Alle origini del Pride – I moti di Stonewall e la Ball culture


Il 28 giugno ricorre il 52esimo anniversario dei moti di Stonewall, ovvero gli scontri avvenuti nei pressi dello Stonewall Inn, un bar del Greenwich Village di New York, tra la polizia locale e i gruppi di manifestanti omosessuali e trangender tra il 27 giugno e il 3 luglio del 1969.

Oggi, in tutto il mondo contemporaneo, si considera questa rivolta il simbolo della nascita del movimento di liberazione omosessuale, e giugno è denominato Pride month, mese del Pride.

Ma cosa accadde durante quelle tragiche notti?

I moti di Stonewall

La leggenda vuole che la rivolta si scatenò con il lancio di una scarpa (o una bottiglia?) da parte di Sylvia Rivera, un’attivista transgender che era stata colpita con un manganello da un poliziotto.

Stonewall Inn

Lo Stonewall Inn, che ha dato il nome ai moti di Stonewall del 1969 (Credits: yosoynuts, Creative Commons)

La folla reagì, e ben presto costrinse la polizia a ritirarsi all’interno del bar e a chiedere rinforzi: venne così inviata una squadra anti-sommossa, originariamente addestrata per contrastare i dimostranti contro la guerra del Vietnam. Si stima che i manifestanti fossero circa 2000, contro 400 poliziotti.

Solo nella prima notte di scontri vennero arrestate 13 persone, feriti quattro agenti di polizia e tantissimi manifestanti, picchiati dalle forze dell’ordine.

La tensione continuò per i due giorni successivi.

Il contesto in cui nacquero i moti di Stonewall

Nei locali gay di Manhattan, in quegli anni, le retate della polizia erano frequenti: non era lecito che le persone si vestissero con abiti non consoni al proprio genere, né che ci si baciasse o che ci si tenesse per mano tra persone dello stesso sesso.

Il cross-dressing, parola inglese che indica il travestitismo, si riferisce infatti al “vestire in modo opposto” , indipendentemente dalla propria identità di genere o dal proprio orientamento sessuale, e bastava come scusa per essere messo in custodia, incarcerato o picchiato dalla polizia.

Quando, nella notte tra il 27 e il 28 giugno, la polizia irruppe nello Stonewall Inn, per la prima volta si ebbe una reazione: le persone decisero di scendere in piazza per affermare che esistevano, che non si volevano più nascondere e che si ribellavano alle violenze.

Un punto di svolta

La retata dello Stonewall ha rappresentato la scintilla necessaria a fare esplodere una situazione che esisteva già da tempo. Negli ultimi anni, infatti, era nell’aria l’idea che le minoranze oppresse avessero il diritto di rivendicare una loro dignità: le lotte politiche contro la guerra in Vietnam e in difesa dei diritti civili dei neri sono state di grande ispirazione per gli attivisti della comunità omosessuale.

Lo stesso slogan Gay power!, nato durante Stonewall, prendeva spunto dallo slogan Black Power!.

Sylvia Rivera Stonewall

Sylvia Rivera in una foto del 1985 (Dominio pubblico)

Per questo motivo, la rivolta del 28 giugno 1969 è considerata un punto di svolta nella storia della comunità Lgbtq+, e cioè un momento di autodefinizione più che di integrazione nella società.

Per la prima volta, infatti, si lottava per la rivendicazione delle proprie esistenze e si rifiutava l’integrazione in una società incapace di accettare le diversità, sostenendo che fosse questa a dover essere cambiata.

Il mese successivo agli scontri Sylvia Rivera, insieme all’amica e attivista Marsha P. Johnson, aderì al Gay Liberation Front (Glf), la prima vera organizzazione del Movimento di liberazione gay, fondata da Craig Rodwell e Brenda Howardnel. In pochi mesi il Glf aveva già raggiunto la notorietà in tutti gli Stati Uniti, e, nel giro di pochi anni, in tutto il mondo nacquero organizzazioni simili.

L’anno successivo fu proprio il Glf a organizzare una marcia commemorativa degli eventi di Stonewall, alla quale parteciparono migliaia di persone: il Christopher Street Liberation Pride, rinominato in seguito Gay Pride.

La Ball culture e le case

Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera fondarono a propria volta la Street Transvestite Action Revolutionaries (Star), inizialmente chiamata Street Transvestites Actual Revolutionaries, un’organizzazione per gay, trans e persone genderqueer e, poco più tardi, la Star House, un rifugio per ragazzini gay e transgender.

Pagando l’affitto con il denaro che guadagnavano prostituendosi, Johnson e Rivera davano vitto e alloggio ai giovani senza tetto della comunità Lgbtq+, e per questo venivano considerate “madri” delle case che mantenevano.

Per le persone Lgbtq – per lo più di origine afroamericana o ispanica – che venivano cacciate dalle proprie famiglie originarie, e che si trovavano senza un tetto sopra la testa, le case rappresentavano delle vere e proprie famiglie alternative, nelle quali trovavano madri, padri, fratelli e sorelle.

Pose, Netflix, Ball culture

Una scena tratta dalla serie televisiva Pose, che descrive perfettamente la Ball culture e la durissima vita di molte persone transgender dell’epoca, cacciate dalle loro comunità di provenienza e minacciate dalla presenza costante dell’Aids (Credits: Netflix)

Il sistema di houses di New York faceva parte della cosidetta Ball culture, una sottocultura della comunità Lgbtq presente in 15 diverse città americane.

A dispetto delle leggi che proibivano il travestitismo, la Ball culture organizzava balli mascherati – chiamati anche “drags” – che iniziavano verso le tre del mattino per evitare le retate della polizia. I concorrenti delle varie case si sfidavano e venivano giudicati da una giuria in base all’abilità di ballo (voguing), ai vestiti indossati e allo stile complessivo che manifestavano.

Transfobia anche dentro i movimenti di liberazione omosessuale

L’importanza e la risonanza di queste proteste e manifestazioni fu talmente grande che, dal 1970, ogni anno è tradizione scendere in piazza e marciare gioiosamente.

Ma non mancarono, pur all’interno di un movimento di liberazione, le discriminazioni. Nel 1973, Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera furono escluse dalla partecipazione alla sfilata del gay pride dalle persone che organizzavano l’evento. I membri del comitato volevano escludere le drag queen dalle loro marce perché avrebbero messo in “cattiva luce” le proteste.

Le correnti transfobiche, seppur in numero minore, esistono anche ai giorni d’oggi.

Per questo, con il passare degli anni, si è preferito denominare “Pride” quello che prima era chiamato “Gay Pride”. In questo modo, nessun individuo può sentirsi escluso dalla lotta.

Perchè è importante il Pride

Con i moti di Stonewall inizia a prendere forma il concetto di pride, e cioè di orgoglio per essere ciò che si è. Ancora adesso, le parate del Pride sono pura gioia di mostrarsi per quello che si è.

Manifestare gioia, non protestare: il Pride rompe le norme sociali.

Pride

Un’immagine aerea scattata durante un Pride (Credits: Tanushree Rao, Unsplash)

In Italia il primo Pride è stato a Roma nel 1994. Ancora oggi si continua a scendere in piazza perchè ancora c’è bisogno di rivendicare determinate esistenze, e celebrarne le diversità.

Buon Pride month a tutte le persone che ci leggono!

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