Estopia capitolo IX – Nella Città di Glossa


Capitolo precedente: Luthen

 

Glossa di A.Antonioni

Quando Freyja si svegliò, con il sole già alto, il dolore alla testa era completamente sparito. Luthen non c’era e nemmeno il giovane soldato. Si alzò in piedi e mosse qualche passo, timidamente, aspettandosi di essere colta da un qualche capogiro ma così non fu. Riconobbe l’abete sotto al quale si erano riposate, il giorno prima, insieme a Lidia; dell’amica, però, non c’era traccia. Dopo aver compiuto un breve giro tornò nel punto in cui si era svegliata e mangiò un po’ del pane dalla bisaccia di Lidia: le scorte di cibo erano esigue. Mentre aspettava che qualcuno si facesse vivo, decise di approfittare del sole caldo e, appoggiata la schiena contro un masso piatto, si slacciò la casacca. Si stupì nel vedere il suo torace piatto con i piccoli muscoli in rilievo, sorrise al pensiero di Benjamin Paddock che la osservava ora, senza i suoi lunghi riccioli, nei panni di un gagliardo giovanotto. Non troppo gagliardo, forse, ma lo stesso, si passò le mani tra i corti boccoli e si stiracchiò, chiudendo gli occhi e lasciando che il sole caldo le accarezzasse la pelle. Sussultò quando ebbe l’impressione che una nube avesse coperto il sole e riaprendo gli occhi si trovò davanti la Guardia che il giorno prima l’aveva ferita, sbalzandola contro il tronco,.

“Buon giorno a voi, messere.” Esordì il nuovo arrivato. “Sono lieto di vedervi in saluti, spero che l’incidente di ieri non vi abbia lasciato una ferita troppo brutta. E’ stato imperdonabile da parte mia.”

Visto da vicino, sembrava meno giovane di quanto non avrebbe detto: era senz’altro più vecchio di lei e Lidia.

“Buon giorno a voi…sto bene, non per merito vostro! Fortunatamente il mio compagno è un guaritore.” Rispose fredda, dopotutto quel tipo le aveva attaccate, senza troppe cerimonie.

“Ho visto, ho visto! il vostro amico è molto potente: suppongo che abbia curato anche me.” Il soldato si sedette accanto a Freyja. “Dopo avermi quasi ucciso, s’intende.” Concluse, dimostrando un certo pragmatismo di vedute.

Per un po’ rimasero in silenzio. Freyja avrebbe voluto chiedergli spiegazioni sul suo attacco del giorno prima ma non era sicura che a Luthen avrebbe fatto piacere che fraternizzasse tanto rapidamente con lo sconosciuto, considerato lo scopo di quel viaggio. Fu il giovane a parlare di nuovo.

“Vi trovo piuttosto esile per essere un uomo, credo di non aver mai incontrato un ragazzo tanto simile ad una fanciulla. Direi che, per costituzione siete simile alla mia sorellina minore…” E, senza pensarci strinse le dita lunghe attorno al braccio di Freyja per sottolineare la sua mancanza di muscoli. Questa mossa repentina e la consapevolezza di avere ancora la casacca aperta fecero schizzare in piedi Freyja che, nella concitazione dovuta all’imbarazzo, inciampò andando a sbattere goffamente contro Luthen giunto, inosservato, alle loro spalle.

“Cosa succede?” Chiese rivolto ad entrambi con aria cupa, sorreggendo Freyja per le spalle. “Questa persona ti ha fatto qualcosa…Roderick?”

“No, no…scusami sono inciampato…” Farfugliò Freyja mentre la giovane guardia li osservava con un’espressione indecifrabile.

“Perdonatemi messere, stavo giusto scusandomi con il vostro compagno per il mio comportamento di ieri.” Parlò a Luthen, poi rivolgendosi a Freyja. “La vostra scorta mi ha ragguagliato sulle ragioni del vostro viaggio e abbiamo chiarito l’equivoco dei due poveri pastori uccisi…un terribile incidente…”

“Vi avevo congedato, questa mattina, mi pare. Come mai, al mio ritorno, vi trovo ancora qui?” La voce di Luthen era aspra e il tono imperioso come quello di un comandante che parlasse a l’ultimo dei suoi servitori ma il giovane soldato sembrò non farci caso.

“Ero partito, infatti, ma poi mi sono reso conto di non aver espresso il mio rammarico al vostro nobile compagno, per la ferita che gli ho sventatamente procurato. Così ho deciso di tornare indietro.” Come scusa non sembrava molto convincente, pensò Freyja.

“Pessima decisione: noi dobbiamo partire e non desideriamo essere accompagnati. Ora toglietevi di mezzo e non fateci perdere altro tempo.” Così dicendo Luthen si rivolse a Freyja che teneva ancora stretta per le spalle. “Dobbiamo andare, ce la fai a proseguire?”

“Sì, certo: scusami se ho dormito tanto…” E voltatisi, si incamminarono.

“In fede mia, signore, credo proprio che una guida non vi sarebbe di intralcio, nella città di Glossa.” Il soldato aveva parlato a voce molto alta e i due provarono l’impulso di fermarsi per aspettarlo.

Freyja scrutò il volto di Luthen: i suoi occhi erano socchiusi mentre osservava lo sconosciuto. Il soldato venne a pararglisi proprio dinnanzi.

“Credo che dovreste lasciare che vi accompagni fino alla città e, se necessario, che vi aiuti ad attraversarla. Non è stata un luogo sicuro ultimamente, soprattutto per i forestieri…” Continuò fissando Luthen. I suoi occhi castani erano grandi e luminosi, Freyja si convinse subito senza problemi che sarebbe stata una vera fortuna se Luthen avesse lasciato che quel giovane così affascinante e sicuro di sé li scortasse. Non che credesse di avere bisogno di una scorta…però, magari, una guida…

Il suo compagno taceva, senza distogliere gli occhi dal giovane: sembravano intenti in un silenzioso confronto di volontà.

Fu solo un guizzo, una cosa di un attimo e Freyja fu certa che il nuovo arrivato non l’avesse neppure notato, ma per una frazione rapidissima di secondo ebbe la netta sensazione di veder risplendere negli occhi di Luthen il verde intenso di quelli di Lidia.

Fu solo un guizzo e nessuno, a parte Freyja, che anche altre volte aveva avuto la stessa impressione, sarebbe riuscito a distinguere quel bagliore smeraldino nello sguardo fisso di Luthen, ma un attimo dopo questi si voltò, sussurrando restio: “D’accordo, potete accompagnarci…solo fino a Glossa…”.

Lo sconosciuto sorrise, Freyja fu stupita ma non quanto avrebbe creduto. Luthen non aggiunse altro, avanzò da solo qualche passo lasciandola indietro.

Se tra i presenti ci fosse stato qualcuno disposto a riconoscerlo, avrebbe detto che il suo incedere fosse confuso più di quanto un ragionevole senso di prudenza avrebbe potuto suggerire.

 

Il resto della mattinata trascorse rapido e silenzioso. Luthen non aveva più proferito verbo e Freyja si accontentava di scrutare di sottecchi la loro giovane scorta che, per conto suo, sembrava abbastanza soddisfatta del risultato ottenuto. La città di Glossa si trovava a poco più di una giornata di cammino e, man mano che si avvicinavano, la vegetazione cambiava, così come la temperatura che stava diventando insopportabilmente calda. Soltanto quando il sole iniziò a tramontare e l’aria si fece  più fresca, i tre riuscirono ad avanzare con maggiore rapidità.

Durante la marcia, Freyja aveva provato più volte il desiderio di sbarazzarsi del gilet e della camicia. Il mantello arrotolato attorno alla vita le procurava un caldo insopportabile ed i piedi, costretti negli scarponcini, le dolevano. In più di un’occasione, Lidia dovette aiutarla a superare qualche ostacolo o dislivello, spesso sorreggendola perché il suo incedere svogliato la faceva inciampare con irritante sistematicità.

“Roderick, stai attento per favore: finirai per slogarti una caviglia. Il cammino è ancora lungo…” Sbottò Luthen, infastidito, all’ennesimo passo falso di Freyja.

Il giovane soldato si voltò a guardarli. Non sembrava affaticato: non sudava né si era mai lamentato del caldo da quando erano partiti, e non si era nemmeno curato di liberarsi del lungo mantello rosso, limitandosi a scoprire le spalle, lasciandolo penzolare lungo la schiena.

“Se volete, messere, sarei felice di portarvi sulle spalle per un po’…” Disse, rivolgendosi a Freyja che trasalì.

“Oh…signore, no! Scherzate?! Sono pesante…”. Balbettò.

“Affatto, ve l’ho detto: siete piuttosto esile, invero. Davvero, per me sarebbe un onore, sarebbe un’opportunità per ripagarvi in minima parte per la ferita che vi ho causato ieri.” E così dicendo, si avvicinò a Freyja che rimaneva immobile, confusa.

Fu Luthen, però a muoversi e, scattando avanti, si parò tra l’amica e la giovane guardia.

“Non avvicinatevi! Già non abbiamo chiesto la vostra compagnia, non imponeteci anche questa confidenza fuori luogo. Il mio compagno riesce a camminare perfettamente da solo!” E afferrato il polso di Freyja, la trascinò avanti bruscamente, aggirando la Guardia

“Ahi, Luthen, lasciami: mi fai cadere…”.

“Amico mio, non farmi pentire di averti portato con me!” La voce di Lidia fu come un una sferzata e Freyja rimase senza le parole adatte a rispondere. Il tono suonava definitivo, non lasciava spazio a repliche e, chinata la testa, Freyja non si sforzò di cercarne.

Nessuno parlò più, finché in lontananza non apparvero le mura alte di una città. Allora, il giovane soldato si voltò squadrandoli un attimo prima di annunciare:

“Miei signori, quella è la città di Glossa.”

Dapprincipio Freyja fu sollevata di aver di nuovo raggiunto un centro abitato: le mancavano le comodità di Belafois e Glossa era addirittura una città. Era curiosa ed emozionata mentre solcavano le vie affollate da bancarelle e viandanti, si guardava intorno colpita dai colori sgargianti degli abiti dei cittadini, dalle merci esotiche che venivano scambiate e vendute, dai carri variopinti trainati dagli enormi cavalli neri allevati nelle scuderie famose in tutta la terra di Henn: i cavalli glossati. Glassati, come rideva lei da bambina, insieme a Lidia.

Da parte sua Luthen era teso e silenzioso, camminava rapido per i vicoli senza incrociare lo sguardo delle persone. La loro guida era allegra e ciarliera e Freyja era sempre più grata di avere una scorta così divertente e piacevole. Soprattutto se paragonata all’ombroso Luthen.

“Dobbiamo trovare un posto dove trascorrere la notte, messere” Disse la Guardia rivolgendosi a Luthen. “E’ quasi buio e non è possibile entrare o uscire da Glossa dopo che il sole è tramontato.”

Luthen parve molto infastidito da questa notizia.

“State scherzando spero: non ho nessuna intenzione di trascorrere la notte all’interno della cinta muraria! Credevo aveste capito che abbiamo fretta e che non amiamo essere costretti in luoghi affollati.” Il suo tono fu duro.

“Come al solito” pensò Freyja tra sé.

“Sono desolato messere, non vi avevo inteso, è chiaro. Ma credetemi: non ci faranno uscire dalla città, le porte sono chiuse a quest’ora. Solo domani, all’alba, verranno riaperte e allora potrete proseguire il vostro cammino…” Cercò di scusarsi il giovane soldato.

Uno sguardo di puro odio che spaventò Freyja, attraversò gli occhi di Luthen il quale, tuttavia, non replicò, limitandosi ad inspirare profondamente. Fu Freyja a parlare:

“Se è così non possiamo farci niente. Sareste così gentile da condurci ad una locanda dove possiamo trascorrere la notte.” Lidia le rivolse un’occhiataccia e Freyja aggiunse in fretta. “Ehm…gradiremmo un luogo poco frequentato…”.

“Ho compreso perfettamente giovane signore, vi prego seguitemi. Mi spiace molto di aver irritato il vostro compagno…sono lieto che voi mi abbiate così prontamente perdonato.” E rivolse a Freyja un sorriso seducente che lei ricambiò, suo malgrado.

Si avviarono in una strada che deviava leggermente dal calle principale, più sgombra e silenziosa di quelle che avevano percorso fin lì. La guardia li condusse ad un massiccio edificio di mattoni scuri con una larga porta di legno. Un’insegna ondeggiava sopra l’ingresso: Il Vecchio Glossato – locanda.

Prima che varcassero la soglia, Luthen si voltò a guardare la Guardia che si apprestava a seguirli all’interno.

“Grazie per averci scortato sin qui. Potete considerare saldato il vostro debito: d’ora in poi proseguiremo da soli.”

“Ma signore, non conoscete le usanze locali: sarebbe meglio per voi se accettaste i miei servigi ancora per un po’, viaggereste più spediti…e poi, non mi pesa affatto scortarvi, anzi lo faccio con grande piacere. Lasciate che vi accompagni ancora!”

Stavolta, però, Luthen non sembrava intenzionato a lasciarsi coinvolgere e si voltò a fronteggiare il soldato.

“Soldato, sono dispiaciuto per avervi quasi ucciso, ieri…” A Freyja sembrò che calcasse il quasi. “Non eravate un nemico, evidentemente, e siamo stati, tutti e tre, vittime di un equivoco.” Luthen fece una pausa per riprendere dopo poco, la voce un sussurro. “Adesso non fatemi pentire di avervi curato, seguitando a mettere alla prova la mia tolleranza con la vostra sgradevole insistenza.”

Non aggiunse altro e, anche se Freyja si sarebbe aspettata che il giovane ribattesse in qualche modo, quello tacque e, dopo un solo momento di esitazione, rivolse loro un inchino e, mormorando un “Capisco…addio.”, si avvolse nel mantello e sparì nel vicolo.

“Addio? Tutto qui? Beh, mi aspettavo un congedo un po’ più cerimonioso…” Esclamò Freyja. “Voglio dire, ci ha a mala pena guardati…”

Lidia sembrava pensierosa. “Quello non era un normale soldato, Freyja. Anzi, credo che quello non fosse affatto un soldato…Voglio rimanere in questa città il meno possibile: vieni, andiamo a farci dare una stanza e chiudiamoci dentro finché non ci lasceranno attraversare le porte d’uscita.”

E, così dicendo, la spinse all’interno della locanda.

La taverna in cui si ritrovarono era un luogo scuro e affollato. Freyja si chiese da dove fossero entrate tutte quelle persone dal momento che i vicoli percorsi fin lì le erano sembrati deserti. Un fumo denso e il calore che si sprigionavano dal grande camino e dai corpi ammassati, rendevano l’ambiente claustrofobico. Freyja rimase vicina alla schiena di Luthen mentre si facevano strada verso un omone che, sbraitando dietro il banco, aveva tutta l’aria di essere l’oste.

Un rumore assordante di voci e un cozzare sguaiato di calici saturavano l’aria insieme al vapore ma Luthen non ebbe bisogno di alzare la voce per attirare l’attenzione dell’oste. Sembrava anzi che quei vecchi ubriaconi annusando il potere di cui era portatore, si scostassero di lato per lasciarlo passare.

“Non voglio stregoni nella mia locanda”. Sbottò il padrone ma sembrava incerto.

“Non siamo maghi. Vogliamo una stanza per questa notte.” La voce di Luthen era bassa, calma ma il vecchio sembrò udirla bene e, controvoglia ma senza ribattere, estrasse un pesante mazzo di chiavi da sotto il banco e gli passò davanti, facendo strada.

Stretta a Luthen, Freyja fu inghiottita dalla folla di persone che si richiuse dietro di loro, dopo che furono passati. Si ritrovarono in un corridoio di pietra, angusto e puzzolente. Salirono una scala e fermandosi davanti ad una porta scura e pesante.

“E’ la nostra stanza migliore.” Disse aprendo la porta su una sala quadrata occupata per la maggior parte da un unico enorme baldacchino. L’oste aveva tutta l’aria di chi si vuole sistemare l’anima, scusandosi del poco di sbagliato che potrebbe aver detto pur rimanendo muto per metà della sua vita. “Sono tempi bui questi, il regno è in disordine e le città di frontiera come Glossa sono le più pericolose. Uno non è mai troppo prudente: non sai mai in chi potresti imbatterti…” Rivolse un’occhiata sfacciata a Luthen. “E’ per questo che hanno raddoppiato le ronde notturne!”

Nessuno parlò, e quello proseguì. “L’esercito è entrato in città da due settimane e se ne sta nascosto dietro i bastioni della vecchia fortezza per non spaventare il popolo ma sappiamo tutti che sono lì. Ogni mattina, all’alba, una parte del reggimento muove verso il confine nord: vanno a portare cambi e rifornimenti alle guarnigioni che stazionano fuori dalla città, in attesa…scoppierà una guerra e presto, anche! E’ solo questione di tempo e, date retta a me, messeri, il tempo è agli sgoccioli.” Concluse gravemente, come uno che la sa lunga, dopodiché li lasciò entrare nella stanza, affidò la chiave nelle mani di Luthen e si allontanò lungo la scalinata.

“Lidia, la guerra! La guerra…ma come è possibile?! A Belafois nessuno sospetta neanche lontanamente una tragedia del genere e siamo solo a pochi giorni di cammino da qui!” Freyja era sconvolta e confusa. “Come è possibile che sia accaduto tutto nel tempo che abbiamo impiegato per arrivare a Glossa?!”

Lidia sembrò riflettere un momento, prima di rispondere. “Credo che l’incantesimo che accompagnò me e la mia famiglia fino a Belafois tanti anni fa abbia inciso sull’ordine del tempo e sulle leggi dello spazio…erano incantesimi potenti, lo sai” Le lanciò un’occhiata in tralice. “Avevano il compito di nasconderci e, nel farlo, credo abbiano allontanato impercettibilmente il lago Appaloosa dalla dimensione del reale di Henn. I laghi sono potenti bacini energetici…” Aggiunse, cercando di spiegarsi. Freyja la fissava, incredula.

“Non capisco, vuoi dire che il tempo che scorre a Belafois non è lo stesso tempo che scorre all’esterno?!”

“Più o meno, deve essersi modificata lievemente la struttura spazio-temporale della conca: non mi stupirei se, anche seguendo le indicazioni di una carta geografica, non fosse così facile raggiungere Belafois, senza essere certi della strada a dei punti di riferimento…”

“Beh, ma…noi riusciremo a ritrovare il modo per tornare, no?!” Freyja piantò gli occhi addosso a Lidia che esitò un attimo, prima di posarle delicatamente le mani sulle spalle.

“Certo che torneremo, Freyja, non temere. Ti riporterò a casa…” Si voltò verso l’unica finestra della stanza, una stretta feritoia che affacciava nel vicolo buio. “Ora dormiamo, domani sarà una giornata faticosa.”

Freyja si slacciò gli scarponcini e si sfilò calzoni e gilet rimanendo con indosso la lunga camicia bianca che la copriva fino al ginocchio. Quando entrò nel letto rabbrividì per le lenzuola gelate.

“Accidenti che freddo.” Si lamentò, strofinandosi energicamente gambe e piedi. Subito, però, si ritrasse. Allungò le gambe nude fuori dalla coperta di lana. I suoi polpacci erano ricoperti da una fitta peluria biondiccia. Fece una smorfia, scioccata.

“Lidia! Che orrore…non mi ero resa conto di essere diventata così…pelosa!”.

Lidia, sdraiata immobile sotto le coperte non poté trattenere una risata.

“Oh Freyja, sei un ragazzo…avresti preferito che ti lasciassi glabro come una donnicciola?!” Sembrava sinceramente divertita. Freyja, dal canto suo, non era affatto convinta.

“Ma io non voglio sembrare una scimmia! Oh, Lidia, non potremmo tornare noi stesse almeno per questa notte? Qui nessuno ci vede, in fondo…”. Il viso di Lidia assunse un’espressione preoccupata e triste. Freyja si dispiacque al pensiero che i suoi capricci avessero infastidito l’amica più di quanto non volesse.

“Non posso ritrasformarmi, Freyja, non finché non avrò portato a termine la missione per cui sono partita. La magia che ho operato su di me è molto potente e non posso rischiare di modificarne l’effetto disfacendola a mio piacimento.

“Vuoi dire…vuoi dire che potresti non riuscire a ritrasformarti?!” Freyja era allarmata.

Lidia la fissò a lungo poi rispose.

“Posso annullare questo incantesimo, Freyja, solo, non sono sicura che, quando sarà il momento vorrò farlo…” Lo disse in un sussurro e il tono parve in qualche modo rassegnato e profondamente stanco.

“Lidia, ma cosa dici…tu sei Lidia! D’accordo, forse non sei la persona più femminile che conosca, non sei frivola e ti piace studiare, combatti come il più potente dei guerrieri e sei seria in tutto ciò che fai. Sei forte come nessun altro che conosca e so che con ti seguirei anche nella tana di un orso senza temere che mi accadesse nulla ma…sei Lidia, sei una ragazza…forse ora per te non conta ma un giorno incontrerai qualcuno di cui ti innamorerai e allora vorrai essere te stessa con tutte le tue forze!”

Il bagliore verde degli occhi di Lidia guizzò per un attimo nell’abisso scuro dello sguardo di Luthen ma fu un attimo.

“Ci sono cose che non sai di me, Freyja…non chiedermi di svelarle ora, perché io non posso e tu non capiresti…”

“Sì che capirei…”

“Lo saprai, Freyja. Lo saprai, nonostante dubiti che, quando la tua curiosità sarà stata appagata, ti farà piacere.” Si interruppe per poi riprendere con voce ancor più flebile. “Ho paura che, dalla verità su di me, non riuscirò a proteggerti, anche volendo…”. Una ruga di preoccupazione le attraversò improvvisamente la fronte, come se un dolore improvviso l’avesse sopraffatta. Durò pochi attimi, poi Lidia si riscosse e le sorrise ma fu un sorriso che costava fatica.

“Però se non vuoi sentirti un gattino peloso, questa notte posso annullare il tuo incantesimo…”

Freyja avrebbe voluto rivolgere all’amica molte domande ma comprese che non fosse il momento: non aveva mai sentito Lidia così sinceramente scoraggiata. Si limitò ad annuire alla sua proposta, almeno quella notte sarebbe sembrata normale. O quasi.

Luthen allungò una mano verso di lei toccandole una guancia con la punta delle dita. Chiuse gli occhi e mormorò rapido delle parole incomprensibili. Freyja ebbe la sensazione che un lieve bagliore emanasse dal suo corpo e quando abbassò gli occhi sulle gambe ancora abbandonate sulla coperta, le trovò lisce e bianche come quelle che erano partite da Belafois, molti giorni prima. Sorrise, sfiorandole, poi si passò una mano tra i capelli.

“I miei capelli!” Esclamò. “Grazie Lidia!” Le rivolse un sorriso pieno di gratitudine.” Vedrai, sono sicura che potrai ritrasformarti anche tu…” E così dicendo si avvicinò all’amica, cingendole il collo con le braccia esili.

Fu un gesto spontaneo, ingenuo e affettuoso ma Lidia si irrigidì. Freyja si accorse che il suo abbraccio non veniva ricambiato e si allontanò un poco, fissando i suoi occhi in quelli di Luthen.

“Lidia, vedi? A volte, è come se dimenticassi poco a poco chi sei…sei tu! Non sentirti in imbarazzo per me, sono la tua Freyja, siamo amiche da quando eravamo bambine…” All’improvviso, avvertì la commozione incrinarle la voce. “Non voglio vederti così preoccupata, così cupa…a volte…a volte ho quasi paura di te, della tua furia che sembra scatenarsi senza controllo. Come quando hai attaccato quel soldato…ma quella non sei tu, lo so, è questo travestimento…lo prendi troppo sul serio, ti condiziona!” Due grosse lacrime le rotolarono lungo le guance. “Non voglio che dimentichi chi sei, Lidia, sei una persona meravigliosa e io ti voglio bene come se fossimo sorelle…non lasciarmi, ti prego…” E così dicendo, la abbracciò di nuovo. Stavolta anche le braccia dell’amica si sollevarono, lentamente, e strinsero il corpo morbido di Freyja.

“Sei dimagrita…non ti faccio mangiare abbastanza. Tua madre non sarà contenta, quando ti riporterò a casa.” La voce di Lidia era più distesa, ora. Per tutta risposta, Freyja singhiozzò.

Lidia le passò una mano sui riccioli morbidi e parlò di nuovo, dolcemente. “Insomma, il povero Luthen non vi piace neanche un po’, madamigella…”

“Oh, no!” Freyja si liberò bruscamente dalla stretta e posò le mani sulle spalle dell’amica, fissandola di nuovo. “Luthen mi piace molto!” Sorrise. “Se non sapessi che sei tu finirei per innamorarmene perdutamente!” Scoppiò a ridere, poi tornò seria e proseguì. “E’ che Lidia mi piace di più…a lei voglio bene.”

Luthen allungò una mano, asciugando piano le lacrime che avevano solcato il viso di Freyja.

I suoi occhi brillavano scuri e il candore della pelle sembrava risplendere nella cornice folta dei ricci neri. Fissò Freyja con intensità, senza parlare. Poi ne raccolse una minuscola lacrima sulla punta del dito e chiuse piano il pugno. Quando lo riaprì, la lacrima era diventata un piccolo diamante luminoso.

Freyja mandò un grido, stupita e lui sorrise. Poi le prese la mano e vi depositò la piccola pietra. “E’ tardi, Freyja.” Disse in un sussurro, allungandosi fino a sfiorarle la fronte con un bacio lieve. Freyja chiuse gli occhi, improvvisamente stanca, e si allungò sul letto, sbadigliando.

“Grazie…” Mormorò e stiracchiò le gambe, sdraiandosi.

“Grazie a te, amica mia… ti voglio bene anch’io.” Sussurrò Lidia. “E anche Luthen, temo…” Aggiunse prima di chiudere gli occhi.

Il respiro profondo di Freyja annunciava che il suo viaggio nell’oblio per quella notte era iniziato e Lidia, voltatasi a guardare l’amica ancora una volta, si addormentò.

 

Capitolo successivo: La Mendicante

Illustrazione originale di Antonella Antonioni per Estopia, diritti riservati.

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