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Person of Interest la fine delle trasmissioni

di Elisa Tomasi

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Per Peson of INterest la fine è arrivata ma il mirino ben centrato nel suo logo rimane per noi ancora fonte d'ispirazione

CBS Studios

Person of Interest  la fine la vedeva arrivare con l’ultimo episodio, Return 0, andato in onda sulla rete “generalista” CBS il 21 giugno dello scorso anno, contando che il 2016 era un anno bisestile e che quindi ad oggi i canonici 365 giorni sono passati, è un buon momento per ricordare questa serie cult, che ha accompagnato una buon parte di popolazione “millennials” a districarsi nella fitta rete di immagini ed immaginari che il mutevole paesaggio tecnologico di quegli anni alimentava, formava e deformava. La visione orwelliana di Person of Interest ci ha reso tutti un po’ più consapevoli di quanti occhi di vetro ci scrutino e tutti un po’ più paranoici sulla facilità con cui si possa clonare un cellulare, per questo dobbiamo ringraziare tutte le app inventate in corso d’opera da Finch e ben applicate dal fido segugio Mr. Reese, per questo quando passiamo in prossimità di telecamere con lucina rossa lampeggiante qualcuno l’ammira con vena nostalgica e per questo quando si vede qualcuno per strada intrattenere una conversazione con se stesso ci si chiede se non si sia in realtà in presenza di una Root qualsiasi in comunicazione con la Macchina se non addirittura si sia di fronte a La Macchina stessa.

per Person of Interest la fine dell'umanità è quella di finire in un circuito chiuso di sorveglianza di un'intelligenza artificiale senziente

CBS Studios

La grandezza di Person of Interest è proprio questa: nella trasformazione del particolare quotidiano, del dettaglio di un giorno qualunque passato nella nostra normale routine tecnologica e di come questa abitudinarietà diventi racconto dello straordinario nell’irrompere sulla scena di Mr. Reese coi suoi salvataggi spettacolari, tinti di quella tamarraggine così cool da supereroe americano, per poi ancora una volta far rientrare quella narrazione nella sua dimensione di episodio che, con lo scorrere della stagione, puntata dopo puntata, si viene a scoprire elemento essenziale della macro narrazione dell’intera serie. Person of Interest la fine l’aveva già chiara fin dall’inizio, il suo raccontare, è un susseguirsi di immagini che vanno a creare una sua mitologia, tant’è che persino i suoi personaggi secondari vengono ricompresi nell’aura di leggenda che aleggia su tutto il racconto, è così che Zoe Morgan ed Elias diventano a noi indimenticabili quanto Finch, Reese, Carter, Fusco, Root, Shaw e anche Bear.

Person of Interest è dunque un racconto mitologico, di una mitologia in nascere sul nostro presente, un immaginario che non attinge al passato, se non nelle sue visioni distopiche sul futuro ( 1984 quanto sei lontano e pur sempre presente), per l’appunto ci troviamo in questa serie non in un galassia molto molto lontana ma in un futuro molto molto vicino, che si sta cucendo addosso già tutte le frustrazioni, le speranze, le paure del nostro presente.

Il mito come racconto è d’altronde nelle vene di chi ha creato Person of Interest, Joathan Nolan, il fratello minore dell’altro Nolan, che proprio quest’anno è andato ad indagare a modo suo la mitologia delle origini del suo continente d’adozione, il suolo statunitense, infatti con il suo Westworld si ripercorre il Western e la frontiera americana in una visione Sci-Fi del processo mitopoietico dell’immagine del Far West. E da ricordare è anche tutto il lavoro di scrittura della trilogia del Cavaliere Oscuro per la regia del fratello che Jonathan Nolan ha intrapreso andando a rivisitare un altro personaggio mitico americano, Batman.

Infatti Batman è anche presente in Person of Interest, che qui nella figure di Finch, milionario filantropo, e Mr. Reese, giustiziere nell’ombra, si sdoppia ma rimane pur sempre maschera, nessuno saprà mai il vero nome dei due, solo i loro alias.

La qualità di scrittura che Person of Interest sprigiona per creare il suo universo è tale non solo nel poterci regalare personaggi che rimarranno a lungo nel nostro immaginario (chi si scorderà mai di Root?!) ma pone in essere un discorso così ben strutturato, che sfrutta le limitazioni dovute al suo format, un prodotto che la CBS ha sempre voluto nelle caratteristiche più classiche del serial con episodi autoconclusivi e facilmente leggibili dal grande pubblico, con il loro inizio, svolgimento e fine sempre ripetuti nella forma; e proprio da queste costrizioni il narrare si evolve e riesce ad impostare le sue premesse per una narrazione che in profondità si dispiega in dialogo filosofico sul nostro presente, dove solitamente a porci questioni di senso su temi come la vita, la morte, la natura dell’essere umano, l’etica e la morale, vi sono i battibecchi tra Finch e Root ma non solo a volte è la stessa Macchina a toccare corde dell’umano che difficilmente ci si aspetterebbe potrebbero essere accolte da un’intelligenza artificiale senziente. E poi ci sono episodi come If-Then-Else che toccano livelli di meta narrazione che fanno venire il capogiro e vanno a cogliere proprio l’ethos dell’essere postmoderno.

Per Person of Interest la fine del suo scriversi appare come il ragionare de la Macchina che ha ideato

CBS Studios

Il percorso compiuto per giungere a “Person of Interest la fine” è descrivibile nell’iperbole della sua colonna sonora, che è anche quella memorabile, curata da Ramin Djawadi, che forse lo si riconosce nel suo genio nell’aver impresso nelle nostre menti il DAh DAh da da da DAh da da DAh DAh dei titoli d’apertura di Game of Thrones (manca poco!). I temi musicali dei finali di stagione delle 5 che compongono l’intero arco narrativo di Person of Interest sono:per la Prima, “I’m afraid of Americans” di David Bowie, qui in versione Nine Inch Nails; per la Seconda, parte della colonna originale composta dal sopradetto genio del male, Ramin, intitolate “The man who sold the world” (David deve piacere molto al suddetto) e “God Mode”; per la Terza, un’accoppiata vincente di “Karma Police” e “Exit music” dei Radiohead; per la Quarta, e all’epoca ci si chiedeva quando l’avrebbero finalmente usata con un titolo così perfetto, “Welcome to the Machine” dei Pink Floyd; e infine a chiudere il tutto nella Quinta la bellissima e minimalista “Metamorphosis One” di Philip Glass. Quindi un percorso che si conclude, nei vari stadi del suo trasformare deliri di paranoia a deliri di onnipotenza e ancora a rassegnazione di un’umanità ormai perduta, a compimento di una metamorfosi semplice ma essenziale.

Person of Interest la fine l’aveva inscritta nel suo essere prodotto del suo tempo, di una cultura che è la nostra in continua mutazione e che delle nostre paure e speranze nutre il suo futuro molto molto vicino ed è proprio questo che la serie racconta e proprio per questo per alcuni è un “cult”.

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