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Recensione “La donna elettrica” di Benedict Erlingsson, Islanda (2018)

di Giulio Montalcini

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Hatla, la “donna elettrica”, protagonista del film.

Cosa è rimasto dell’Islanda di Leopardi e le sue Operette Morali?

Fiordi ghiacciati e brughiere di pioggia e di neve, cascate e rivoli di acqua sulfurea, praterie di pecore e terra nera di vulcani.

Un’isola inospitale e melanconica come una vecchia dalle mani appuntite  (Anche se i geologi la conoscono e riconoscono come terra “giovane”).

Ricordo mio nonno quando mi raccontò di averci portato mio padre all’inizio degli anni 60, che non aveva ancora 7 anni.

Un tempo era solo un’élite a potersi permettere un viaggio simile.

L’aereo costava come se la meta fosse la Patagonia ora, una minestra di carne valeva 15 volte un nostro minestrone e sulla Ring Road (unica strada del Paese) trovavi una manciata di distributori di benzina.

La neve si scioglieva agli albori di Giugno e depositava i suoi fiocchi nuovamente alla metà di settembre, durante la tregua estiva.

E’ proprio la nuova estate islandese che, dall’inizio degli anni 90 fino ad oggi, ha fatto conoscere al mondo occidentale rendendo accessibile una terra tanto meravigliosa.

In quegli anni di rivoluzione post-rock, con le musiche di Bjork e Sigur Ros che scalavano le classifiche internazionali, si affermò il mito contemporaneo della Terra dei Vulcani.

I fiordi e le strade di Rejkyavik e Akureyri, tutte d’improvviso, si ritrovarono invase prima di giovani pionieri americani, fino alla contemporaneità, dove sullo strapiombo di Gullfoss gruppi di anziani giapponesi si scattano una foto vestiti di capi North Face.

Furono gli amanti della montagna e gestori dei grandi marchi americani come Patagonia, per primi, ad accaparrarsi una fetta di pubblico che rimaneva estasiato alla vista delle caverne di ghiaccio al di sotto del Lago Myvatn.

Negli ultimi anni ci fu poi l’esplosione hipster capeggiata da gruppi come Bon Iver a far nascere il fenomeno globale dell’invasione collettiva di barbe e cappelli di lana, maglioni e abbigliamento che la popolazione islandese vestiva da più di un secolo e che, ora, improvvisamente affolla anche il nostro Paese.

Insomma, la nuova estate islandese non è sfuggita ai grandi marchi di abbigliamento e alle etichette discografiche, oltre che al cinema (complice il fatto che il Governo non tassa le riprese in Islanda per fare pubblicità e incassare in nuovi migliaia di arrivi ogni anno).

Questa nuova estate islandese non è passata inosservata nemmeno ai nuovi ricchi, cinesi in primis, che vedono in un paese di 300000 anime (di cui metà imparentate), ricco di risorse naturali, una terra di conquista del nuovo colonialismo industriale (ecologista e sostenibile di facciata, perché comunque ancora ancorato al profitto insostenibile).

Ed è proprio la nuova estate islandese ad essere lo scenario  di questo film affascinante dove Hatla, donna islandese single con il mito di Gandhi e Mandela, lotta sola contro un’industria siderurgica locale colpevole di alterare gli equilibri naturali della sua terra natia, andando in giro per la brughiera a sabotare con arco, frecce e sega elettrica le condutture elettriche disseminate nel Nord Ovest del Paese (la zona nord ovest di Reykjavik è la più industrializzata dell’isola).

Ad intervalli scanditi dalle pale degli elicotteri che le danno la caccia, l’azione di questo personaggio donchisciottiano è costantemente fiancheggiata da un terzetto di musicisti islandesi e da un coro di giovani ucraine vestite della tradizione (trovata registica molto credibile, anche se non del tutto originale, vedi Birdman) di cui si intravede, con il passare dei minuti, il senso della comparsa.

Giovanna d’Arco islandese nelle praterie e perfetta cittadina modella che incarna la quintessenza della tradizione islandese femminile (sportiva, direttrice del coro della Chiesa, autonoma) Hatla ha una vita a due facce (come tutti i supereroi) profondamente solitaria.

È single, ha un solo amico, un funzionario del Ministero che aiuta a coprirla, una sorella gemella e poco altro.

Divisa nell’anima fra il conformismo di cui lei stessa è vittima, e la sua anima profondamente ferita, ribelle e ambientalista, la battaglia di Hatla rischia di capitolare a causa dell’arrivo in adozione di un’orfana di guerra dall’Ucraina.

Con il rinnovo del sopito istinto materno Hatla riuscirà a dare un senso compiuto al suo scopo solo grazie all’aiuto delle altre persone, che sembrava aver dimenticato.

Hatla che era isola in un’isola, riuscirà nuovamente a comprendere la solidarietà umana.

Nelle azioni guidate dall’ideale c’è per chi osserva, mi pare, un sentimento contraddittorio: le azioni di Hatla hanno un che di infantile e incomprensibile ma anche di invidiabile.

Invidia, stima ed una difficile empatia come, d’altro canto è viaggiare nei paesi europei del nord.

Per chi dei nostri lidi viaggia fisicamente oppure attraverso lo sguardo cinematografico in quei paesi, in qualche modo, credo si ponga frequentemente il quesito di trovarsi di fronte a qualcosa di magnifico ma anche di inafferrabile.

Ecco perché in un film disseminato di citazioni cinematografiche, letterarie e musicali (parlavo di Birdman, Don Chisciotte, ma a me è venuto in mente anche – non ci crederete – il signore degli anelli, la compagnia dell’anello e ovviamente, il mito di Robin Hood), forse è più facile attenuare il senso di distanza con la nostra anima cocciutamente mediterranea.

Questo è il primo merito del regista a cui, d’altra parte credo vada riconosciuto il merito di aver inquadrato la contraddittorietà dell’ideale vivente nella mente della protagonista, con la sua difficoltà di essere indossato insieme alle scarpe monomarca della democrazia europea.

Cionondimeno non può bastare, in effetti, una buona dose di conoscenza del cinema ed un occhio meravigliato dai paesaggi islandesi per affermare che vedrete un film di cui vi innamorerete a prima vista.

Credo vada apprezzato comunque un finale ben focalizzato sul destino di molti popoli nei prossimi trent’anni, se si continuerà ad ignorare l’urgenza del cambiamento climatico.

Ad ogni modo, il privilegio europeo sta venendo meno e merito del nostro cinema è rappresentare, anche con spunti di fantasia, il mondo in cui viviamo oggi.

Consiglio la visione, anche nelle scuole, perché sono sicuro che questo film avrà modo di dividervi.

Una pellicola che non divide, del resto, difficilmente offrirà spunti per essere rivista.

Vi lascio con questa bella vista su una cittadina che ho amato molto durante un viaggio di qualche anno fa che si trova poco lontano dalla location di questo film (anche se purtroppo ora la ricordo con un po’ di malinconia).

 

 

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