Mank e la Hollywood di Quarto potere


Mank è il nuovo film di David Fincher, che torna alla regia a sei anni da Gone girl, e racconta l’uomo dietro la genesi di uno dei più grandi capolavori della storia di Hollywood: Quarto potere di Orson Welles.

Herman J. Mankievicz, interpretato magistralmente da Gary Oldman, era uno degli sceneggiatori più in voga nella Hollywood degli anni 30, quando scrivere e sviluppare i soggetti per l’industria del cinema era affidato a collettivi di scrittori-impiegati.

Atmosfere da set hollywoodiani

Le atmosfere dei set hollywoodiani in Mank (Credits: Netflix)

Tra i suoi innumerevoli lavori c’è anche un contributo non accreditato alla stesura di Il mago di Oz del 1939. Nel film di Fincher, però, non vediamo mai Mank all’apice della carriera, ma sempre in declino psico-fisico, lavorativo e sociale.

La sua lingua è resa più tagliente della penna a causa dell’abuso di alcool (senza il quale dice di non poter creare) e ciò lo porta a venire allontanato dai circoli di potere delle major cinematografiche e anche dalla povera moglie.

Grazie però alla sua partecipazione a qualche lavoro per il Mercury Theatre di New York, Mank incontra il giovane Orson Welles. Viene così ingaggiato per scrivere il primo film da attore e regista del “ragazzo meraviglia”, all’epoca soltanto ventiquattrenne, accettando di non comparire nei titoli di testa.

La locandina di Mank, biopic targato Netflix con Gary Oldman

La locandina di Mank (Credits: Netflix)

La trama di Mank, il biopic di Netflix

Mank racconta la storia dietro la creazione di Quarto Potere e come l’esperienza e le scelte di Mankievicz abbiano dato un contributo fondamentale a uno dei più grandi film di sempre.

La linea temporale principale ci mostra lo sceneggiatore alcolizzato, immobilizzato a letto a causa di un incidente d’auto, che viene rinchiuso in una casetta nel mezzo del deserto del Mojave. Insieme a lui un’infermiera privata e una dattilografa, oltre a una quantità spropositata di sedativi e liquore portati di nascosto. E soltanto novanta, anzi sessanta giorni per scrivere la propria opera migliore.

L’azione statica di questa situazione viene intervallata da continui flashback che riportano il protagonista e il pubblico nello sfarzo della Hollywood anni 30. A incontrare coloro che rendevano grandi gli studios: produttori come David O. Selznick, Irving Thalberg e L.B. Mayer della Mgm. Fino ad arrivare a William Randolph Hearst, il magnate dell’editoria con un debole per il cinema, il lusso e le bionde, del quale Quarto potere è una biografia malcelata e impietosa.

Lisa Simpson e il meme di Quarto potere

Lisa Simpson ha qualcosa da ridire sulla genesi di Quarto potere (Credits: Fox)

Flashback su Quarto potere (Citizen Kane)

Per chi non conosca Citizen Kane (in italiano intitolato Quarto Potere, quello dell’informazione su carta stampata) consiglio vivamente di intraprendere la visione di questo capolavoro, opera prima e irripetibile di Orson Welles nelle doppia veste di regista e protagonista. Magari, dopo aver guardato Mank, per poterne apprezzare ancor di più tutte le nuove sfumature di significato che il film di Fincher abilmente crea.

La pellicola di Welles, rivoluzionaria per il 1941, si apre con un finto cinegiornale che ripercorre la vita del milionario Charles Foster Kane, appena scomparso, e compone un ritratto lucidissimo di un personaggio di finzione basandosi però sull’attualità di allora (la crisi del 1929, le simpatie poi negate per Hitler).

La struttura narrativa di Quarto Potere, immersiva e strabiliante, è come una spirale: parte dai margini per arrivare al fulcro e prende la forma di un’inchiesta giornalistica per scoprire chi o cos’è “Rosebud”, (o “Rosabella”, nell’adattamento italiano) l’ultima parola pronunciata dal magnate sul letto di morte.

Attraverso i punti di vista combinati di diversi personaggi che hanno avuto a che fare con Kane durante la sua vita, scopriamo i segreti di un uomo che voleva monopolizzare l’amore degli altri, ma non ne aveva da trasmettere a nessuno.

Una delle immagini più famose di Citizen Kane

Orson Welles in una scena di Quarto potere (Credits: RKO, Sony Pictures)

Charles Foster Kane e l’amore perduto

La ricchezza ottenuta in eredità, che lo ha strappato a un’infanzia spensierata, e la rincorsa continua del successo attraverso la creazione di un impero basato sulle notizie portano il giovane Charlie Kane a voler accumulare sempre più potere. Finirà per tradire la moglie, gli amici e i propri stessi ideali, fino rinchiudersi volontariamente nel proprio immaginifico palazzo di Xanadu.

Le memorie del suo tutore e poi le interviste al suo dipendente Bernstein, all’amico di una vita Leland e all’amante sempliciotta che voleva diventare cantante – che Kane ha sposato in seconde nozze e a cui ha costruito un teatro – sono i tasselli del un puzzle della vita di un uomo che si incastrano l’uno dopo l’altro.

Ma il pezzo finale è mancante, almeno per il giornalista che deve scriverne. Al pubblico, con un ultimo geniale movimento di telecamera viene rivelato il significato di Rosebud, e con esso tutto il rimpianto per una vita semplice finita in fumo.

È Welles stesso, con la sua presenza magnetica, a interpretare Kane attraverso tutte le età e, se vogliamo trovare un solo difetto a questo film, è il trucco invecchiante non proprio convincente sui volti degli attori. Un po’ come quello di Leonardo DiCaprio in J. Edgar!

Mank e i produttori a passeggio

There’s no business like show business! (Credits: Netflix)

Da Citizen Kane a Mank

Il passaggio da un film all’altro, a quasi ottant’anni di distanza, è volutamente automatico: i titoli di testa di Mank sono retrò proprio come se si trattasse di una pellicola degli anni 40 (anche il logo di Netflix subisce questo anacronistico trattamento). Le splendide musiche di Trent Reznor e Atticus Ross sono suonate soltanto da strumenti presenti all’epoca e il patinato bianco e nero scelto da David Fincher esalta ogni luce e ombra della trama.

A tratti Fincher sembra dirigere alla maniera di Welles, con movimenti di macchina, rimbombi e dissolvenze che ricordano Quarto potere, ma la sua intenzione non è quella di camuffare il suo film da pellicola d’epoca: è più interessato alla sostanza, al messaggio che vuole trasmettere.

Il regista sviluppa un soggetto scritto dal padre Jack, scomparso nel 2003, che era ossessionato dalla genesi di Quarto potere – ma fa di più – e approfitta del contesto per dipingere un affresco socio-politico della Hollywood di allora, filtrato dallo sguardo cinico di Mankievicz e dalla sua dolorosa ironia.

Amanda Seyfried

Amanda Seyfried buca lo schermo nei panni di Marion Davies (Credits: Netflix)

La Hollywood dei tempi d’oro vista da David Fincher

Mentre Mank scrive la sceneggiatura, nella sua mente passano i flashback delle meraviglie della Hollywood anni 30, ma anche l’inasprirsi delle influenze politiche all’interno degli studios dovute alla crisi economica e all’ingerenza di produttori esterni. Come quella esercitata dal famoso William Randolph Hearst, nel film interpretato da Charles Dance de Il trono di spade (ma che abbiamo visto anche nelle ultime due stagioni di The Crown e, purtroppo, in Dracula Untold), al quale il messaggio di Quarto potere è una sorta di attacco nemmeno tanto velato.

Tanto che già allora, prima che il film venisse girato, si parlava dello scontro tra il ragazzo d’oro del teatro (Welles) e il magnate dell’editoria (Hearst), con Mank in cucina! Si cita la massima “scrivi di ciò che conosci”, e Mank inserisce nel suo scritto l’esperienza vera della frequentazione col boss della Mgm L. B. Meyer, ridotto a cheerleader di Hearst e del partito repubblicano, e del magnate stesso negli innumerevoli party all’interno della sua tenuta di San Simeon.

Mankievicz tra ironia e fake news

In questo contesto Mankievicz è un abile giullare, la cui abilità con le parole è fonte inesauribile di battute che divertono i commensali, ma più tardi questo suo dono in forma scritta prenderà la forma di una vendetta.

Finirà coinvolta anche l’attrice Marion Davies (interpretata da un’incantevole Amanda Seyfried), giovane amante del milionario ma anche amica dello sceneggiatore, che in Quarto potere viene ritratta come un’aspirante cantante senza talento che Kane sposa in seconde nozze e alla quale regala addirittura un teatro.

In Mank c’è anche un accenno alle fake news dell’epoca, create ad arte per screditare il candidato democratico Upton Sinclair a governatore della California alle elezioni del 1934 – che, per inciso, non vinse. Il rapporto tra Mank e Welles è invece relegato a contatti telefonici e a un singolo turbolento incontro che finisce per ispirare una famosa scena di Quarto potere, ma anche l’accredito della sceneggiatura allo scrittore con cui Orson Welles condividerà l’unico premio Oscar vinto dal film.

Mank e il presente, tra streaming e sale chiuse

Parlando di Oscar, Gary Oldman nei panni del protagonista è semplicemente eclettico e chissà che non riesca a replicare la vittoria per il miglior attore come nel 2018, con il suo favoloso ritratto di Winston Churchill in L’ora più buia.

Di certo Mank non è un film per tutti i palati, ma una pellicola di classe per appassionati di cinema con la C maiuscola: una grande storia hollywoodiana che troverà il modo di lasciare il segno nei prossimi, stranissimi Oscar dell’era pandemica. Se soltanto fosse passato sul grande schermo, sarebbe stato delizioso fare la fila per vederlo in qualche sala storica del centro, anziché in un multiplex che non lo avrebbe messo in programmazione.

Invece, come ad almeno un grande film d’autore prodotto da Netflix ogni anno, è stato distribuito direttamente in streaming – proprio come Roma di Iñarritu e l’ultimo Scorsese con The Irishman – ma rispetto agli scorsi anni nessuno ha potuto indignarsi: è l’unica opzione possibile al momento, nel mondo del cinema ancora bloccato dal Coronavirus.

In conclusione

Mank di David Fincher non è una lettera d’amore alla Hollywood dei bei tempi andati, bensì una riflessione su come il potere del denaro corrompa tutto e tutti. Ciò ha una doppia valenza e questa pellicola vuole spiegare come si è arrivati a un film così memorabile ma amaro come Quarto potere, mostrandoci la vendetta di un uomo sconfitto perpetrata soltanto attraverso l’uso della parola scritta.

Nella sua struttura narrativa, per assurdo, Mank è più tradizionale di Citizen Kane nella sua alternanza presente/flashback. Personalmente l’ho trovato molto interessante, visto che conosco e amo l’opera prima di Orson Welles da molti anni, e non conoscevo invece la figura di Mankievicz, a cui va tutto il merito per soggetto e sceneggiatura.

Se vi sono piaciuti sia Mank che Quarto Potere, potete recuperate anche il film del 1999 intitolato Rko 281, con Liev Schreiber e John Malkovich, e appassionarvi ancora di più alle gesta di gloriosi Don Chisciotte come Mank e Welles! 

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