Sojourner Truth – L’incredibile storia di una donna nata schiava


Sojourner Truth è stata un’abolizionista e attivista per i diritti delle donne americana, e la sua storia è a dir poco incredibile.

Il suo vero nome era in realtà Isabella: scelse di cambiarlo nel 1843 quando, ormai liberà dalla schiavitù, decise di percorrere un viaggio per raccontare la verità. Sojourner Truth significa infatti “colei che abita la verità”.

Sojourner Truth

Sojourner Truth in una foto del 1864, New York (fotografo sconosciuto, dominio pubblico)

Anche se ancora sconosciuta a molti al di fuori degli Stati Uniti, Sojourner Truth oggi è quasi un simbolo dell’identità femminile afroamericana, nonchè precursora del femminismo intersezionale contemporaneo.

Senza voler minimizzare le sue sofferenze o ridurre la sua esistenza a un mito, oggi ripercorreremo gli episodi più salienti della sua esistenza.

Sojourner Truth, nata schiava come Isabella Bomefree

Isabella Bomefree (in seguito Baumfree) nasce da James e Betsy Bomefree, due schiavi di proprietà del colonnello Johannes Hardenbergh. Le piantagioni di proprietà di Hardenbergh si trovavano a Swartekill, nella contea di Ulster, un insediamento olandese a nord di New York. Non si sa con certezza in quale anno sia nata quella che poi sarebbe diventata nota come Sojourner Truth, ma ci troviamo all’incirca nel 1797.

Nascere in condizioni di schiavitù significava essere considerata alla stregua di un animale, basti pensare che all’età di 13 anni era già stata venduta tre volte: nel 1806 da Charles Hardenbergh (figlio del colonnello) a John Neeley insieme a un gregge di pecore per 100 dollari; nel 1808 a Martinus Shriver per il valore di 105 dollari e nel 1810 a John Dumont per 300 dollari.

Il lavoro era durissimo e le punizioni forse anche di più. Come lei stessa racconterà successivamente, subì tantissime violenze. In particolare il suo secondo padrone, John Neely, aveva l’abitudine quotidiana di stuprarla e picchiarla con un fascio di verghe.

una statua di Sojourner Truth

Sojourner Truth Memorial, Florence, MA, (Credits: Lynne Graves, Massachusetts Office Of Travel & Tourism, Creative Commons)

Nel 1815 si innamora di Robert, schiavo appartenente a una fattoria vicina, ma la loro relazione ben presto si trasforma in tragedia. I due hanno una figlia, Diane, ma ben presto il padrone di Robert vieta ai due di vedersi: non vuole che i suoi schiavi abbiano figli con schiavi non appartenenti a lui. Il suo padrone a quel punto la costringe a sposare Thomas, un altro schiavo molto più vecchio di lei, dal quale avrà altri quattro figli: Thomas, Peter, Elizabeth e Sophia.

L’abolizione della schiavitù e la fuga

Nonostante lo stato di New York avesse abolito la schiavitù nel 1827, molti proprietari terrieri continuarono a vendere illegalmente schiavi anche negli anni successivi, o trovarono il modo di prolungare la loro condizione di sudditanza.

All’epoca Sojourner Truth era di proprietà di John Dumont, il quale le aveva promesso la libertà per poi successivamente cambiare idea. Per questo motivo lei decise di scappare, portando con sé la più piccola dei suoi quattro figli, Sofia. Trovò rifugio presso i Van Wageners, una famiglia di abolizionisti, che la comprarono a Dumont per 20 dollari e la resero finalmente libera.

I Van Wageners la aiutarono anche durante il processo legale che Truth intraprese per poter riottenere la custodia di suo figlio Peter, di 5 anni, venduto illegalmente da Dumont a un altro proprietario in Alabama.

Una nuova vita: da Isabella Baumfree a Sojourner Truth

Nel corso degli anni 30, trasferitasi a New York, inizia a lavorare come domestica e a frequentare la chiesa metodista. E qui che avviene la sua evoluzione spirituale, che la porta a cambiare il suo nome da Isabelle a Sojourner.

Non tutte le persone vedevano di buon occhio le letture e le prediche che faceva in chiesa. Anzi, in molti consideravano i suoi appassionati e carismatici interventi pubblici un segno di pazzia e ignoranza. Grazie a questi, però, entra in contatto con molte persone influenti dell’epoca, tra i quali gli abolizionisti William Lloyd Garrison e Frederick Douglass.

Anche se non sapeva né leggere né scrivere, e in parte incoraggiata dall’organizzazione anti-schiavista di Garrison, Sojourner Truth iniziò a tenere moltissimi discorsi pubblici sull’abolizione della schiavitù. Parlava dei diritti delle donne, di suffragio universale, di riforma delle prigioni, di abolizione della schiavitù, e tanto altro.

Nel 1850 dettò alla sua amica Olive Gilbert quella che poi sarebbe diventata la sua autobiografia, che le diede fama nazionale: The Narrative of Sojourner Truth. Grazie al suo libro, in quel periodo incontrerà altre importanti attiviste del movimento delle donne, nonchè abolizioniste, tra le quali Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony.

Ain’t I a woman?

Sojourner Truth è conosciuta principalmente per il celebre discorso titolato “Ain’t I a woman?” (“Non sono, io, una donna?”), pubblicato dalla femminista e abolizionista Frances Dana Barker Gage nel 1863. In realtà questo testo è la trascrizione del discorso originale avvenuto nel 1851 a un congresso sui diritti delle donne in Ohio (ben 12 anni prima!).

La frase “Non sono, io, una donna?” si ispirava al motto “Am I not a man and a brother?” (lett. “Non sono, forse, un uomo e un fratello?”) che era usato fin dalla fine del 1700 dagli abolizionisti britannici per denunciare la disumanità della schiavitù.

Con questo discorso, Truth osò sfidare e smentire le credenze dell’epoca riguardo all’inferiorità razziale o di genere ricordando alla platea che le donne non erano diverse dagli uomini.

Sojourner Truth richiedeva che gli abolizionisti lottassero non solo per gli uomini neri, ma anche per le donne, ugualmente schiavizzate e a volte ancor più oppresse.

La versione originale del discorso

Sappiamo che in realtà esiste un’altra versione di questo discorso – quella originale – trascritta dal giornalista Marius Robinson poche settimane dopo che Sojourner lo fece. Venne pubblicata il 21 giugno del 1851 sul quotidiano Anti-slavery Bugle e, anche se molto meno famosa, è considerata la versione più attendibile.

All’interno di questa trascrizione non è presente la famosa frase “Ain’t I a woman?” né l’accento degli schiavi del Sud che falsamente le verrà poi attribuito da Frances Gage. Robinson, infatti, non solo era presente il giorno della conferenza, ma era un amico di Truth e, prima di pubblicare il discorso, lo fece controllare e approvare da lei.

Gli ultimi anni di Sojourner Truth e la morte

Sojourner Truth continuò a parlare in difesa dei diritti degli afroamericani e delle donne anche durante e dopo la Guerra civile. Come Douglass e gli altri protagonisti del movimento antischiavista, Truth sosteneva che, poiché lo scopo della Guerra di secessione era di porre fine alla schiavitù, gli afroamericani avrebbero dovuto potersi arruolare e prendere parte alla lotta per la propria libertà.

Sojourner Truth in una fotografia restaurata da Randall Studio

Sojourner Truth in una fotografia restaurata (Randall Studio, dominio pubblico, foto ritagliata)

Negli ultimi anni della sua vita chiede al governo federale di concedere agli ex-schiavi terre da possedere, per poter emanciparsi a tutti gli effetti. Nonostante la sua lotta, e dopo aver addirittura conosciuto il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln, il suo progetto non avrà gli esiti desiderati.

Morì nel 1883 a Battle Creek, il piccolo comune dove viveva, in Michigan. Al suo funerale parteciparono più di mille persone, e nel corso del ‘900 le furono dedicate targhe, incisioni, canzoni, autostrade, società, robot della Nasa, francobolli e capitoli nei libri di scuola. 55 anni fa, il sindaco di Battle Creek, Preston Kool, ha stabilito che il 18 maggio sarebbe stato il Sojourner Truth Day.

L’eredità di Sojourner Truth

Nel 1920, quarant’anni dopo la sua morte, il diritto di voto alle donne viene finalmente garantito su tutto il territorio della Federazione degli Stati Uniti. Forse è anche grazie al suo importante ruolo che lo scrittore e filosofo Molefi Kete Asante l’ha inserita nella sua lista di 100 afroamericani più importanti della storia.

Nel 1981 Truth viene introdotta nella National Women’s Hall of Fame di Seneca Falls a New York e, nello stesso anno, la scrittrice bell hooks intitola il suo primo importante lavoro “Ain’t I a woman?”.

Michelle Obama, Hillary Clinton e Nancy Pelosi scoprono il busto di Sojourner Truth al Campidoglio

Michelle Obama, Hillary Clinton e Nancy Pelosi scoprono il busto di Sojourner Truth al Campidoglio (Credits: Nancy Pelosi, Creative Commons)

Truth è anche la prima donna nera alla quale è stato dedicato un busto all’interno del Campidoglio, a Washington D.C. Il giorno della presentazione, il 28 aprile del 2009, erano presenti la speaker della Camera Nancy Pelosi e le allora first lady Michelle Obama e segretaria di Stato Hillary Clinton.

Sojourner Truth, precursora del femminismo intersezionale

bell hooks sojourner truth

La copertina del libro ain’t i a woman, di bell hooks (Credits: Routledge)

Si può considerare il discorso “Ain’t I a woman” antesignano del concetto di intersezionalità.
Le parole di Sojourner Truth dimostrano come le identità non siano riducibili a un singolo fattore, ma un insieme di più fattori più o meno assoggettati a forme di potere.

Con Sojourner Truth inizia a essere evidente come il concetto di intersezionalità sia intrinsicamente connesso a una critica antirazzista del movimento femminista: per questo è importante ricordare e contestualizzare le radici e la storia del termine “intersezionale”.

Inoltre, per evitare di ridurre la partecipazione e l’impegno femminista a una mera performance, si deve sempre tenere conto di quanto razzismo e colonialismo siano insiti dentro di ciascuno di noi, soprattutto se persone bianche.

I am pleding for my people

È importante riconoscere i tentativi di istituzionalizzazione nonchè dell”imbiancamento” dell’intersezionalità: dobbiamo fare in modo che gli spazi femministi siano per le persone più marginalizzate (comunità Lgbtq+, persone nere, persone con disabilità e così via…) un luogo di unione e non di ulteriore discriminazione.

Il mio pensiero va a Sojourner e alla vita che ha vissuto, piena di coraggio e di forza per gli altri, sperando che possa continuare a essere esempio per tante donne.

“I am pleading for my people, a poor downtrodden race
Who dwell in freedom’s boasted land with no abiding place
I am pleading that my people may have their rights restored,
For they have long been toiling, and yet had no reward
They are forced the crops to culture, but not for them they yield,
Although both late and early, they labor in the field.
While I bear upon my body, the scores of many a gash,
I’m pleading for my people who groan beneath the lash.
I’m pleading for the mothers who gaze in wild despair
Upon the hated auction block, and see their children there.
I feel for those in bondage—well may I feel for them.
I know how fiendish hearts can be that sell their fellow men.
Yet those oppressors steeped in guilt—I still would have them live;
For I have learned of Jesus, to suffer and forgive!
I want no carnal weapons, no machinery of death.
For I love to not hear the sound of war’s tempestuous breath.
I do not ask you to engage in death and bloody strife.
I do not dare insult my God by asking for their life.
But while your kindest sympathies to foreign lands do roam,
I ask you to remember your own oppressed at home.
I plead with you to sympathize with signs and groans and scars,
And note how base the tyranny beneath the stripes and stars”

Olive Gilbert & Sojourner Truth (1878), Narrative of Sojourner Truth, a Bondswoman of Olden Time, pag. 303.

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