Blonde – Come infierire sulla memoria di Marilyn Monroe


Blonde è il nuovo film sulla vita di Marilyn Monroe, interpretata da una somigliante Ana De Armas, recentemente presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Nonostante sia una pellicola molto attesa, Netflix ha deciso di farla uscire direttamente sulla propria piattaforma streaming, eliminando l’annunciata distribuzione nelle sale. Ciò fa scattare il primo campanello d’allarme.

Questo prodotto scoraggia già in partenza l’utente, per la sua durata mostruosa di due ore e quarantasette minuti.

Il colpo di grazia però glielo dà il contenuto.

Marilyn, ma solo le parti brutte – La trama di Blonde

Fin dalle prime scene di Blonde, si capisce che la scelta autoriale del regista/sceneggiatore Andrew Dominik è quella di sottolineare gli aspetti più drammatici della vita di Norma Jeane Baker, in arte Marilyn Monroe.

Blonde, la protagonista De Armas in una tipica posa da Marilyn Monroe

Primissimo piano di una somigliantissima Ana De Armas nei panni di Marilyn Monroe (Credits: Netflix)

Fin da piccola ha avuto a che fare con i problemi mentali della madre, che l’accusava di essere la causa dell’allontanamento del padre che non ha mai conosciuto.

Tra i molti simbolismi, la prima di molte scene inquietanti ed evocative vede la madre di Norma Jeane guidare in direzione di un grande incendio, anziché fuggirne. Nella successiva tenterà di annegare la bimba nella vasca da bagno, finendo per questo al manicomio. Non avendo nessun altro, Norma Jeane crescerà in orfanotrofio – fuori scena.

Taglio sui suoi primi passi nel mondo dello spettacolo: Norma/Marilyn entra nell’ufficio di un produttore, questi la stupra, lei si riveste ed esce, senza fiatare.

Norma Jeane vs. Marilyn Monroe

Quando fa un provino davanti agli altri attori è bravissima, fa commuovere tutti, perché sappiamo che attinge ai propri traumi e ricordi per interpretare personaggi fragili. Nasce allora il suo doppio Marilyn, la bambolona tutta sorrisi e sensualità che incanta il mondo, ma che in pratica è una personalità dissociata.

La vera Norma è una ragazza tormentata, che compensa la mancanza d’amore con la fama. Le sue relazioni con gli uomini sono influenzate dalla continua ricerca di una figura paterna che non ha mai avuto: non a caso la sentiamo chiamare ogni marito che ha avuto con l’appellativo “daddy”.

La tristezza nel volto di Marilyn in una delle tante scene drammatiche

L’espressione dello spettatore dopo aver guardato il film Blonde (Credits: Netflix)

Il leggendario campione di baseball Joe Di Maggio, così premuroso all’inizio della loro relazione, si rivela poi il classico marito italoamericano geloso e violento, come da cliché che l’attore Bobby Cannavale sa ormai interpretare alla perfezione.

All’opposto, l’intellettuale Arthur Miller le fa assaporare la felicità di una vita lontano dai riflettori, che però dura soltanto un istante: il trauma di un aborto accidentale fa sprofondare Marilyn nella dipendenza da psicofarmaci.

La spensieratezza delle canzoni cantate dalla vera Marilyn – come I wanna be loved by you e Bye bye baby fanno da stridente sottofondo alla drammaticità delle scene di questa tragedia di film, fino all’amaro finale che tutti conosciamo.

Materiale d’origine tra realtà e invenzione

Partiamo intanto col dire che Blonde non è basato sulla biografia di Marilyn, ma sul romanzo omonimo del 1999 di Joyce Carol Oates. L’autrice ha dichiarato che la trama non è basata su fatti realmente accaduti, ma ispirata ai passaggi più noti della vita dell’attrice.

Il primo snodo di trama infondato in cui ci imbattiamo è la focosa relazione a tre che Marilyn intrattiene con due attori: Cass, uno dei figli di Charlie Chaplin, e Eddy G. Robinson Jr. Il film suggerisce che questo rapporto irreale potrebbe addirittura essere la relazione più autentica che la protagonista vive, ma che termina con la prima dolorosa scelta tra carriera e felicità.

Blonde ricorre anche al sesso a tre pur di destabilizzare

L’immaginario rapporto a tre di Marilyn con altri due attori figli d’arte, uno dei punti più controversi del film (Credits: Netflix)

C’è poi la scena più pesante del film: lo squallido incontro col presidente Kennedy. Tutto accade in una stanza d’hotel in cui Marilyn viene portata a peso da due agenti di scorta, come se fosse un quarto di manzo. JFK la costringe a un rapporto orale in primissimo piano, mentre lui parla tranquillamente al telefono col direttore dell’Fbi. Non è proprio chiaro l’intento autoriale di questa sequenza, se non quello di scioccare il pubblico mostrando un mito americano come un maniaco sessuale.

Infine c’è una voce fuori campo che torna ripetutamente sotto forma di lettera anonima, nella narrativa di Blonde. Si tratta di un immaginario padre sconosciuto che scrive a Marilyn a distanza di anni, proponendosi di incontrarla. Per poi non farlo mai.

Uno scherzo crudele? Sì – degli sceneggiatori del film – visto che anche di questa corrispondenza non esiste alcuna prova.

Dentro Marilyn, letteralmente

In Blonde c’è un altro elemento disturbante, che repelle lo spettatore impedendogli di entrare in sintonia con la pellicola, ed è il modo in cui si parla dell’aborto. Si sa che Marilyn ne ha avuti diversi, tra volontari e accidentali, ma nel film vediamo spesso la visione di un feto in fase di sviluppo nell’utero. E in una scena lo sentiamo anche parlare e implorare pietà!

Questa scelta controversa farebbe la gioia di uno spot antiabortista, così come l’inquadratura del medico che effettua l’interruzione di gravidanza, visto da dentro la cervice dell’attrice! A questo punto qualcuno potrebbe aver abbandonato la visione del film, e non mi sentirei di biasimarlo.

Visioni da incubo

Anche quando ricostruisce nel dettaglio scene reali, il regista sceglie di inserire elementi inquietanti: ad esempio, quando Marilyn gira la celeberrima sequenza di Quando la moglie è in vacanza, in cui un getto di aria dal tombino le fa alzare il vestito bianco, si immagina che ad assistere alla ripresa vi fosse una moltitudine irreale di uomini urlanti e vogliosi. Così come, alla prèmiere di qualche sua pellicola, la folla di fotografi e ammiratori è trasfigurata in una massa di essere mostruosi dalla bocca smisurata.

Blonde diventa così un film negativo e deprimente, con un’atmosfera tesa che permea ogni singola scena e spesso si prova il desiderio che finisca presto.  Ma non lo fa.

Marilyn è la bambola tutta sorrisi e sensualità che buca lo schermo

Marilyn è la bambola tutta sorrisi e sensualità che buca lo schermo, il contrario della donna problematica che indossava la sua maschera (Credits: Netflix)

Lo stile del regista Andrew Dominik è molto complesso, con passaggi sfumati e l’alternanza non sempre giustificata tra colore e bianco e nero. Si fa l’esperienza simile a quando si sogna ma si ha la febbre, e ogni immagine si trasforma in incubo. Un po’ come il cinema di David Lynch, ma senza il suo senso dell’umorismo.

Forse una delle intenzioni del regista è quella di mostrarci quanto ripetitivo, spietato e futile sia il mondo dello spettacolo.

Ma non lo fa nel modo giusto, ammiccando forzatamente al cinema d’autore, ottenendo soltanto di non far amare il proprio film. Eppure Dominik aveva realizzato il notevole L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, faticoso fin dal titolo, ma molto suggestivo.

Ana De Armas cattura l’essenza triste di Marilyn Monroe

Blonde è un film sulla sofferenza di Marilyn Monroe, si concentra sul suo dolore ed esaspera il pubblico come se anch’esso dovesse provare senso di colpa per il tormento di Norma Jeane.

È una fantasia soffocante sul contrasto tra la dea dello schermo e la donna che la interpretava suo malgrado, più che una biografia verosimigliante.

In ogni scena del film la protagonista sembra sempre un pupazzo sfruttato o direttamente la vittima di chi ha intorno a sé: non è mai in controllo della situazione.

Blonde non mostra mai apprezzamento per il talento, il fascino o lo humour per i quali ricordiamo Marilyn a 60 anni dalla morte. Anzi, muta in tragico il significato di ogni meticolosa ricostruzione di famosi scatti fotografici o scene di film in cui l’attrice De Armas viene sovrapposta alla vera Marilyn.

Ana De Armas (Marilyn Monroe) e Adrien Brody (Arthur Miller) in una scena di Blonde

Ana De Armas e Adrien Brody (Arthur Miller) ricostruiscono sullo schermo un famoso scatto reale (Credits: Netflix)

E dire che Ana de Armas sarebbe strepitosa nei panni della Monroe, se solo le fosse stata data la libertà di splendere. Invece durante il film piange un sacco ed è spesso nuda. Sarebbe stata in grado di catturare l’essenza di Marilyn, ma il suo ruolo non va oltre i cliché tristi della vita della star, ripetuti senza una vera evoluzione, fino all’amaro finale.

E non è vero che si sente l’accento cubano, nella versione in lingua originale: la sua interpretazione della voce di Marilyn, con il caratteristico tono sussurrato, è perfetta.

In un film crudele come Blonde, che abusa della sua figura centrale proprio come tutti gli uomini che ha incrociato e che l’hanno sfruttata, anche lo sforzo interpretativo della giovane protagonista si perde nell’accanimento drammatico.

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