Rubriche

Dissociazione: come la mente “sopravvive” al trauma

di Benedetta Giagnorio

Pubblicato il

Le celebrazioni per la Giornata della Memoria ci ricordano lo strascico che i grandi traumi lasciano sulla memoria collettiva e individuale.

Le vittime di trauma, soprattutto se prolungato, sono vittime due volte: del proprio carnefice e della propria memoria, addolorata dal ricordo eppure incapace di dimenticare. Spesso sviluppano disturbi post-traumatici da stress (spesso abbreviato in Ptsd) nei casi peggiori anche sintomi dissociativi.

Cos’è la dissociazione, in parole povere? È quando si crea una scissione nella mente, tra le funzioni superiori di pensiero e memoria e quelle inferiori basilari, di sopravvivenza. A dirla così sembra qualcosa di incomprensibile; in realtà piccole esperienze dissociative sono comuni a tutti: vi è mai capitato di “andare in automatico” alla guida, trovandovi d’un tratto a casa senza neanche accorgervene? Quella è una piccola dissociazione. Anche durante un (soddisfacente) atto sessuale possiamo dissociarci. In tutti i casi, però, la mente è capace di reintegrare le funzioni e riprendere il controllo. Una persona traumatizzata spesso non riesce a farlo.

Le origini della dissociazione

L’uomo, per quanto evoluto possa essere, è pur sempre un animale. Per questo motivo, se vogliamo comprendere i nostri processi più profondi e automatici, dobbiamo osservare il comportamento dei nostri fratelli animali.

Stupri, violenze, abusi, torture sono tutti avvenimenti in cui la nostra vita è in pericolo, e su questo siamo d’accordo. La domanda successiva, quindi, è quali sono i comportamenti che gli animali mettono in atto in situazioni di pericolo? Questi comportamenti, in breve, sono tre: flight, fight e freeze. In italiano: lotta, fuga, blocco.

La lotta

Molto semplicemente, è l’istinto di attaccare la fonte del pericolo. Chi di voi possiede un gatto (o meglio, per chi è posseduto da un gatto: sappiamo tutti chi sia il vero padrone, qui) sa bene cosa succede se gli si dà fastidio, o se al vostro cane gira di fargli uno scherzetto e saltargli addosso sul divano. Soffi a ultrasuoni, molteplici graffi e pelo più dritto di uno spaghetto crudo. Il vostro gatto ha attivato la risposta automatica di attacco in caso di pericolo. Negli umani è una reazione altrettanto presente, per esempio quando l’umano spaventato tira un pugno istintivo alla fonte della propria paura (ci sono tanti video su YouTube di scherzi finiti male che lo provano).

La fuga

La reazione più ovvia di un animale in pericolo è la fuga. L’antilope che scappa dall’attacco di un leone, o il gatto che salta via, lontano dal cetriolo avvistato sul pavimento. Negli umani è l’aspetto protettivo più evidente: scappare via da un assalitore, dal genitore che cerca di picchiarci, dall’auto che ci sta per investire. La fuga è la più basilare, automatica e primaria risposta di protezione, perché ci permette di allontanarci dal pericolo. In caso questo non sia possibile – perché siamo in trappola, immobilizzati, o perché paradossalmente la fuga aumenterebbe il pericolo – allora potremmo combattere e lottare per la nostra sopravvivenza. Calci, pugni, morsi, graffi: tutto è concesso. Ma se anche questo non funziona? Allora scatta il meccanismo più antico del regno animale: il blocco.

Blocco e dissociazione

Quante volte vi è capitato di sentirvi “paralizzati dalla paura”? Di fronte a rumori spaventevoli, tutti gli animali spesso si bloccano, cercando di capire da dove viene il rumore e cosa fare in eventuale caso di pericolo. È sicuramente più efficace del correre via urlando, producendo così tanto di quel rumore da poter essere identificati immediatamente. In casi limite, gli animali possono anche “fingersi morti” di fronte ai predatori.  È l’estrema possibilità di sopravvivenza: sperare che il predatore pensi che la sua preda sia già morta e vada via. A volte la risposta di freezing, però, non è adattiva (ovvero che aiuta la sopravvivenza). Pensiamo a un cervo che si blocca davanti a una macchina in arrivo coi fari accesi: bloccandosi, il cervo verrà sicuramente investito.

Stessa identica cosa può succedere all’uomo. L’esempio più evidente, e spesso controverso, è lo stupro. “Perché non hai urlato? Perché non hai lottato per liberarti?” sono domande accusatorie e ingiuste, perché non tengono conto di come funziona il nostro cervello e tentano di consegnare un senso di volontà alla vittima, che invece per sopravvivere ha dovuto quasi letteralmente scindere la propria identità. Stessa cosa per quanto riguarda gli abusi fisici: “perché non hai reagito quando lui ti picchiava?” è un quesito altrettanto infido.

Perché dissociarsi è “utile”

Foto di Geralt da Pixabay

La dissociazione è quindi un meccanismo di sopravvivenza umana in casi di freezing. Quando la parte più arcaica del nostro cervello non può fare altro che bloccarsi, le funzioni superiori (ovvero quelle che ci rendono umani) si separano da quelle di base che servono per la sopravvivenza. Si crea quindi una risposta di stress che permette però all’organismo di aumentare le sue probabilità di sopravvivenza. A livello mentale, la vittima può viversi come se fosse al di fuori di se stessa, uno spettatore della sua stessa vita, scindendo quindi qualsiasi emozione e sensazione da ciò che sta succedendo.

Viversi una situazione di completa impotenza e pericolo di vita può essere devastante per il cervello, che in questo caso si difende così. Le conseguenze di questi meccanismi, però, sono complesse e spesso dannose per il nostro adattamento sociale. 

Ecco perché è fondamentale capire e supportare la persona traumatizzata, permetterle di ricordare e contemporaneamente lenire il dolore del ricordo e il senso di colpa del non aver fatto nulla per evitarlo.

Non poteva fare nulla, se non sopravvivere. È questo il punto.

Leggi anche:

Diffondi lo spirito Millennial:

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: