Cara figlia, la paura è un molliccio


Alpi francesi, 20 giugno 2040

Cara figlia,

ci è voluto un mucchio di tempo perché potessi abbracciarti per la prima volta. Il tuo arrivo è giunto fra mille scartoffie di giudici, dialoghi interminabili con persone dal volto arcigno e pignolo, che controllavano come fosse fatta la mia casa, quali abitudini avessi, con chi passassi il tempo libero. È statadstata  sai? A volte mi è parso un viaggio interminabile, tanto che mi sono sentito perso e, a un certo punto, ho quasi sperato che non arrivassi più. Sapevo che crescere con me ti avrebbe messo, tuo malgrado, in una posizione di scomodità nel mondo. Un mondo che, tu non sai, a volte, può essere cattivo, e può renderti cattivo. Ma ti volevo con me.

Il giudice mi ha ammonito sul ruolo di padre, sai?

 

Mi ha guardato negli occhi e ha chiesto: lo sa che è difficile, vero? È sicuro di voler fare crescere un figlio in queste condizioni? E allora mi sono domandato un’altra volta, per davvero, se sarei stato in grado di comunicarti qualcosa, insomma di lasciare una traccia importante nella tua vita; se sarei stato un padre, insomma. Tutti i padri, io credo, si pongono queste domande. Ma io ero un padre solo, un po’ diverso dagli altri e anche quando non ero solo, la legge mi impediva di adottarti. Sai, cinquant’anni fa, quando sono nato, l’adozione non era cosa ben vista, in generale, da una persona nelle mie condizioni. Capitava ogni tanto, ma era molto difficile.

Harry Potter parla con Remus Lupin sul finale di Il prigioniero di Azkaban, il capitolo che introduce il Molliccio e il celebre discorso sulla paura

(Credits: Warner Bros; rielaborazione: Marco Frongia)

E per te, nascere senza una mamma, che aveva deciso di rimanere anonima, lo so, sarebbe stato ancora più difficile. Tutti i figli se la figurano negli occhi, una mamma, quando la hanno. Ma tu che non la hai, cosa avresti visto, se ti avessi lasciato sola? Non lo so proprio.

Manca poco e dovrò andare.

 

Mi dispiace di non avere avuto moltissimo tempo da dedicarti in questi ultimi giorni. Sai, mentre tu sei dai nonni, io sono venuto qualche giorno in montagna e mi sono ricordato di un momento molto bello della mia infanzia. All’epoca ero salito su, in questa casa da cui ti scrivo, che tu, sono certo, vedrai presto. Era un’estate di molti anni fa, nel lontanissimo 2002. Avevo dodici anni. Da qualche tempo era uscito un libro che parlava di un giovane mago, di una scuola di magia nella lontana brughiera britannica, e i ragazzini come me ne andavano pazzi (anche se qualcuno, come comprensibile, preferiva il calcio). Ricordo solo una mia compagna, dai riccioli marroni, occhiali minuscoli e rotondi, che entrò in classe nella mia quinta elementare con in mano il libro di questo giovane mago, con i capelli corvini, gli occhiali e una cicatrice a forma di fulmine sulla fronte, e mi consigliò di acquistarlo. Qualche giorno dopo, la povera nonna fu investita di richieste e ne comprò una copia. All’epoca noi ragazzini giocavamo con aggeggi del paleolitico come la Playstation, ma ci piaceva ancora molto leggere, diffusamente, specie se si trattava di storie di fantasia che riguardavano nostri coetanei.

È assurdo, a ripensarci, quanto quella mia compagna assomigliasse, nei tratti del viso, a un personaggio di quei libri. Se ci ripenso oggi, mi viene da sorridere. Sembrava proprio uscita da una classe di pozioni, con quei capelli ricci, disordinati e arruffati sulla fronte, e quell’aria stravolta che assumevano gli studenti dopo aver trafficato per ore, fra fumi maleodoranti, zampe di topo e code di serpente (almeno io così me li immaginavo).

Beh, non voglio dilungarmi. Era l’estate del 2002 e in Italia, da qualche tempo, era uscito il terzo volume della saga. Harry e i suoi amici alle prese con un prigioniero fuggito da un carcere di massima sicurezza, sorvegliato da figure mostruose e informi, in grado di volare e che avevano la capacità di risucchiarti via l’anima con un semplice quanto fatale bacio. Ora, ricordo che quell’anno Harry conobbe uno dei personaggi più affascinanti di tutta la storia. Un vecchio amico dei suoi, dall’aspetto trasandato, ma dall’animo gentile.

Remus. Remus Lupin, si chiamava.

Quell’anno il saggio preside della scuola, Albus Silente, gli assegnò la cattedra di “difesa contro le arti oscure”. Perché sai, anche in quel mondo fantastico occorreva difendersi, di tanto in tanto.

Durante la prima lezione in classe, il professor Lupin, con una calma che appariva cristallina, aveva ordinato ai giovani maghi di posare le bacchette (lo strumento con cui producevano i loro rudimentali incantesimi). Voleva una lezione pratica per loro, in quel giorno di autunno, quando fuori, sugli alti pini, indugiava una sottile nebbia. Perché, c’è da sperarlo, la scuola dovrebbe insegnare a uno studente a guardare ciò che c’è fuori, anche se quel qualcosa è malvagio e molto lontano dalla sua serena giovinezza. Il professore aveva condotto gli studenti in una stanza appartata di fronte a un armadio, al cui interno una creatura magica si dimenava nel buio: un molliccio, aveva detto loro, un mutaforma, capace di assumere le vesti di ciò che terrorizzava di più il suo osservatore. Nascosto in un armadio o in una tetra soffitta, il molliccio prosperava negli anfratti, in attesa di spaventare colui che si fosse trovato solo, assieme a lui, nell’oscurità.

Con un impercettibile gesto del polso Lupin aveva, allora, aperto l’armadio e fatto fuoriuscire ciò che vi dimorava. E quello assumeva forme paurose di mummie, di mani mozzate, di ragni, di cobra, ma anche di professori “cattivi”. Per affrontare il molliccio Lupin aveva insegnato agli studenti a pronunciare un difficile incantesimo:

Riddikulus!

 

Per sconfiggerlo erano necessari, infatti, due accorgimenti: l’incantesimo, figurandosi l’immagine comica della cosa mostruosa in cui il mutaforma si era trasformato e la compagnia di altre persone, visto che questo, dovendoli spaventare tutti uno ad  uno, facilmente sarebbe andato in confusione.

Oggi ricordo non del tutto chiaramente quelle pagine – sono passati molti anni – ma non dimentico la nitida sensazione che provavo, leggendole. Rannicchiato nel letto dei miei, a osservare le cime delle montagne verso la fine del tramonto. Leggevo per ore, senza interruzioni, e la stanza pareva un regno sospeso nel tempo, un regno tutto mio, in cui mi sentivo protetto. Senza accorgermene si faceva buio e la cena era quasi pronta. Mangiavo di fretta e pensavo al libro, un divoratore di pagine.

Quella lezione è rimasta per me un’occasione magnifica di riflessione già, all’epoca, quando ero solo un ragazzino.  Spero che un giorno possa anche tu provare quella sensazione vorticosa di pace e di fame di parole, la medesima sensazione che provavo io allora. A quell’età, sai, siamo spugne. Ci capita di assorbire i sentimenti, i ricordi, le esperienze, e finisce che ce ne ricordiamo, per tutta la vita. Ricorda sempre, figlia mia, se ti piacerà leggere, di non considerare la tua stanza un rifugio di libri morti, ma guarda a quelle pagine come esseri viventi addormentati. Ogni tanto ricordati di svegliarli, riprenderli in mano e rivivere le sensazioni che associavi alla loro lettura.

Ogni libro, come ogni cosa, appartiene a un’epoca. Ma le epoche sono strade tortuose, figure tridimensionali, e non semplici scarabocchi stesi sopra un foglio di carta.

 

Beh, il professor Lupin, nella sua gentilezza e in quella che, posso definire ora, contemporaneità, era riuscito a insegnarmi molto: che l’uomo, in quanto tale, è solito porre in soffitta i ricordi più brutti, le paure e le brutte sensazioni; e, fintanto che queste sopravvivono in quei nascondigli, ci è impossibile crescere del tutto; che per evitare che questi possano strabordare, occorre un’incredibile forza ironica e autoironica. Occorre un pensiero critico, sempre rivolto verso quell’inspiegabile sensazione che ci ricama il volto, quando sorridiamo. Ma non per ultimo, l’insegnamento più importante mi sembra quello di ricordare che una paura, se non condivisa, è una paura molto più grande. Che questa paura, di qualunque forma sia fatta, può essere confusa da molteplici paure, tutte che ci appartengono in quanto persone, tutte che a guardarle insieme e, da vicino, possono dissolversi.

La paura è un molliccio, mia cara. Non dimenticartelo.

 

Ora devo proprio lasciarti. Ho veramente bisogno di affacciarmi alla finestra di quella camera e sorridere un po’.

Un grande bacio, il tuo papà

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