Recensioni – Mustang


Mustang - Locandina del filmMustang

di Deniz Gamze Ergüven, con Günes Sensoy, Doga Zeynep Doguslu, Elit Iscan, Tugba Sunguroglu, Ilayda Akdogan.

La giovane Lale ( Günes Sensoy)  vive con le quattro sorelle maggiori, la nonna e lo zio in un villaggio dell’odierna Turchia. Per festeggiare la fine dell’anno scolastico le ragazze si fermano a giocare sulla spiaggia, completamente vestite, con un gruppo di amici maschi. Il  gesto, benché innocente, causa grande scandalo nel piccolo paese: la nonna punisce le giovani prendendole a schiaffi e lo zio decide di recluderle in casa perchè non causino ulteriore “vergogna ” alla famiglia.  Inizia così per Lale e le sue sorelle un opprimente periodo di lezioni di economia domestica, umilianti test della verginità e abiti castigati, finchè ad una ad una le giovani vengono costrette, ancora adolescenti, a sposarsi…

Due sono le associazioni che vengono subito in mente vedendo Mustang, opera prima della regista turca Deniz Gamze Ergüven:  da un lato il Giardino delle Vergini Suicide (Sofia Coppola, 1999)  e dall’altro la misoginia dell’attuale classe dirigente turca. Sarebbe un errore però considerare Mustang come una versione ” orientale” del film della Coppola, così come relegarne il senso profondo ad una critica esclusiva delle tradizioni del mondo musulmano.

Se la storia di Lale affonda le radici nei costumi più misogini della Turchia rurale, Ergüven sceglie di spogliare il il più possibile la pellicola di connotazioni ideologiche e politiche, per raccontare un universale desiderio di libertà dei corpi, comprensibile e condivisibile al di là delle barriere geografiche.

Infatti non è la cultura in primo luogo a spingere le ragazze alla ribellione, quanto la loro stessa natura di adolescenti in crescita che desiderano quanto di buono il mondo fisico possa offrire: la luce del sole e e l’acqua del mare, altri corpi da toccare e abbracciare, la terra su cui correre e saltare.  Un vestito lungo ed informe, allora, diventa una prigione in cui ci si sente morire. E non è comunque abbastanza per frenare tutta quell’energia vitale: Ergüven posa uno sguardo originalissimo, vivace e carnale, sulle sue ragazze dai capelli lunghissimi e i volti ostinati.

La voce narrante è quella personalissima, di Lale: la sorella più piccola e per questo quella meno considerata dal resto della famiglia. La sua è in un certo senso una posizione privilegiata: ha il tempo di osservare e decidere, mentre le sorelle le scorrono davanti, condannate a destini più o meno crudeli, più o meno imposti dagli altri.Ed è dello sguardo di Lale, meno ancora che di quello delle sue sorelle, che lo zio e la nonna sembrano inconsapevoli: gli adulti di Mustang agiscono e giudicano, ma sembrano non aspettarsi di venire ugualmente analizzati. E per questo, falliscono nel vedere l’ingenuità come l’ipocrisia, la rabbia come la depressione.

Nonostante sia stato girato e recitato in turco, Mustang è una produzione francese e come tale  il film è stato scelto dalla Francia per gli Oscar 2016: la candidatura pare meritatissima, in primo luogo per l’originalità visiva ma anche e soprattutto per la delicatezza con cui Ergüven tratta un argomento così delicato.  Le vicende di Mustang potevano facilmente trasformarsi in orrore: invece il risultato è quasi una favola con una morale, una moderna ricerca di una terra santa di cultura, educazione e modernità.

Proprio per questa sua natura di racconto – metafora, Mustang tradisce un po’ sul finale: la conclusione pare un po’ semplicistica e  lascia più di una domanda senza risposta. La modernità è davvero il luogo di liberazione della femminilità, oppure è solo l’altra faccia della stessa medaglia?

Da vedere!

 

 

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