C’era una volta


Jacob e Wilhelm Grimm ; Kitsis e Horowitz.

Ebbene, li separano approssimativamente centocinquanta anni di distanza, epoche completamente diverse e due paesi lontani migliaia di chilometri, Germania e Stati Uniti, ma, nonostante tutto, qualcosa accomuna assai profondamente queste due geniali coppie di artisti.

Strano ma vero, non è il fatto di essere seri ed arcigni linguisti tedeschi (il dubbio c’era, lo so, i sofisticati strumenti di Photoshop, come quelli usati per dare un po’ di tono ai due sceneggiatori americani, traggono sempre in inganno). Probabilmente invece, sia i due vecchietti emananti saggezza sulla sinistra, sia i due giovani occhialuti e dallo spirito intraprendente sulla destra miravano a fare qualcosa di grande nelle loro vite e a diventare super ricchi, gli uni nell’ ambito accademico, gli altri nel mondo delle serie televisive.
I cinici si accontentino di questa spiegazione.
Il mio pensiero però, per la gioia dei lettori dall’ animo più romantico e sognante, è che tutti e quattro questi uomini da bambini abbiamo immaginato mondi lontani e magici e vissuto vite soprannaturali; che abbiano sconfitto draghi malvagi o tremato alla vista di una spaventosa strega insieme ai personaggi delle fiabe delle cui parole si imbevevano lo spirito e riempivano le orecchie, fino all’ orlo, al punto da lasciarsi cullare verso il sonno dalla voce dei genitori con occhi traboccanti di magia.
I primi, una volta adulti, si sono decisi a raccogliere tutte le leggende popolari tedesche tramandate oralmente in libri di fiabe senza tempo; i due sceneggiatori americani hanno invece pensato di dare finalmente vita alle fiabe che ascoltavano da bambini e di arricchirle ancora di più con altre storie e possibili vicende del mondo reale, generando un mostro come quello del dottor Frankenstein, tanto terrificante quanto ingegnoso come “Cera Una Volta” (Once Upon a Time), serie televisiva uscita nel 2011 in America sul canale ABC. In questo caso particolare, quello che costituisce questo mostro non è tanto un insieme di lembi e membra di diversi cadaveri cuciti assieme, quanto la maggior parte del patrimonio fiabesco occidentale rappresentato dalle storie più conosciute dei fratelli Grimm e favole e storie sapientemente intrecciati l’un l’altra.
Il risultato finale, tuttavia, alla fin fine non è affatto un mostro alla “Frankenstein”, o meglio, non è solamente un mostro secondo l’accezione generale, ovvero qualcosa di spaventoso e mortalmente pericoloso: si tratta piuttosto di ciò che intendevano gli antichi romani con la parola latina monstrum, essenzialmente qualcosa che intimorisce sì, ma allo stesso tempo qualcosa che impressiona, che suscita stupore e meraviglia e non solo paura.
D’ altronde non si può davvero che rimanere impressionati quando tutti i personaggi delle fiabe conosciute sembrano trovare il loro posto, incastrarsi perfettamente come pezzi di un puzzle nella trama di una serie televisiva!!  L’opera finale dei due sceneggiatori risulta ancora più ammirevole, quando si considera che le storie da tessere insieme contemporaneamente non sono solo quelle dei personaggi fiabeschi che conosciamo ma anche quelle di persone reali, con un meccanismo secondo il quale i primi vengono trasformati inconsciamente nei secondi da una maledizione scatenata dai cattivi di turno. Le analogie fra i nomi originali utilizzati dai fratelli Grimm ed alcuni nuovi nomi inventati invece dagli autori televisivi per i corrispondenti personaggi reali sono quanto mai divertenti ed anche sorprendentemente ricercate: ad esempio, Biancaneve diventa Mary Margaret Blanchard, il cui cognome in francese richiama per assonanza il colore bianco, o ancora Cappuccetto Rosso diventa Ruby, nome inglese abbastanza comune che sta per “rubino”.
14d10f40e268b8276d1fb607281e9663Infine, come se non bastasse, l’intera vicenda è complessa e ambigua anche a livello narrativo, in quanto oltre ai veri narratori, invisibili ma naturalmente attivi dietro le quinte (Kitsis e Horowitz) c’è l’inquietante Tremotino (Rumplestilskin nella versione inglese), che si trova invece proprio sotto i riflettori, essendo un personaggio interno alla storia, e che pur non essendo narratore sembra tenerne comunque segretamente e fatalmente le fila, per il suo essere stranamente troppo spesso al corrente di ciò che starà per succedere. É lui che riesce a tenere ogni abitante di Storybrook (il paese dove la storia è ambientata) ma anche lo spettatore sempre col fiato sospeso, ingannandolo ogni volta con allettanti ma falsi happy endings. Allettanti ma ingannevoli happy endings: tutta colpa della realtà! Per la prima volta infatti, non è più la fantasia che s’insinua nella realtà, quanto la realtà che s’infiltra di soppiatto in un mondo incantato. Ma forse è proprio questo che costituisce la vera magia di questa serie.

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