Recensioni – Romanzo di una strage


Romanzo di una strage

Di Marco Tullio Giordana, con Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Fabrizio Gifuni

Milano, 1969. Una bomba esplode all’interno della Banca Nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana, causando diciassette morti e più di ottanta feriti. Il commissario Calabresi (Valerio Mastandrea) si occupa delle indagini, che inizialmente sembrano portare alla pista anarchica: tuttavia ben presto le motivazioni dell’attentato si rivelano molto più complesse, e vengono coinvolti anche gruppi di estrema destra,servizi segreti deviati e alte sfere del potere…

La strage di Piazza Fontana è uno degli episodi più oscuri della storia del nostro paese. Una tragedia senza colpevoli, che ha mostrato le debolezze della giustizia, la corruzione dello stato e l’animosità dei contrasti ideologici e politici. Giordana racconta tutto questo in maniera essenziale, scarna, diretta: pone l’accento sull’umanità di alcuni personaggi, come il commissario Calabresi e l’anarchico Pinelli, e sulla disumanità di altri, suggerendo che siano questi ultimi i colpevoli, diretti o indiretti della tragedia.

Non è mai facile portare sul grande schermo la storia italiana: Romanzo di una strage evita la facile retorica e suggerisce, sin dal titolo, l’idea di una storia romanzata, (e come potrebbe essere diversamente, dato che la verità è ancora sconosciuta?) ma comunque capace di suscitare riflessioni. In realtà, forse, ciò che emerge dal film, più che un discorso politico o sociale, è soprattutto l’amarezza, di fronte alla morte civile di un paese che non ha forse mai conosciuto una vera democrazia. Andare al cinema allora, diventa non solo un modo per passare qualche ora piacevole, e nemmeno ricevere una semplice lezione di storia: piuttosto Romanzo di una strage andrebbe visto per prendere coscienza dei fantasmi che affollano il nostro presente.

Bravo Favino, ormai avezzo ai ruoli impegnati, bravo Mastandrea, ma soprattutto complimenti a Fabrizio Gifuni,che interpreta un Aldo Moro oscuro e tormentato, dalla cui voce emerge tutta la desolazione della nostra politica.

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