L’americanata – La necessità di un cinema di esagerazioni


Prendete un paio di buone esplosioni, aggiungete almeno un inseguimento per le vie di una metropoli affollata, mescolate bene e rompete una mezza dozzina di teste mormorando una formula magica come “Sono io la legge” o “Aveva un impegno pressante”.

A questo punto condite con, a scelta, rapimento di figlia (rigorosamente con la a), donna indifesa che si innamora del suo salvatore, robot di ventotto metri armati fino ai denti, mostri giganti radioattivi preistorici, vendetta personale, agenti della Cia in pensione ma ancora piuttosto arrabbiati.

Infine, una bella spruzzata di machismo spinto (vale per ambo i sessi). Questo basta per definire un’Americanata con la a maiuscola? No, manca ancora l’ingrediente fondamentale: l’esagerazione.

Origine del mito dell’americanata al cinema

Il concetto di americanata ha radici lontane nel mondo della Settima arte. Se sulla data di nascita si può creare un dibattito potenzialmente infinito, si può invece desumere con certezza l’origine a stelle e strisce di questo filone cinematografico così amato dal pubblico di tutto il mondo.

Fine anni Sessanta: a Hollywood il genere western ha ricevuto una spinta notevole dal nostrano Sergio Leone. Al posto del patriottismo e dell’elegia dei pionieri, il regista italiano ha costruito un mondo di delinquenti senza nome con la sola contrapposizione di chi ha, molto in fondo, il cuore buono e chi non ce l’ha. Il tutto pompato di frasi iconiche e di epicità da uomini duri che parlano poco.

L'iconica pistola di Clint Eastwood segna l'inizio dell'era dell'americanata al cinema così come la intendiamo oggi

La 44 Magnum di Clint Eastwood in Ispettore Callaghan: il caso Skorpio è tuo (Credits: Warner Bros.)

L’ispettore Callaghan, l’antieroe di Clint Eastwood

È il 1971 e, sull’onda di un Clint Eastwood nell’esplosione della sua carriera di attore, esce nelle sale Dirty Harry, tradotto in italiano con un improbabile Ispettore Callaghan: il caso Skorpio è tuo. Protagonista è un poliziotto antieroe che non esita a trasformare San Francisco in un teatro post-apocalittico con la sua 44 Magnum, una pistola talmente potente che il solo nominarla evoca immagini di morte e distruzione.

A fare da contorno, un senso di giustizia personale fondato sull’idea che i mezzi di cui è dotata la società non siano abbastanza incisivi per fermare il crimine e che, al contrario, pongano solo dei limiti alla risoluzione del problema. Funzionò, eccome.

Il genere poliziesco ha dato, nel tempo, linfa vitale al filone dell’americanata. Sempre di quei tempi l’altrettanto iconico ma meno barocco Death Wish (Il giustiziere della notte) del 1974, con un Charles Bronson che da capo-famiglia simil puritano si trasforma lentamente in una macchina di vendetta caricata da un odio viscerale verso teppisti con lo stesso spessore dei punk di Ken il guerriero.

“Tu sei il male, e io sono la cura” – Gli anni 80 e l’esagerazione grottesca

Sylvester Stallone è solo uno dei tanti interpreti che hanno cavalcato l’onda dell’Americanata portandola al massimo delle sue potenzialità (o almeno, così si credeva).

Prendiamo il suo Marion Cobretti, protagonista di Cobra del 1986 e titolare dell’iconica frase riportata nel titolo di questo paragrafo.

Sylvester Stallone nei panni di Marion Cobretti, protagonista di Cobra del 1986

Sylvester Stallone nei panni di Marion Cobretti in Cobra (Credits: The Cannon group)

Vestito come un cowboy ad un kinky party e con uno stuzzicadenti eternamente fra le labbra, Cobretti rappresenta, insieme a John Matrix (interpretato da Arnold Schwarzenegger in Commando, del 1986) l’evoluzione verso un protagonista dotato di capacità sovrumane, in grado di attraversare la vetrina di un negozio senza un graffio, di affrontare intere dittature mantenendo un freddo distacco e manifestando uno humour nero disarmante di fronte al più efferato degli omicidi.

Il vero duro che non deve chiedere mai

A posteriori, l’impresa fu titanica: un gigante austriaco lancia un uomo a sangue freddo giù da un dirupo e, a domanda: “Che ne ha fatto di quello?” risponde laconicamente: “L’ho lasciato andare”, restando comunque dalla parte dei buoni.

L’esagerazione diventa un marchio di fabbrica: il protagonista dev’essere un uomo duro? Facciamo che mangia pizza surgelata con i guanti di pelle tagliandola con le forbici. Vogliamo che combatta un gruppo di psicopatici che seminano il terrore per la città per il semplice gusto di farlo? Va bene, la prossima volta però deve sgominare una dittatura per conto suo a suon di sparatorie e battute a denti stretti.

L’escalation era inevitabile.

L’Americanata al cinema… ma con un’impronta straniera

Nel 1952 un regista francese venne chiamato a dirigere un film italiano. Si trattava di una commedia basata su una raccolta di racconti che mostrava le ambiguità politiche del tempo.

Julien Duvivier, questo era il suo nome, diede vita a una delle serie cinematografiche più famose di marca tricolore. Il suo Don Camillo riusciva a portare sullo schermo i confini non troppo segnati tra i rossi e i neri, comunisti e reazionari, con uno stile fresco e una straordinaria oggettività.

La saga di Don Camillo, ispirata alle opere dello scrittore Giovannino Guareschi, ebbe grande successo. Un successo ottenuto, oltre che per le gag e l’intesa eccezionale tra Fernandel e Gino Cervi, anche per il suo rimanere sopra le righe di una contesa politica tutta italiana.

Cosa c’entra questo con il concetto di americanata al cinema? È presto detto.

Dalla Bassa all’Area 51

Verso la fine degli anni ottanta le tematiche del filone furono raccolte a piene mani da registi stranieri e portate sullo schermo. Curiosamente, l’effetto fu diametralmente opposto rispetto a quanto fece Duvivier con il prete della Bassa.

Esplosione dell'Empire State Building in Independence Day, paradigma dell'Americanata al cinema

Esplosione dell’Empire State Building in Independence Day, paradigma dell’Americanata al cinema (Credits: 20th Century Fox)

Roland Emmerich, classe 1955, regista tedesco amante della fantascienza e del sottogenere catastrofico, portò a termine una delle americanate più “americane” di sempre nel 1996: Independence Day.

La trama è piuttosto semplice: invasori alieni con tutte le peggiori intenzioni di questo universo si scontrano con il patriottismo americano nei panni di un cast stellare, fra cui ricordiamo un giovanissimo Will Smith.

L’esagerazione, in questo caso, sta nel portare a sublimazione il ruolo degli Stati Uniti come cane da guardia del mondo. Gli Usa diventano l’unico vero agente abbastanza potente da portare a termine una missione così difficile.

Con Don Camillo, la presenza straniera aveva regalato un’immagine oggettiva di una contesa politica troppo difficile da descrivere dal suo interno. Guareschi, a sua stessa detta, era di parte. Con Emmerich, invece, si assiste a una trasformazione parodistica degli usi e costumi della cultura americana.

Duemila e oltre: perché, in fondo, l’americanata al cinema ci piace

Spostando le lancette in avanti, si può osservare come l’americanata abbia toccato trasversalmente diversi generi: dal poliziesco al catastrofico distopico fino al più recente supereroistico. Ciò che propone alla fine è proprio questo: una piccola virgola spazio-temporale in cui l’essere umano è effettivamente un supereroe, un vero macho che non si tira indietro di fronte alle sfide più ardue.

Desperado, di Robert Rodriguez

Desperado, di Robert Rodriguez (Credits: Columbia pictures)

Con il tempo la società ha imparato a canalizzare queste capacità in personaggi un po’ diversi dai soliti cliché del duro e maledetto, ha incluso il genere femminile in un contesto fuor di macchietta, ha cercato di rendere più umano il sovrumano sfruttando il vecchio adagio fumettistico dei supereroi con superproblemi, ma alla fine si è sempre lì: Davide contro Golia, il buono debole contro il male organizzato e potente.

Appare chiaro che si tratti di una bellissima illusione e i recenti eventi pandemici ci hanno forzato a capirlo. Ciononostante, ancora vi è la tendenza, in fondo, a crederci troppo. A iconizzare e, talvolta, idolatrare pericolosamente personaggi reali dando loro in mano un potere che non sempre riescono a gestire.

Le società cercano di consolarsi con eventi straordinari (ormai Terra-Marte sembra essere una tratta da pendolari) dimenticando che non sono né il caso né una spontanea e immediata capacità a portare a quelle imprese, bensì una solida preparazione, un lavoro di gruppo di proporzioni immani e soprattutto tanto tempo.

Ma per molti di noi credere il contrario solo per qualche ora, sospendere il patto con la realtà e lasciarsi andare all’impossibile accettandolo come parte integrante delle nostre vite è dolce, soave come una coccola materna e forse, addirittura, necessario.

Nel bene e nel male.

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