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“Escimi di tra’ piedi, villana temeraria” – dovrei dire a mia nonna

di Michela Pusterla

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Buffe ragioni per cui parlare con chi non conosce Manzoni e Einstein sarebbe in ogni caso inutile

Mi è capitato, di recente, di assistere ad un discorso del Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, una specie di panegirico degli studi classici, che aiutano a vivere la vita, ai quali tuttavia va affiancata la ricerca scientifica. Che, voglio dire, non è niente di nuovo: ma comunque. Il discorso era certo più complesso e dava sicuramente degli spunti più interessanti di quanto si colga nel riassunto banalizzante che ne ho fatto io; è probabile, semplicemente, che io non l’abbia capito a fondo e che quindi non sarei in grado di parlarne.

Mi concentro, allora, su un passaggio. Bene, per rendere più vivo il parallelismo astratto tra humanae litterae e scienze, attraverso quegli esempi pratici che usava anche Gesù Cristo, il Rettore ha pensato di dire qualcosa che suonava un po’ come: voi non parlereste mai con qualcuno che non sa chi sia Manzoni, allora dovreste essere altrettanto scandalizzati dal fatto che qualcuno non sappia chi sia Einstein. La nuova frontiera della parità dei saperi: l’ignoranza è altrettanto esecrabile in ogni campo.

Sono certa che, nel corso della sua esistenza, anche il Rettore abbia già parlato con un infante, un mendicante straniero, un operaio ignorante, che – per definizione – non possono conoscere Manzoni. Il punto è che in linea generale, lui – preso qui ad esempio casuale della classe dirigente italiana – si scandalizza davanti al fatto che esista qualcuno (al di fuori dei membri delle tre categorie sopracitate) che vive nell’ignoranza, e che vi si crogiola bene, da secoli. Un mondo di gente con cui noi – membri dell’élite culturale – non entriamo (né avremmo ragione per entrare) in contatto.

Bene, stando così le cose, io – vi dico – non dovrei parlare con mia nonna. Mi risulta un po’ difficile, sai, Magnifico Rettore, non parlare con mia nonna. Mia nonna non credo che sappia chi è Manzoni. O forse potrebbe dirti che è l’autore dei Promessi Sposi, ma lo farebbe per il semplice fatto che è nata, svezzata, sposata e ingrassata cinquanta chilometri da dove viveva Lucia, e i monti a cui Lucia dà l’addio sono i monti oltre cui lei non è mai andata. Ma, voglio dire, poi non è che saprebbe dirti qualcosa su chi sia davvero Manzoni, o cosa siano i Promessi Sposi, o la risciacquatura in Arno o la faccenda che sono il fondamento della lingua italiana in saecula saeculorum.

Mia nonna è nata da un carabiniere contadino e da una contadina contadina in una frazione di una valle alpina, ottantuno anni fa. Ha arato campi e coltivato la vigna tutta la vita – e lo fa ancora adesso anche se pare incredibile che ci sia ancora gente che ara campi e coltiva vigne. Ha fatto tre anni di scuole elementari. Il primo anno è stata bocciata, perché – dice – così almeno potesse essere in classe con suo fratello, che ha un anno in meno di lei. È uscita dalla Valtellina qualche mese, sui vent’anni, è andata a lavorare in Svizzera. Contadinotta cameriera dai seni forti.

Dicevo. Io studio Lettere all’Alma Mater Studiorum di Bologna. A ben pensarci, non ho niente da dire ad una vecchia con questa storia qui. Volessi anche solo parlarle di letteratura, di arte, di scienza, di Pasolini, delle primarie del Pd, della differenza tra Petrarca e il petrarchismo, dei pittori fiamminghi, della sistema elettorale proporzionale, del secondo piano quinquennale, dell’articolo 18, della mutazione antropologica connessa all’avvento dei social network, non potrei. Non avrebbe niente da dire. Non capirebbe di cosa sto parlando.

Il punto è che – prima che questo accenno del Rettore mi aprisse gli occhi – non mi ero mai accorta che con mia nonna non posso assolutamente discutere dell’etimologia greca di una parola, del ruolo della paura nella democrazia, della liberazione sessuale in seguito al Sessantotto, dell’opportunità della conversione al nucleare del sistema energetico italiano e delle fonti rinnovabili. (A proposito, viva le fonti rinnovabili).

Mia nonna, il 7 novembre, s’è svegliata e ha detto: “’L me morte l gat, ma l’à buscì vengiùt Obama”. Nel mondo, per lei erano successe due cose: un’automobile aveva investito il suo gatto e in America (l’America, per lei, sono gli Stati Uniti, non c’è altro) un uomo aveva vinto le elezioni. I due fatti erano collegati in questo modo: “Mi è morto il gatto, ma perlomeno ha vinto Obama”. La vittoria di Obama toglieva tristezza alla morte del gatto. Ma se io le avessi chiesto il perché di questo fatto, non credo che ne avrei avuta una risposta. Non credo che si sia resa conto della rivoluzione culturale che ha implicato l’elezione di un presidente nero, della salvezza per il mondo che implica la sua rielezione, di un voto che quattro anni fa si era dato con il cuore e ora si è dato con la testa, della differenza sostanziale tra Obama e Romney, del fatto che – in fondo – sono entrambi figli di un’America capitalista, e grassa, e dominatrice, e sempre più povera. Dico io, il 7 novembre, io e mia nonna avremmo potuto, al massimo, parlare del gatto. Tutto quello che lei aveva da dire su Obama l’aveva esaurito in quella frase lì.

Dunque, ha ragione il Rettore. E mi chiedo come io abbia fatto a parlare con mia nonna per i passati vent’anni: o un po’ meno, mi sa che all’inizio, nemmeno io – che sono poi entrata a far parte della gloriosa élite culturale che sa datare le varie edizioni dei Promessi Sposi – sapessi parlare. Soprattutto, mi chiedo cosa ci siamo dette.

Potremmo pensarci: c’è un’intera popolazione di gente così. Mezza Italia di analfabeti e di analfabeti di ritorno: che non significa che non sappiano scrivere messaggi sul frigo o citare Baudelaire sugli stati di facebook: significa che scrivono poco, cose senza contenuti di pensiero, e magari con qualche errore ortografico. Gente a cui le cose che noi riteniamo importanti, nobili, le cose per cui vale la pena parlare e scannarsi e combattere, non interessano, o gente che non le conosce. È gravissimo ed è così. E la classe dirigente, le élites in ogni campo, non lo sa, perché non ha occasione di entrare in contatto con questa gente piccola, e non lo vuole sapere, perché si è sempre fatto così. Con questa gente noi non parliamo, ma non per forza perché ci riteniamo superiori, piuttosto perché – più semplicemente – non abbiamo punti di contatto, non abbiamo nulla da dirci.

Mi dispiace ma io non ci sto. Quando mia nonna mi ha spiegato che è più efficace pregare san Gaetano che sta sulle montagne di quanto non lo sia pregare Dio che sta in cielo, che non bisogna regalare fazzoletti perché portano lacrime e che per cogliere le mele bisogna alzarle delicatamente verso l’alto, in modo tale che il picciolo non resti attaccato al ramo, io ho imparato qualcosa, della vita. Ho imparato l’eresia che c’è più verità in una persona che in un libro – anche se la persona in questione non recita Arma virumque cano, scandendo gli accenti dell’esametro. Soprattutto, mi verrebbe da dire, se la persona in questione non recita Arma virumque cano, scandendo gli accenti dell’esametro, ma sconfinerei in un’altra forma di intolleranza, di élitarismo al contrario.

Resta il fatto che Dionigi non m’ha troppo convinto – io, mia nonna che racconta storie voglio ascoltarmela ancora per tanti anni.

[Scagliatevi, contro l’università di massa. Vi do ragione, ma se non fosse esistita, questa maledetta e sbagliatissima università di massa, io non sarei qui a parlare con voi che con le vostre nonne potete parlare di Bach.]

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Un commento per ““Escimi di tra’ piedi, villana temeraria” – dovrei dire a mia nonna

  • Paolo Rizzi ha detto:

    Beh, il punto è esattamente che quelli che con le loro nonne parlavano di Bach non vogliono parlare con quelli che con le loro nonne parlavano di come si raccolgono le mele.

    Per 30 anni hanno assistito con raccapriccio ai figli degli operai che diventavano dottori e a gente col diploma da perito che si laureava in relazioni internazionali. Ora, guardano finalmente con serenità e fiducia nel futuro al crollo delle immatricolazioni e alla liberalizzazione della contribuzione studentesca.
    E che finalmente la si smetta con quest’idea sciocca della mobilità sociale, l’università deve servire a forgiare un’elite, una classe dirigente staccata da chi non conosce ne Manzoni ne Einstein (e che non lavori per farglieli conoscere, sia ben inteso!).

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