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La trilogia di Nolan e i fumetti: Il Cavaliere Oscuro

di Luca Rasponi

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Perché sei così serio? Questa domanda rieccheggia costante nel film Il Cavaliere Oscuro, secondo atto della trilogia di Christopher Nolan dedicata a Batman. A porla è il Joker, folle criminale che a tratti appare come l’incarnazione stessa del caos. Almeno nella misura in cui, al contrario, l’Uomo Pipistrello rappresenta la razionalità e l’ordine.

Tutto il film è costruito sulla contrapposizione tra queste due forze di segno opposto. Di Batman conosciamo tutto, di Joker nulla. Batman è dotato di equipaggiamenti tecnologicamente avanzati per ogni situazione, Joker possiede solo coltelli e dinamite. Batman è guidato nella sua crociata da una ferrea morale, mentre a Joker interessa solo infrangere ogni regola.

Questa profonda dicotomia che vede contrapposti i due personaggi quasi fossero due archetipi, ha radici molto profonde nella storia fumettistica di Batman. Ancora una volta, Nolan modifica ampiamente le vicende del Cavaliere Oscuro, avendo però ben chiaro un obiettivo molto semplice: restituire una versione dei personaggi fedele nell’essenza a quella del fumetto.

Non serve dire che il bersaglio è centrato in pieno. Nel 1989 Tim Burton aveva scelto di narrare le origini del Joker, raccontando la caduta in uno scarico di rifiuti chimici che aveva trasformato il criminale di bassa lega Jack Napier. Nolan fa l’opposto: non racconta le origini del Joker – che pure sono presenti nei comics – scegliendo invece di preservare il mistero assoluto che circonda la sua identità, come accade nel fumetto. Batman, il miglior detective del mondo nell’Universo Dc, che non riesce a scoprire l’identità segreta del suo peggior nemico. La contrapposizione tra i due personaggi è assoluta, al punto tale da renderli complementari. A sottolinearlo con ironia e chiarezza è lo stesso Joker nella scena dell’interrogatorio, di fatto il primo vero confronto tra i due.

Come tutto il film, questo dialogo è ispirato con forza a The killing joke, di Alan Moore e Brian Bolland. In questo graphic novel del 1988, il Joker cattura Jim Gordon con l’obiettivo di farlo impazzire. E ai suoi sottoposti, indicando il commissario in gabbia, dice: «Signore e signori, […] il più raro e tragico degli scherzi di natura! L’uomo medio! Fisicamente trascurabile, possiede peraltro un sistema distorto di valori. Notate l’abnorme rigonfiamento del senso di importanza dell’umanità. La coscienza sociale deforme e l’ottimismo atrofizzato. […] Sommamente repellenti sono le sue fragili e inutili nozioni di ordine pubblico e sanità mentale. Sottoposte a una pressione eccessiva… esse cedono».

Parole che tornano in un’altra scena chiave del film, il dialogo finale tra Batman e Joker. «La follia, come sai, è come la gravità: basta solo una piccola spinta»: così Joker spiega la trasformazione che è riuscito a causare in Harvey Dent. Allo stesso modo, in The killing joke il criminale rapisce il commissario Gordon nell’intento di dimostrare che «non c’è differenza tra me e chiunque altro! Basta una giornata storta per trasformare il migliore degli uomini in un folle». Tesi a cui Batman sembra rispondere nel film, quando il piano di Joker per far esplodere le navi fallisce: «Che cosa volevi dimostrare, che in fondo sono tutti mostruosi come te? Sei l’unico!».

L’insanabile contrapposizione tra i due personaggi non esclude però alcuni tratti comuni. «Per loro sei solo un mostro, come me. Ora gli servi… ma tra un po’ ti cacceranno via» dice Joker a Batman nel corso dell’interrogatorio. Allo stesso modo, The killing joke si conclude con una barzelletta, raccontata da Joker, a cui anche Batman ride dopo un po’ di esitazione. Come a dire che i pazzi sono due: hanno solo scelto lati diversi della stessa barca.

Un po’ quello che accade anche in Un mondo in bianco e nero, la storia breve scritta da Neil Gaiman e disegnata da Simon Bisley per Batman Black & White. Qui Batman e Joker sono attori che recitano la loro parte di personaggi in un fumetto, così come nel film sembrano scontrarsi sul set della società mentre il pubblico dei cittadini assiste alla loro battaglia.

L’idea stessa che Joker racconti storie sempre diverse sulle sue cicatrici può essere ricollegata a The killing joke, dove a proposito delle sue origini il criminale dice a Batman: «Qualcosa del genere è successo a me, sai. Io… non sono certo di cosa sia stato. A volte lo ricordo in un modo, a volte in un altro… se proprio devo avere un passato, preferisco avere più opzioni possibile!».

Ma Il Cavaliere Oscuro non è solo Joker. Un altro personaggio valorizzato con decisione da Nolan è Harvey Dent. Il procuratore distrettuale di Gotham non è semplicemente l’alter ego di Due Facce, un nemico come un altro in una galleria di folli, ma è prima di tutto un uomo onesto e integerrimo che crede fermamente nella giustizia senza compromessi. Diversamente da Batman, Dent agisce entro la legge e nel nome di essa. E al contrario di Gordon, non accetta compromissioni di alcun tipo (come la corruzione dei propri uomini).

La trasformazione in Due Facce avviene nel film a causa del Joker, che riesce così a dimostrare la sua tesi. Si tratta in questo caso di un cambiamento introdotto da Nolan per rendere la trama più lineare: le origini fumettistiche di Due Facce, come narrato nel numero 66 di Detective Comics (agosto 1942) sono infatti dovute al boss Salvatore Maroni, che gli getta in faccia una fiala di vetriolo durante un processo, sfigurandolo (una circostanza richiamata da Nolan nel Cavaliere Oscuro con la scena dell’attentato a Dent in tribunale, durante il processo allo stesso Maroni).

Nel film, inoltre, Harvey Dent dimostra solo marginalmente i segni di uno squilibrio psicologico pre-esistente, che invece nel fumetto sono molto marcati a causa di un passato difficile. Un’infanzia di povertà e abusi narrata in Gli occhi di chi osserva (Andrew Helfer e Chris Sprouse, 1990), oltre che nella miniserie The long Halloween di Jeph Loeb e Tim Sale, la fonte d’ispirazione più utilizzata per delineare la figura di Harvey Dent nel Cavaliere Oscuro. In questa serie spicca anche l’ambigua figura della moglie del procuratore, Gilda Dent, nel film parzialmente sostituita da Rachel Dawes in un triangolo amoroso con Bruce Wayne totalmente introdotto da Nolan.

Come nel film, anche nel fumetto la figura di Dent rappresenta il conflitto insanabile tra ordine e caos, sanità e follia. Lo dimostra, ad esempio, il fallimentare tentativo di curare gradualmente il suo disturbo della personalità multipla passando dalla moneta alle carte (Arkham Asylum, graphic novel del 1989 di Grant Morrison e Dave McKean).

Afferma il Joker in The killing joke, sempre a proposito dell’uomo medio: «Come può questo povero, patetico esemplare sopravvivere nel mondo spietato e irrazionale di oggi? Posto di fronte alla realtà ineludibile della follia, della casualità, della futilità dell’esistenza umana, […] cede riducendosi a un bruto vaneggiante. Come biasimarlo? In un mondo psicotico come questo… ogni altra reazione sarebbe una follia!».

Ed è proprio così che reagisce Harvey Dent: dopo aver avuto la sua giornata storta con la morte di Rachel non riesce più ad accettare le contraddizioni del mondo e cede alla follia e al caos. Perché quest’ultimo, almeno, «è equo». Lungo queste due direttrici – la contrapposizione Batman/Joker e la figura di Harvey Dent – si snoda il film e si articolano i suoi principali legami con le storie a fumetti. Che però non sono certo gli unici: come Batman Begins e The Dark Knight Rises, anche Il Cavaliere Oscuro è ricco di riferimenti minori a personaggi e storie dell’Uomo Pipistrello.

All’inizio del film, ad esempio, compaiono alcuni cittadini di Gotham che imitano goffamente Batman improvvisandosi vigilanti mascherati. Alla domanda fondamentale «Perché tu puoi farlo? Qual è la differenza fra te e me?» l’Uomo Pipistrello risponde con una battuta, liquidando la questione con facilità.

Una via d’uscita che non può permettersi nello story arc Fede, scritto da Mike W. Barr e Bart Sears per Legends of the Dark Knight (numeri 21-23, 1991). In questa storia, infatti, Batman deve vedersela con un intero esercito di suoi imitatori guidati dal fanatico John Ackers, che dopo essere stato salvato dal Cavaliere Oscuro prima tenta di imitarlo e poi, ai primi segnali di disapprovazione dell’eroe, di ucciderlo.

Un riferimento più labile e remoto nel tempo è quello al numero 1 di Batman (1940) albo in cui per la prima volta compare il Joker. In questa intrigante avventura, intitolata semplicemente The Joker e firmata dalla coppia Bob Kane/Bill Finger, il Cavaliere Oscuro deve fronteggiare un misterioso criminale che annuncia le sue vittime per radio e poi le uccide a mezzanotte, utilizzando un veleno che ne deforma il volto in un ghigno sinistro.

Il criminale, che si scoprirà poi essere il Joker (in un caso addirittura travestito da poliziotto, come nel film), firma i suoi delitti con una carta da gioco, un tratto rimasto inalterato nel corso dei decenni. Ma più di tutto è l’orario degli omicidi a collegare questa storia al film di Nolan, che la segue di quasi 70 anni: le navi che il Joker progetta di far saltare nel Cavaliere Oscuro, infatti, hanno tempo fino a mezzanotte per farsi esplodere reciprocamente. The Joker è stata recentemente riscritta da Ed Brubaker e Doug Mahnke con il titolo L’uomo che ride (2005): una storia che non può essere passata inosservata all’attento sguardo di Christopher Nolan.

Il regista inglese, brillantemente coadiuvato alla sceneggiatura dal fratello Jonathan, con Il Cavaliere Oscuro ha prodotto un capolavoro che supera gli steccati di genere, non classificabile come semplice film di supereroi. Questa pellicola sublima nel migliore dei modi la sua visione di Batman, proponendo al contempo una versione cinematografica del personaggio credibile e fedele al background fumettistico. Un rapporto che oggi abbiamo provato ad approfondire dopo esserci dedicati il mese scorso a Batman Begins: il nostro viaggio si conclude tra un mese con l’analisi di The Dark Knight Rises… restate sintonizzati!

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4 commenti per “La trilogia di Nolan e i fumetti: Il Cavaliere Oscuro

  • Luca Spadazzi ha detto:

    Veramente stupendo. Aggiungo un particolare nascostissimo ma – e per questo – pregevole: nel fumetto in cui si narrano le vicende avverse di Harvey Dent, nell’ultima vignetta Batman propone di affidarsi allo specialista europeo Dr. Ekhart, e ne “Il cavaliere oscuro” il ruolo di Harvey Dent è dell’attore Aaron Eckhart 🙂

    • Luca Rasponi ha detto:

      Grazie per il complimento Spada, ma soprattutto per la chicca: davvero preziosa, sinceramente mi era sfuggita e mi fa piacere che tu l’abbia segnalata. Nei miei articoli cerco sempre di mettere tutto quello che posso, ma ogni integrazione è più che mai gradita! Chissà se il buon Nolan ha scelto il bravissimo Aaron Eckhart anche per questo particolare riferimento… 🙂

  • Francesco Campana ha detto:

    Ottimo lavoro Luca, davvero coinvolgente!

    • Luca Rasponi ha detto:

      Grazie Campa! L’obiettivo in effetti era provare a coinvolgere il lettore in un’analisi che se vogliamo è anche un bel po’ dettagliata, forse troppo… contento di esserci riuscito! 🙂

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