento (idiota) di John Elkann a Sondrio, e lo status facebook di Milena Gabanelli che ricorda la morte di Freak Antoni.

Parto dal primo. John Elkann, il 14 febbraio, ha tenuto una specie di conferenza alla Banca Popolare di Sondrio, magistralmente intervistato da Gianna Fregonara, che se ne stava tra le Alpi mentre il marito – l’ex pres.del.cons. Enrico Letta – aveva altro cui pensare. In quell’occasione, Yaki Elkann ha detto varie cose che ogni uomo di buonsenso avrebbe evitato. Cose come: “ci sono tantissimi lavori da fare, c’è tantissima domanda di lavoro, ma manca proprio l’offerta”. Chiaramente, intendeva dire il contrario e si è confuso sui termini, ma non è questo il punto. Quello che ha detto, in pratica, è che il lavoro c’è, che i ragazzi però non ce l’hanno perché preferiscono stare a casa con mammà. Questo me l’ha detto mia sorella che era presente, e che temo di questi tempi sia una fonte più attendibile di Repubblica, da dove ho preso la citazione sopra, che ha di recente messo a doppia pagina la foto di una ragazzina a caso credendo che fosse una ragazzina morta.

Vi dirò che l’agenzia di Yaki aveva preventivamente mandato ai ragazzi delle domande preparate da fare al rampollo, una delle quali era: perché hai dato ai tuoi figli dei nomi così strani? Per chi non lo sapesse, i nomi dei figli di John Philip Jacob Elkann e Lavinia Borromeo sono: Leone, Oceano e Vita. Che siano strani, siam tutti d’accordo; che c’interessi, un po’ meno. Ma i ragazzi, bravi, gli hanno invece chiesto: perché lavori invece di startene a casa? (“Perché in vacanza ci si annoia.”) Perché hai spostato all’estero le sedi legale e fiscale dell’azienda? Perché hai delocalizzato? “Se non mi bocciano, quest’anno prendo il diploma da elettricista: hai un posto giù alla FIAT?”
Yaki, in risposta, ha suggerito di guardare avanti con ottimismo (cfr. “i ristoranti sono pieni!”) e, nel caso non si trovi lavoro, di aprire un’attività in proprio, cosa – come è noto – di una facilità inusitata per qualsiasi giovane di belle speranze nato in questo benedetto Paese. E, quanto alla questione che le tasse le paga allo United Kingdom e che ha realizzato una fusione con la Chrysler producendo un logo la cui bruttezza è stata raggiunta solo da quello del Nuovo Centro Destra, ha affermato: “ora la FIAT è ancor più italiana”. Mentre gli operai sono ancor più polacchi.

Come è noto ai più, Yaki studiò in un liceo parigino, e l’ha detto ai ragazzi con quello che mia sorella identifica con un “evidente accento francese di chi se la tira”. I ragazzi che aveva di fronte le superiori se le stanno facendo a Sondrio: e non è proprio la stessa cosa, dice una (io) che le ha fatte lì. Poi, mentre suo-nonno-l’Avvocato gli suggeriva una bella laurea alla Bocconi, lui scelse proletariamente di frequentare Ingegneria Gestionale al Politecnico di Torino, insieme a migliaia di matricole figlie di nessuno. A ventun anni, Yaki era poi nel Consiglio di amministrazione della Fiat, cosa che immagino non capitò alle altre matricole del Politecnico di Torino. Presa in mano la FIAT, ci mise Marchionne come amministratore delegato, con tutte le amare conseguenze del caso. È questa la storia di quello Yaki che, il 14 febbraio, a Sondrio, riprende il fortunato tema dei bamboccioni coniato dell’illustre ex ministro Padoa Schioppa.

Però attenzione. Io non voglio fare come Vauro che si scagliò penosamente contro Briatore (il quale, è onesto dirlo, penosamente rispose). Perché se Vauro e Briatore rivendicavano assieme le loro umili origini di figli di maestri elementari, potrei far loro notare che già stavano meglio della media, quelli che negli anni ’40 e ’50 erano figli di maestri elementari. E faremmo una gara al ribasso che non è mia intenzione fare.

Quello che voglio dire invece è: sono felice di essere in un momento storico in cui, se il nipote di Gianni Agnelli dice cazzate, io, nipote di chiunque, posso capirlo e posso dirgli che sta dicendo cazzate, anche se solo con un articolo storto che lui non leggerà mai. Ma posso.

Quanto a Milena Gabanelli, mi ha colpito il suo ricordo di Freak Antoni, conosciuto negli anni dell’Università passati sui colli di Bologna a cantare “Strawberry Fields Forever” dei Beatles. C’è un nesso con quanto detto prima, e ora ve lo dico. Milena Gabanelli parla di “rabbia sulle nostre difficoltà, per noi di umili origini.” E poi aggiunge: “Nessun successo poteva cancellare l’intima convinzione di essere comunque di serie B.” Viviamo in un posto in cui Milena Gabanelli e Freak Antoni si sentivano di serie B all’Alma Mater di Bologna e Yaki Elkann va in giro a dire che il lavoro bisogna cercarselo e chiama i figli Lupo e Vita e Oceano (Briatore, a proposito, il suo lo ha chiamato Falco). Se i miei genitori mi avessero chiamato Falco, io avrei avuto dei problemi relazionali maggiori rispetto a quelli che ho già. Ma non credo che l’avrebbero fatto, non essendo loro Briatore.

La mia riflessione si incentra su quell’“intima convinzione di essere comunque di serie B” di cui parla la Gabanelli. Razionalmente, non ha senso. Non ha senso e non ci permette di andare avanti. (Emotivamente, è un’altra storia.)

Razionalmente, penso che se uno cresce in una casa senza libri, può benissimo comprarseli (sono consapevole che è più complicato di così, ma è uno slogan, ed è per forza parziale – in linea di massima, tuttavia, può comprarseli). E se li sono comprati in tanti che poi sono diventati grandi o piccoli e probabilmente hanno avuto l’“intima convinzione” della Gabanelli ma non hanno smesso di comprarli. Nella casa di Yaki i libri ci sono di certo, ma forse non li ha letti, perché a Sondrio, agli studenti, ha detto: laureatevi in materie scientifiche, che è quello che serve. Yaki, i saperi sono importanti: tutti. Io mi laureo in quello che voglio ed è il fatto che io mi stia laureando in quello che voglio che mi permette di scriverti un articolo in cui contesto le tue idee, perché sono arroganti e anche un poco sempliciotte. Il mondo è un po’ più complicato di una FIAT delocalizzata e, se io ammiro che tu sia stato dei mesi a lavorare come operaio in Polonia e in Inghilterra, c’è chi ci sta degli anni a lavorare come operaio, e c’è chi ci stava e non ci sta più perché tu hai delocalizzato.

Quello che voglio fare, e so che posso fare, se imparo a dimenticarmi della convinzione della Gabanelli, è ribadire, qui, a me stessa e a tutti, che non importa aver studiato in un liceo parigino. Che viviamo in un mondo in cui le differenze sociali (non economiche, quella è un’altra storia) sono sufficientemente limitate per poterle accantonare, e per poterle usare bene quando serve ricordarsele. Che se noi ci dimentichiamo “la convinzione di essere di serie B”, possiamo sorridere quando gli Yaki del mondo ci dicono di avere ambizione che loro non hanno mai avuto perché erano già in cima. E possiamo sorridere senza quella rabbia alla Vauro, che – non si può negarlo – è “un po’ retrò”.

La scuola c’è e deve funzionare. Che poi se uno è nipote di Giovanni Agnelli diventa John Elkann e se uno è un perito agrario di San Giovanni in Persiceto dice le cose che ha detto Freak Antoni. Voglio dire: in un dialogo ideale tra i due non era già scritto chi avrebbe avuto la meglio, era una faccenda che non dipendeva dal posto nel mondo da dove venivano, e in cui le origini c’entravano poco. Sarebbe stato un dialogo che partiva alla pari. Che poi sarebbe finito che si capiva che uno era un genio, e l’altro un po’ meno.

(Ringrazio C.C. perché è soprattutto merito suo se ho capito queste cose).

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