The boys in the band – Il remake Netflix della commedia arcobaleno


Nella cultura di ogni minoranza c’è un’opera seminale, che sa far breccia nella coscienza di un pubblico più ampio e ne aiuta l’integrazione.

The boys in the band può essere considerato tale per la cultura gay statunitense: nato dalla penna di Mart Crowley nel 1968 come spettacolo teatrale e adattato per il grande schermo due anni dopo nientemeno che da WIlliam Friedkin (il regista de L’esorcista).

È stato il primo film di Hollywood a trattare apertamente, e con leggerezza, il tema dell’omosessualità: messo in scena prima dei moti di protesta di Stonewall, pietra miliare della “liberazione” degli omosessuali oltreoceano, fa quindi parte di quella scintilla culturale che ha iniziato a cambiare la percezione della comunità Lgbtq nella società.

Il cast di The boys in the band posa col regista Joe Mantello e il compianto autore Mart Crowley

Il cast di The boys in the band posa col regista Joe Mantello e il compianto autore Mart Crowley (Credits: Netflix)

The boys in the band tra passato e presente

E dire che l’intenzione di Crowley era soltanto quella di scrivere una commedia teatrale composta da nove uomini gay a una cena in casa, basandosi sulle personalità della sua cerchia di amici e di sé stesso.

In Italia The boys in the band è stato distribuito col titolo Festa di compleanno per il caro amico Harold, ma il fatto che nessuno ne conosca l’esistenza la dice lunga sull’impatto che può aver avuto nel Belpaese degli anni 70.

Oggi il produttore Ryan Murphy – vero re Mida del piccolo schermo – insieme al regista Joe Mantello e lo sceneggiatore Ned Martel, adatta la pièce al gusto millennial (e politically correct) avvalendosi di un cast di soli attori gay, lo stesso gruppo di addetti ai lavori che ha riportato lo spettacolo in scena a Broadway nel 2018 e vinto un premio ai Tony Awards come “migliore revival”.

L’adattamento aggiornato per lo schermo, in versione Netflix, è stato un passaggio naturale.

Lo stesso Mart Crowley, ormai ottantaquattrenne, ha potuto seguirne la produzione e anche prendervi parte in un breve cameo – nella scena del gay bar all’inizio del film – ma non ha potuto assistere al debutto mondiale perché scomparso lo scorso marzo. 

La trama

Michael (Jim Parsons, lo Sheldon di The Big bang theory) sta allestendo nel proprio appartamento un party per il compleanno dell’amico Harold, all’improvviso riceve la telefonata del suo vecchio compagno di college Alan (Brian Hutchinson), il quale si trova in città e, tra le lacrime, lo implora di poterlo incontrare.

Michael, ricordandolo come un tipo leggermente omofobo, è piuttosto preoccupato al pensiero di averlo a una festa con sette uomini gay intenti a ballare e divertirsi: una coppia in crisi, composta da Hank (Tuc Watkins) e Larry (Andrew Rannells), il libraio Bernard (Michael Benjamin Washington) e l’istrionico Emory (Robin De Jesús).

The boys in the band - Quattro dei protagonisti ballano alla festa

Un momento spensierato per quattro invitati (Credits: Netflix)

Tra l’arrivo di un giovane gigolò (Charlie Carver) – ingaggiato come regalo di compleanno per la serata – e un “gioco” in cui ognuno dei presenti dovrà chiamare l’unica persona che ritengono di aver amato e confessarglielo al telefono, il compleanno di Harold diventa una serata che metterà a nudo i segreti e i rimpianti di tutti.

I protagonisti

Parsons e Bomer condividono la scena iniziale

Michael e Donald condividono un momento prima dell’arrivo degli amici (Credits: Netflix)

The boys in the band può essere considerata una commedia drammatica, perché parte da una situazione assolutamente leggera per poi complicarsi, ma il copione di Mart Crowley sa come stemperare la tensione con risate e battute fulminanti.

Gran parte di queste ultime viene da Michael, il padrone di casa, che può essere considerato il protagonista principale, e le restanti appartengono a Harold, il festeggiato, che è la sua nemesi: c’è un misterioso astio tra di loro che non ci viene spiegato, una rivalità che li rende due facce della stessa medaglia. Entrambi hanno caratteri complicati, sono ossessionati dall’idea di invecchiare e refrattari alle relazioni amorose.

Jim Parsons, che ricordiamo principalmente in ruoli comici, ha preso molto a cuore questo remake e la sua performance regge da sola gran parte del film: è un crescendo che parte dall’ironica leggerezza di colui che vuol far andar bene la serata a ogni costo, subentra poi il nervosismo verso il comportamento degli altri e infine la rabbia verso l’ex compagno di scuola, il gruppo, se stesso.

Jim Parsons e Zachary Quinto, le loro interpretazioni in The boys in the band

Coriandoli e torta

Buon compleanno, Harold! (Credits: Netflix)

È il ruolo migliore in cui abbia mai visto Parsons fino a oggi, intenso e sfaccettato come come quello interpretato della miniserie “Hollywood” – sempre di Ryan Murphy – e penso che ognuno di noi omosessuali non possa che identificarsi un pochino con le sue nevrosi e i suoi conflitti interiori.

Zachary Quinto (lo Spock dei nuovi Star Trek) nel ruolo di Harold, invece, per quanto arrivi in ritardo recupera visibilità grazie a un monumentale atteggiamento passivo-aggressivo e si confronta con l’interpretazione eccezionale di Leonard Frey nell’originale.

Il resto del cast

Matt Bomer è, come a volte gli accade, una bellissima statua dall’espressione triste: il suo enigmatico Donald di certo è stato l’oggetto del desiderio di più di un presente, ma durante la serata se ne sta un po’ defilato.

A garantire più scintille è di certo la coppia Watkins/Rannells: i due sono partner anche nella vita reale e qui scelgono di mettersi in gioco calandosi nei panni di due uomini con vedute molto diverse in fatto di relazioni, che provano comunque a far funzionare la loro storia d’amore.

La tenerezza è invece fornita dalla storia del personaggio di Michael Benjamin Washington, appartenente a due minoranze perché nero e gay, e gli spunti più comici li portano Robin De Jesús – il suo Emory è spontaneo ed esilarante – e Charlie Carver, l’ex gemello pestifero di Desperate Housewives,  che qui interpreta un escort un po’ scemotto.

L’atmosfera domestica e intima della cena tra amici e amanti è riprodotta sullo schermo grazie alla cura dei dettagli negli arredi dell’appartamento, che appare caldo e vissuto proprio come in una pellicola degli anni 60, e il regista Joe Mantello aggiunge brevi flashback che si interpongono ai racconti dei personaggi sulla presa di coscienza della loro sessualità e ci portano per un istante lontano dal presente.

L’analisi socio-culturale del remake a 50 anni dall’originale

The boys in the band è quel genere di dramma da camera che ti inchioda al divano alla maniera di Perfetti sconosciuti, anche se questo ovviamente è stato scritto – divinamente – più di 50 anni fa.

È ambientato nel ‘68 – annata di rivoluzioni – ma potrebbe essere nel presente: i personaggi sono così realistici e ben definiti che scavalcano lo scenario socio-culturale in cui sono inseriti.

Alan non si mescola un granché bene tra gli invitati

Come far capire a qualcuno che non è il benvenuto? (Credits: Netflix)

È anche però espressione e ricordo di un’altra era, in cui ai gay era proibito riunirsi e i nostri personaggi potevano essere se  stessi soltanto in privato, smettendo di fingere di essere eterosessuali soltanto in compagnia dei loro simili.

Per questo motivo ciascun invitato è una differente sfumatura del maschio gay del Novecento: c’è il tizio macho, quello molto effeminato, c’è il promiscuo e quello ancora pieno di odio verso di sé, così come colui che fino a pochi anni prima viveva e pensava come un etero, semplicemente perché gli era stato insegnato che non c’era altra possibilità.

Una produzione del genere, pubblicizzata e diffusa contemporaneamente in tutto il mondo dal gigante dello streaming senza alcuna censura o etichetta, può contribuire ad aprire ancora le menti e a migliorare la società – purtroppo ancora in parte retrograda – in cui viviamo.

Oltreoceano, l’omonimo spettacolo teatrale e il film di 50 anni fa hanno aperto una crepa nel muro di omissioni su come veniva percepita la diversità, che molti anni dopo Brokeback Mountain avrebbe definitivamente abbattuto.

Per chi non conosce The boys in the band, il film di Netflix è l’occasione giusta per avvicinarcisi e capire che, in fondo, siamo tutti soltanto bisognosi d’amore.

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