Il potere del cane agli Oscar 2022 – Jane Campion, la mascolinità e le polemiche generazionali


In mezzo alle notizie inquietanti di queste settimane, mi ha colpito una polemica cinematografica tra attori uomini vecchi e giovani, a proposito del film Il potere del cane, candidato agli Oscar 2022.

E dunque, dopo aver affrontato la questione legata al Miglior film d’animazione, parliamo di quello che si presenterà al Dolby Theatre con più nomination – ben 12, appena due candidature in meno del record segnato da Eva contro Eva, Titanic e La La Land.

Cominciando proprio dalla (trascurabile ma interessante) polemica sulla mascolinità.

Una polemica sulla mascolinità tra generazioni di attori

Il settantasettenne Sam Elliott è interprete di lungo corso nel genere westernanche se noi lo ricordiamo come fratello saggio di Bradley Cooper in A star is born.

In un’intervista, Elliott ha parlato del film Il potere del cane definendolo “robaccia”, un “western senza western”, paragonando il protagonista Benedict Cumberbatch e gli altri interpreti a “ballerini chippendale” per le troppe allusioni all’omosessualità.

Quale signorinella ha fatto questi fiori di carta?

I fiori di carta che scatenano i commenti di Phil… e di Sam Elliott (Credits: Netflix)

Cumberbatch dal canto suo ha risposto al collega con grande eleganza, senza nominarlo, ma spostando l’attenzione sull’importanza di raccontare storie capaci di esplorare il tema della mascolinità tossica, in modo da saperla affrontare (e sconfiggere) nella vita di tutti i giorni.

La curiosità per questo scontro generazionale e culturale mi ha convinto ad aprire Netflix e guardare Il potere del cane.

La trama de Il potere del cane

Phil e George sono due fratelli mandriani nelle scarsamente popolate distese del Montana nel 1925. Il primo è autoritario e aggressivo quanto il secondo è mite e sottomesso, nonostante l’impresa di famiglia appartenga a entrambi. Un giorno i due, durante una transumanza, alloggiano nella locanda della vedova Rose e, mentre George si invaghisce della donna, Phil causa problemi prendendo in giro il figlio adolescente di lei per i suoi modi effeminati.

George consola Rose per l’offesa e i due si innamorano, fino a sposarsi. Lei lascia la locanda e si trasferisce al ranch del neomarito ma il genero Phil, convinto che sia convolata a nozze soltanto per i soldi del fratello, le rende la vita difficile con la propria presenza tossica.

Rose inizia a non sopportare più nemmeno di stare nella stessa stanza di Phil e subire le sue angherie psicologiche. E inizia a bere.

Nel frattempo suo figlio Peter, bersaglio delle prese in giro, inizia a passare le sue giornate in proprio in compagnia del suo cattivo zio acquisito, imparando ad andare a cavallo e a conoscere i segreti che si celano dietro la facciata di aggressività dell’uomo.

Il romanzo da cui è tratto il film

La regista Jane Campion ha tratto la sceneggiatura de Il potere del cane dal romanzo del 1967 – in parte autobiografico – di Thomas Savage. Questo libro all’epoca fu un successo di critica, ma non di pubblico, e per questo motivo è stato dimenticato per lungo tempo. Questo fino a una ristampa avvenuta in anni recenti, che ne ha visto anche la prima uscita in lingua italiana.

Primo piano di Benedict Cumberbatch nel poster de Il potere del cane

Un primo piano di Benedict Cumberbatch nel poster de Il potere del cane (Credits: Netflix)

Una curiosità: le tematiche represse sullo sfondo degli ambienti selvaggi del romanzo di Savage hanno ispirato la scrittrice Annie Proulx per il suo Brokeback mountain, adattato poi sul grande schermo dal regista Ang Lee nel 2005.

Il ritorno di Jane Campion dopo più di dieci anni

La lettura del libro di Savage, dapprima senza l’intenzione di trasporla in pellicola, ha influenzato l’inconscio di Jane Campion fino a convincerla a dirigere un film su questa storia.

Il suo è un ritorno a vette altissime. La regista neozelandese infatti non si vedeva al cinema dal 2009, dai tempi di Bright star, sul poeta inglese John Keats e la sua musa Fanny. Ricordiamo che il suo più grande successo risale al 1993, con Lezioni di piano, che le valse la Palma d’oro al festival di Cannes. Fu la prima donna in assoluto a vincerla.

Le tematiche di Il potere del cane

Il romanzo, attraverso lo sguardo di Jane Campion, diventa la tavolozza di sguardi e non-detti con cui dipingere una tela fatta di paesaggi aperti, ma aspri e inospitali.

Il potere del cane è un film profondo, in cui esteriorità e interiorità non comunicano. I suoi ritmi sono lenti e i personaggi non facilmente decifrabili. Nel confronto tra caratteri e sensibilità diverse, a partire da quello tra due fratelli, la vicenda cresce d’intensità come una miccia che prende fuoco pian piano.

Un momento Brokeback mountain per Peter e Phil?

Kodi Smith-McPhee e Benedict Cumberbatch in una scena western de Il potere del cane (Credits: Netflix)

L’attenzione si concentra poi sulla protagonista femminile, evidenziando sulla sua figura gli effetti della violenza psicologica. Il colpo estremo per la salute mentale della donna sembrerebbe l’incomprensibile avvicinamento del figlio proprio a quell’uomo cattivo che lo derideva per la sua fragilità e diversità.

Solo che adesso inizia a trattarlo bene, a prenderlo sotto la sua ala. Fino a un inaspettato ed enigmatico finale, che scatena una riflessione quasi colpevole.

I’m mr. bad guy, they’re all afraid of me

Questo film è anche e soprattutto la storia di un uomo cattivo, il mandriano Philip Burbank, interpretato magistralmente da Benedict Cumberbatch.

Dimentichiamo per un attimo il Dr. Strange dell’universo Marvel, lo struggente Alan Turing di The imitation game e persino gli altri villain di cui il bravissimo attore ha vestito i panni nella propria carriera, come il Khan malcelato di Star trek – Into darkness.

In Il potere del cane, Cumberbatch interpreta un tizio talmente aggressivo e minaccioso a livello psicologico che basta lo sguardo glaciale e le sue parole taglienti a imporne il dominio sulla scena.

Eppure Phil non è un ignorante violento. La trama ci svela che ha un’educazione universitaria – in contrasto col contesto in cui vive – ma che ha scelto volontariamente la vita del cowboy solitario e respingente. Un segreto del suo passato lo ha reso quello che è, e ciò rende la sua parabola fortemente emotiva.

Sympathy for the devil

Jane Campion è abile a esplorare la psiche maschile senza spiegarla troppo. Permette così al pubblico di analizzare le azioni dei personaggi per capirne il significato. Sa svelare senza giudicare.

Il risultato della riflessione che scatena può lasciare indifferenti o colpire molto, in base alla sensibilità di ognuno di noi: è giusto provare empatia per un uomo del genere?

Ad esempio: se siamo individui tendenzialmente solitari, che hanno vissuto lunghe stagioni temendo di rimanere in compagnia soltanto di rimpianti e passioni represse, potremmo finire per rispecchiarci in minima parte nel personaggio che vediamo sullo schermo. Cumberbatch ha fatto quindi un grandissimo lavoro di recitazione, che merita le nomination ricevute.

Rose che vorrebbe fuggire dalla sua nuova casa/prigione

Kirsten Dunst staglia la disperazione del suo personaggio sulle distese neozelandesi (Credits: Netflix)

Netflix, che ha prodotto e distribuisce il film sul proprio servizio streaming, ha suggerito a Campion un approccio più chiaro e descrittivo, soprattutto dell’epilogo, ma la regista ha voluto tener fede al proprio stile rarefatto. E non ha sbagliato, lasciando allo spettatore la giusta incertezza.

Il cast di Il potere del cane

In un primo momento si era pensato a Paul Dano per il personaggio del mite George, poi passato a Jesse Plemons – perché il collega è stato coinvolto nel progetto di The Batman. Analogamente, il ruolo della protagonista femminile doveva essere di Elizabeth Moss (The handmaid’s tale) ma la sua rinuncia ha portato a virare su Kirsten Dunst.

Per l’attrice quasi quarantenne si tratta di un gran bel ritorno dopo qualche anno di assenza dalle scene: la sua Rose, sorridente in superficie ma logorata dentro, è un personaggio ben sviluppato.

A mio avviso però la rivelazione di Il potere del cane si chiama Kodi Smith-McPhee, il giovane attore che interpreta il figlio – visto da ragazzino in The road con Viggo Mortensen e in Blood story di Matt Reeves. Il suo Peter, introverso e sensibile, è fuori luogo nel vecchio West come i suoi stivali bianchi nel fango del ranch, o i fiori di carta che gli piace ritagliare.

Jesse Plemons e Kirsten Dunst in una scena de Il potere del cane: i due fanno coppia anche nella vita

Jesse Plemons e Kirsten Dunst in una scena de Il potere del cane: i due fanno coppia anche nella vita (Credits: Netflix)

Nel suo sguardo smarrito però nasconde qualcosa di più profondo, un sangue freddo che nessuno sospetta.

Premi e nomination

Il film è stato interamente girato in Nuova Zelanda – la cui natura ancora intatta fa da controfigura al Montana del 1925 – ma anche le sue riprese sono state interrotte dalla pandemia di Covid-19 che ha costretto cast e troupe a non poter lasciare l’Oceania per lunghi mesi.

Presentato trionfalmente durante la 78esima edizione del Festival di Venezia, Il potere del cane ha vinto il Leone d’argento – premio speciale per la regia di Jane Campion. Ha inoltre portato a casa due Golden globe, oltre a numerosi premi internazionali, e ha conquistato ben dodici nomination agli Oscar (tra cui miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista).

Niente male per un western atipico e noioso con un titolo tanto strano!

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