Diana – Il musical più brutto dell’anno è su Netflix (e ha sbancato i Razzie 2022)


Premetto che non mi piace guardare volontariamente un brutto film, sapendo che dovrò parlarne male. Perché riconosco che dietro a ogni produzione c’è il lavoro anche di migliaia di persone che ci mettono tutto il loro impegno. Alcune però sono proprio indifendibili. E Diana – Il musical è una di queste!

Vediamo perché.

Far rivivere Lady D sullo schermo

Conoscendo l’attenzione che la famiglia reale inglese detiene nell’immaginario collettivo – ne è prova il successo mostruoso della serie The Crown di Netflix – e la popolarità mai sopita della storia della principessa Diana, molti autori hanno già provato varie volte a catturarne l’essenza sullo schermo.

Le luci dei flash illuminano la silhouette di Lady D nel poster di Diana: il musical

Immagine fissa, di profilo e scarsamente illuminata: un raro momento in cui potremmo essere indotti a pensare di vedere Lady D (Credits: Netflix)

Non ci è riuscito Oliver Hirschbiegel col suo insipido Diana del 2013, con protagonista Naomi Watts. Ci hanno riprovato quest’anno, con risultati migliori, il film Spencer del regista Pablo Larrain e Kristen Stewart nei panni della principessa triste.

L’unica ad assomigliarle in maniera impressionante è stata però Emma Corrin nella quarta stagione di The Crown, forse perché ha saputo ricordare le sfumature ingenue della giovane Diana alle prese con le prime esperienze pubbliche e le delusioni coniugali.

In bocca al lupo a Elizabeth Debicki – a cui è passato il testimone per la prossima stagione – che dovrà cimentarsi con i cruciali eventi degli anni Novanta.

Diana – Il musical nato già male

Visti i presupposti, era solo questione di tempo prima che qualcuno pensasse di sfruttare questa storia per farne un musical.

Ma, affrontando la storia di una donna morta tragicamente all’età di 36 anni, sarebbe servito un approccio più rispettoso e meno farsesco del risultato finale. Credo infatti che Diana – Il musical sia il peggior musical che abbia mai guardato. Al confronto, The prom di Ryan Murphy è Cantando sotto la pioggia!

Il debutto dello show a Broadway (che poi Netflix ha filmato e messo in streaming per tutti i suoi utenti) era previsto per marzo 2020. Poi però l’esplosione della pandemia di Covid-19 ha chiuso per lungo tempo tutti i teatri del mondo.

Già allora i produttori avrebbero dovuto scorgere la cattiva stella sotto la quale la loro opera è nata.

Presupposti errati

C’è già un’ambizione di partenza che è profondamente errata in questa rappresentazione: voler concentrare tutto l’arco della tormentata vita pubblica di Diana in due ore. In questo modo, personalità ed eventi si appiattiscono l’uno sull’altro senza sosta. Sembra di assistere a un affrettato riassuntino (scritto male, per di più) della vita di Lady D.

Quella faccia un po' così che abbiamo noi mentre guardiamo Diana: il musical

Quella faccia un po’ così che abbiamo noi mentre guardiamo Diana – Il musical (Credits: Netflix)

Gli altri film e serie a lei dedicati avevano almeno l’accortezza di focalizzarsi su un singolo periodo di tempo, per poter ricercare l’essenza di gesti e sentimenti del soggetto.

A questo punto non mi resta che addentrarmi nella descrizione del ridicolo.

Provare a descrivere l’esperienza di Diana – Il musical

Nella prima scena Diana dovrebbe essere rappresentata come la maestra d’asilo diciannovenne che deve ancora incontrare il futuro marito Charles, ma ha già l’apparenza di una donna di mezz’età che canta il valore di “essere sottovalutata”.

La protagonista, Jeanna De Waal, si impegna al massimo. Il suo canto è buono e regge per ben diciassette canzoni. Però è completamente fuori parte. Non ha la corporatura, i tratti somatici e l’atteggiamento giusto per assomigliare nemmeno da lontano alla donna incredibilmente carismatica che sta cercando di interpretare.

Jeanna De Waal è la protagonista in Diana: il musical

Jeanna De Waal è la principessa Diana in un evidente caso di casting errato (Credits: Netflix)

Si potrebbe accettare la totale mancanza di chimica con Roe Hartrampf, il cui Charles è tutto invidia e piagnistei. Ma l’incomunicabilità tra i due viene rappresentata dal fatto che lui ama ascoltare la musica classica seduto in poltrona mentre lei vorrebbe scatenarsi a tempo di rock: assistere a un numero musicale su questa base va oltre ogni commento.

Ma poi entrano in scena i paparazzi danzanti, coi flash e i trench che svolazzano, che cantano Snap, click!. Sì. perché forse non l’ho ancora detto, ma tutte le canzoni sono di una banalità disarmante. I protagonisti non fanno altro che cantare a voce alta i loro stati d’animo e ciò che stanno facendo – come se non bastasse vederli battibeccare sul palco – e non c’è un motivo musicale che duri abbastanza per poter diventare interessante.

Questione di (cattivo) gusto

Potremmo relegare Diana – Il musical a buffo ma innocente fiasco, nonostante i suoi creatori Joe DiPietro e David Bryan (del gruppo rock Bon Jovi!) abbiano un discreto curriculum a teatro. Invece quest’operazione spesso trascende i limiti del buon gusto.

Un momento madre/figlio tra la regina Elisabetta e il principe Charles in Diana: il musica

Judy Kaye nei panni della regina Elisabetta II esplora la gamma recitativa che va dal sopracciglio alzato all’aria preoccupata (Credits: Netflix)

A loro modo pensano di aver rappresentato in maniera bilanciata ed elegante la regina Elisabetta, nel doppio ruolo di sovrana e madre, facendola interpretare da una veterana del palco come Judy Kaye. Ma la sovrana si lascia scappare versi come: “Ai vecchi tempi l’avrebbero già decapitata. A volte rimpiango i vecchi tempi!”.

Quando Diana si dedica alle cause umanitarie, si fa fotografare con un malato di Aids che canta: “I may be unwell, but I’m handsome as hell!” (“Sono malato, ma sexy come non mai!”).

Con questo incedere farsesco non si crea alcuna vicinanza col pubblico. Il dramma reale si perde nella pochezza della narrazione.

Camilla – Il musical

Se è vero che vince chi sopravvive, a mio parere il torto più grande di cui si macchia questo show è quello di trasformare l’amante Camilla in una figura tragica, con la quale si vorrebbe creare empatia. Alla sua interprete Erin Davie, leggermente più brava dei coprotagonisti, vengono assegnate le canzoni più malinconiche e ricorrenti. Come se la vera Camilla non avesse affossato il matrimonio di Diana e Charles fin dal principio.

Il triangolo no, non l'avevo considerato...

Un matrimonio affollato, versione musical (Credits: Netflix)

Il numero musicale coi due letti in scena e i rispettivi tradimenti contemporanei è soltanto triste, di mero cattivo gusto. Ma è l’immaginario confronto tra moglie e amante, allestito come incontro di pugilato, a toccare vette di rime pessime: “It’s the thrilla in Manila, but with Diana and Camilla” (sic.)

Riconoscimenti artistici

Nonostante il finale tronco, vuoto come tutta la produzione ma che almeno ci risparmia di trasformare in numero musicale l’incidente che pose fine alla vita di Lady D, Diana – Il musical a mio parere ne lede un po’ la dignità.

Non si tratta affatto di un omaggio alla persona realmente esistita, ma di una arruffata corsa al botteghino. L’intera operazione è priva di coerenza e profondità: sul palco, Diana passa da essere una maestrina inesperta a fidanzatina d’Inghilterra, madre di due figli nell’arco della stessa canzone, moglie infelice, adultera vendicativa, beniamina dei tabloid, icona di stile per beneficenza e infine martire.

Il tutto in un turbinio di pessime canzoni, giochi di parole da far arrossire dalla vergogna e cambi d’abito vorticosi.

Jeanna De Waal è la protagonista in Diana: il musical

Jeanna De Waal è la principessa Diana in un evidente caso di casting errato (Credits: Netflix)

Non a caso quindi Diana – Il musical, nonostante non sia un film vero e proprio, ha fatto il pieno ai Razzie Awards 2022 con premi per peggior film, sceneggiatura originale, regia, attrice protagonista e non protagonista.

Cala il sipario su Diana – Il musical

Vedere gli interpreti esibirsi in un teatro vuoto, senza il suono degli applausi (o degli sberleffi), non ha contribuito a migliorare l’atmosfera tutt’altro che gioiosa di questo musical. La ripresa televisiva per Netflix infatti è stata registrata in pieno lockdown e la sua regia è a dir poco statica. Forse avrebbero fatto meglio a piazzare la telecamera fissa su un piedistallo davanti al palco, ottenendo lo stesso risultato.

La sensazione finale, dopo due ore di provare a fare il tifo per una principessa fuori parte, è quella di essermi sottoposto volontariamente a specie di tortura.

Consiglio Diana – Il musical soltanto agli amanti dell’orrore involontario.

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