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Istanbul: una città mille contraddizioni

di Alessandra Modica

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Foto di Alberto Inghilesi

Foto di Alberto Inghilesi

Mentre dal punto di vista politico e sociale la Turchia sta vivendo un momento difficile, specialmente dopo la vittoria del partito Akp (il partito del primo ministro Erdogan, per intenderci) alle amministrative del 30 marzo, nonostante gli scandali di corruzione e l’oscuramento di Twitter e YouTube da parte del premier (a tal proposito consiglio un interessante commento di Valeria Talbot, pubblicato sul sito dell’ISPI), dal punto di vista turistico il Paese sembra attraversare un periodo di grande vitalità. Specialmente Istanbul, città che ho avuto modo di visitare poche settimane fa, e che anche in un tranquillo week end di marzo è invasa da stranieri alla ricerca di uno scorcio d’Asia.

Chi arriva qui aspettandosi di incontrare il mondo arabo sbaglia. Istanbul si trova a cavallo tra l’Europa e l’Asia, divisa a metà da un tratto di mare che la rende speciale. Solo che nel tentativo di abbracciare la cultura occidentale e contemporaneamente non perdere la tradizione islamica, Istanbul appare un coacervo di stili architettonici, culture e popolazioni che a prima vista cozzano tra loro e le danno un aspetto a dir poco caotico e discontinuo.

I grattacieli luminosi di periferia, con le insegne delle multinazionali ben in vista, i grandi centri commerciali, i palazzoni-alveare che niente hanno da invidiare alle case popolari di Roma, Milano, Firenze, contrastano con i minareti delle moschee che spuntano a ogni angolo. Le strade trafficate, i ristoranti e pub per turisti, i negozi di souvenir e di dolci tipici si contrappongono ai bar interdetti alle donne, dove uomini di mezza età bevono il té, fumano e chiacchierano, ai negozi monotematici nelle stradine secondarie e ai venditori ambulanti che con pazienza attendono che qualche passante si fermi a comprare qualcosa.

Il “centro storico” (che probabilmente sarebbe meglio definire “centro turistico” dato che Istanbul è una città immensa) è pulito e affollato, soprattutto il sabato, quando anche gli abitanti di Istanbul passeggiano e si rilassano tra Santa Sofia, la Moschea Blu e le banchine del porto sul Corno d’Oro. Mentre le strade secondarie e strette si inerpicano in un saliscendi a volte difficile da comprendere, brulicano di una vita silenziosa e complessa, e la notte diventano deserte.

Foto di Marco Bellucci

Foto di Marco Bellucci

Eppure c’è qualcosa di magico e di nostalgico (proprio come commenta Orhan Pamuk nel suo libro “Istanbul“) in questa città costruita su un territorio collinare, tra due continenti, tra due mari, che ha vissuto periodi di estrema grandezza sotto domini diversi e di grande depressione, e che ora (sebbene le riforme intraprese dal governo nel 2005 per avviare i negoziati di adesione della Turchia all’Ue siano bloccate da tempo) guarda all’Occidente e alla globalizzazione come a un sogno. Un sogno lontano, difficile da raggiungere. E la cui realizzazione ha un costo molto alto, come dimostrano i bambini che chiedono l’elemosina, i cani randagi obesi e annoiati, i gatti malaticci e non sterilizzati, lo skyline rovinato dalla speculazione edilizia, il traffico congestionato, l’assenza di parchi e zone verdi, le manifestazioni continue.

Camminando tra i suoi quartieri, passando dalle zone più moderne a quelle più conservatrici, aggirandosi tra le stradine che portano da sontuose moschee a case fatiscenti, osservando le donne velate e non, a Istanbul si respira un’aria che mi ha ricordato Palermo, Siviglia, Marsiglia. Quell’aria di bellezza, di sofferenza, di storia, di voglia di riscatto, di mescolanza di genti e tradizioni.

E quando la voce dei muezzin si espande dai minareti per richiamare tutti i musulmani alla preghiera è quasi impossibile non riflettere su quanto sia stretto il legame fra tradizione e conservatorismo, fra modernizzazione/globalizzazione e perdita dei propri tratti identificativi.

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