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Netflix Altered Carbon: siamo sicuri di volere l’immortalità?

di Luca Leardini

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“Cosa muore in te quando puoi vivere per sempre?”

La mia curiosità per la serie Altered Carbon è stata solleticata una mattina da un cartellone pubblicitario che recitava: “Cosa muore in te quando puoi vivere per sempre?” e sotto l’immagine di un uomo nudo, in posizione fetale, intubato e incellofanato come un petto di pollo del Conad. Avevo deciso che la mia curiosità andava soddisfatta.

L’immortalità esercita infatti un fascino sottile e perverso sull’uomo e il genere fantascientifico non ha mai mancato di raccontare la riflessione millenaria sulla nostra esistenza e sul progresso ipertecnologico declinandola in mille modi diversi: fumetti, film, videogiochi, narrativa; tutto il pacchetto insomma.

Tratta dal romanzo di Richard Morgan Bay City del 2002, primo episodio della trilogia sul personaggio di Takeshi Kovacs, Altered Carbon è un racconto ambientato in un futuro distopico dove la tecnologia ha permesso di digitalizzare e immagazzinare l’identità di ognuno dentro ad una cosiddetta pila corticale e trasferirla all’occorrenza in un qualsiasi corpo umano, che viene chiamato semplicemente custodia.

“Il tuo corpo non è ciò che sei. Puoi mutarlo come una pelle di serpente.”

Finché la pila non viene distrutta, e si parla in questo caso di vera morte, si può essere travasati in un altro corpo tutte le volte che si vuole. Una gran figata verrebbe da pensare, ma con un non trascurabile rovescio della medaglia

Prima conseguenza è l’ampliarsi a dismisura del divario sociale: i più poveri, in caso di danneggiamento della custodia, dovranno accontentarsi di “quello che passa il convento”: immaginate ad esempio una bambina di 7 anni, vittima di un incidente stradale, trasferita nel corpo di una anziana. I più ricchi possono invece permettersi dei cloni e backup della loro pila garantendosi una vita eterna più confortevole possibile (e senza cambiare custodia).

Il corpo non è più un tempio, ma una casa in affitto, perde la sua sacralità e il suo valore. Di conseguenza viene mercificato e sfruttato senza ritegno: combattimenti mortali, prostituzione, violenza gratuita, tortura virtuale sono tutti i passatempi di chi si annoia da oltre 300 anni.

 

netflix altered carbon

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“La tecnologia avanza, ma non gli umani. Siamo delle scimmie pensanti e vogliamo sempre le stesse cose: cibo, un riparo, sesso e, in tutte le sue forme, evasione”

Così riflette sulle sorti del suo tempo il protagonista Takeshi Kovacs, uno spedi, ovvero membro di speciali unità militari costituite per azioni di guerra interstellare, che sta scontando una condanna in ibernazione da 250 anni per tradimento. Viene “scongelato” e travasato in una nuova custodia per volere di Laurens Bancroft, ricchissimo 360enne Mat (abbreviazione di Matusalemme, una èlite che si può permettere di non pensare alla morte) che vive nell’Aerium, un vero e proprio paradiso lontano dal caos e dalle brevi e patetiche vite dei comuni mortali (si fa per dire).

Kovacs dovrà indagare sull’omicidio dello stesso Bancroft; compito che da subito si rivela non facile. La storia personale dello spedi infatti si intreccia con quella del precedente possessore della custodia e della fidanzata di quest’ultimo e se, a tutte le caratteristiche di una narrazione noir, sommiamo anche le sovrastrutture etiche, filosofiche e religiose che la distopia di Altered Carbon ci sbatte in faccia ne viene fuori un prodotto molto complesso.

Altered Carbon non è per niente una serie facile, bensì il contrario. Si trova ben lontana dal classico stereotipo del binge-watching, tipico di Netflix e presenta parecchie asimmetrie nella sua sceneggiatura. I primi 5 episodi sono molto lenti, soo pieni di digressioni e flash-back utili sì a inquadrare la situazione, ma che dilatano enormemente i tempi. Dal 6° episodio in poi la  narrazione subisce una brusca accelerazione che farà concludere frettolosamente e a tratti superficialmente la storia.

“Non si può morire per sempre”

Bellissime sono le ambientazioni in pieno stile cyber punk: la città di Bay City è grigia, sempre piovosa, cementificata, senza sole un omaggio sia a Matrix che a Blade Runner . Gli abitanti vivono infatti in un’eterna notte rischiarata solo dai neon fluorescenti dei caffè, dei porno shop, degli hotel. Un futuro non proprio uguale a quello che oggi noi ci aspetteremmo.

La serie quindi non aggiunge molto all’immaginario fantascientifico, ma la consiglio vivamente se vi piace perdervi in quelle domande senza risposta (stile Millennials) sul futuro, sull’etica e anche sulla religione. Nel dubbio leggerò anche i libri, che a volte sono meglio della trasposizione televisiva,  dei quali troverete presto la recensione … ovviamente sempre qui su Discorsivo.

Buona visione!

 

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