Conoscere se stessi – Un racconto breve sul vero viaggio di ognuno di noi


Attraverso gli occhi degli altri è possibile conoscere se stessi; ma è anche vero il contrario. O meglio: sono vere entrambe, ma c’è di più.

Confusi? Vi sarà tutto molto più chiaro dopo la lettura di questo piccolo racconto.

L’ironia e l’introspezione sono il modo con cui abbiamo deciso di introdurre una nuova rubrica dal titolo Ricci afro in un mondo senza balsamo, che ci terrà compagnia una volta al mese.

Per saperne di più, vi lasciamo al messaggio dell’autrice in coda al racconto.

Buona lettura!

Discorsivo.it

Conoscere se stessi – Dove comincia il vero viaggio

Il racconto su conoscere se stessi viene rappresentato da una bambina che medita sotto un arcobaleno.

Conoscere se stessi – Il vero viaggio (Credits: Carola Astuni)

 

Tutto buio da queste parti, umidiccio e scivoloso.

Non ho grandi ricordi di quello che mi è successo prima, forse neanche ne ho memoria: so solo che mi ci sono ritrovato in questa grotta solitaria.

Sinceramente ci sto bene, anche se mi sarebbe piaciuto avere più compagnia. Mentre aspetto che accada qualcosa di eccitante, nutro forti speranze per il futuro e mi sollazzo a lasciare impresse le mie sensazioni: chissà, un giorno potrebbero tornare utili a qualcuno!

Sento un tepore strano che mi avvolge, avverto suoni e percepisco movimenti esterni, ma non ho ancora padronanza del mio corpo. Credo dovrò farci l’abitudine perché non so per quanto tempo dovrò restare quaggiù, abbandonato come sono al mio destino.

Ogni tanto provo a immaginare come sia là fuori,
ma credo di essere un po’ preoccupato da ciò che ascolto.

Sono un buon uditore, tanto da potermi permettere di consigliare chi mi capita vicino. Urlo, per farmi sentire, ma a volte ho come l’impressione di possedere un linguaggio che solo io posso comprendere.

Questo mi rende un essere speciale. D’altra parte, da quando mi ritrovo qui, sono sopravvissuto a diversi attacchi alla mia vita: se ancora respiro e mi alimento lo devo anche al mio coraggio, alla mia bramosia di vivere, alla mia faccia tosta. Pur non avendo memoria di fatti antecedenti alla mia presenza in questo strano luogo, ho perfettamente scolpito nella mia testa gli avvenimenti da qui a cinque settimane fa.

Non so se qualcuno mi stesse cercando allora, ma quando mi troveranno penso – e spero – saranno felici di sapermi al sicuro.

 

Ho sentito un boato molto forte. Le pareti di questo antro hanno tremato e non ne comprendo il motivo.

Ho un po’ di paura, ma spero che passerà. Mi sento indolenzito e un po’ debole, ho bisogno di sgranchirmi ma preferisco aspettare.

 

Quando cerchiamo di dare spiegazioni circa i nostri comportamenti o riguardo le nostre caratteristiche che ci distinguono dagli altri, ci rifacciamo spesso al nostro patrimonio genetico. L’introspezione legata al nostro albero genealogico diventa – a mio modesto parere – buffa e decisamente grottesca (“Hai gli occhi di mamma/il naso di babbo/il mento di zio Gianni/i baffi di nonna Ada”), come se avere una parte del corpo simile a un tuo parente ti rendesse più speciale e affine alla famiglia.

Anzi, fare (o essere) qualcosa che ti contraddistingue dai tuoi antenati dovrebbe essere motivo di vanto: mia madre, per esempio, è stata la prima della sua famiglia a sposare un uomo dalla cultura diversa dalla sua. Un africano, un nero.

(Mio zio direbbe che il mio cinismo mi salva)

Tuttavia, nonostante trovi questa spasmodica ricerca della somiglianza un po’ superata, credo che ci sia della tenerezza nel ripercorrere il sentiero delle proprie origini.

Per quanto mi riguarda, devo ammettere di essere davvero fortunato: sono il frutto di un grande amore fra due persone molto strane, estremamente diverse fra di loro, ma davvero uniche nel loro genere.

Non lo dico tanto per dire, ma chi decide di sposarsi e fare figli da giovane non deve essere tutto centrato.

I miei non lo sono di sicuro.

Papà ha dovuto emigrare dal suo Paese per studiare, arrangiandosi con svariati lavori per riuscire a laurearsi. È un musicista dal talento straordinario. Mia madre, al contrario, è un’artista piuttosto “scolastica”, senza infamia e senza lode… diciamo che se la cava, ma si occupa di talmente tante cose che non riesce mai a trovare la sua reale inclinazione.

Scrive libri per bambini e fa l’illustratrice, si occupa di sociale e insegna, è brava a fare fotografie, suona e canta a tempo perso dietro a quel fenomeno di papà.

Quando parlo dei miei genitori sorge spontanea la domanda

“E tu, cosa hai preso da loro? I capelli afro o il nasino alla francese? Hai la musica nel sangue o l’estro nel disegnare?”

Posso solo dire che la loro follia – sposarsi e fare un figlio mulatto in un clima di razzismo dilagante – mi rende, giorno dopo giorno, un poco più forte.

Non ho scelto il colore della mia pelle: me lo sono ritrovato.

Per alcuni è un motivo di vanto, per altri un’atroce sofferenza. Ma il loro esempio, la loro tenacia e la semplicità del modo in cui mi hanno generato, ha instillato in me un po’ di orgoglio.

Sento un divertente formicolio in tutto il corpo, un effetto simile a un’overdose di cioccolata. Mi sento totalmente inebriato dalla coltre di nebbia che ha appena fatto capolino in questo celato angolo di Mondo.

Sono bilingue. Bella fortuna la mia!

I suoni che sento là fuori, però, non appartengono al mio vocabolario: potrebbe trattarsi di tedesco, olandese, o qualcosa del genere.

Sembra che tutti se la stiano spassando, ci sono rumori di bottiglie e brindisi continui: gli alcolici non mi vanno così a genio, credo di avere qualche problema nella loro digestione. Ma il profumo della birra mi mette una certa allegria.

Non mi piace nemmeno il caffè, tantomeno fumare. La cosa che però mi secca, in questa vita così priva di vizi, è la mancanza di convivialità. Uscire a fumare una sigaretta con gli amici, bere un espresso al bancone, sono piccole gioie quotidiane che ti rendono meno eremita di quanto già non sia in questo momento.

Stare da soli aiuta a conoscere se stessi, ma devo trovare il mio modo di uscire dal guscio, questo guscio.

Ieri mattina ero pigramente addormentato, quando ho sentito una voce forte e chiara. Leggermente spaventata, forse sta piangendo.

“Amore, sono incinta. Diventeremo genitori”

…beh, era l’ora che mi trovaste!

Cara mamma, caro papà

volevo scrivervi due righe dopo lo shock che avete avuto ieri.

Ho atteso con grande curiosità il momento in cui mi avreste scoperto: finora mi sono sentito un po’ solo, ma so che da oggi in poi mi parlerete tutti i giorni e riuscirete anche a rispondere alle mie domande.

Mamma, so che per te sarà strano vedere il tuo corpo che cambia, ma pensa a come cambierà il mio: da ammasso di cellule a piccolo siluro, completo di tutti i gadget. Posso essere un po’ sconvolto anche io?

Papà, tu sei quello più saldo di nervi… aiuta la mamma: quella è già nel panico a pensare a quale biberon sarà il migliore per me. Dille che quello che distribuisce latte è più che sufficiente.

Mi avete portato in giro come una trottola, in queste vostre vacanze on the road: bicicletta, zaino, sacco a pelo, birra a volontà. Avete pure dormito su un albero!

Adesso, di grazia, vi date una calmata? C’è chi ha bisogno di tranquillità da queste parti!

E poi, state tranquilli, di viaggi ne faremo tanti insieme.

Ma ora ce ne aspetta uno straordinario: non siate spaventati, io sarò con voi.

 

Due parole dall’autrice

 

Sono molto affezionata a questo racconto. L’ho scritto mentre ero incinta, due anni e mezzo fa, in occasione di un concorso letterario.

Ho cercato di immedesimarmi in quella che era la mia bambina, di cui ancora non conoscevo nemmeno il sesso: non so se sono riuscita a rendere bene l’idea del delirio che ci ha travolti nell’averla scoperta, ma posso affermare con certezza che… sia stato davvero un momento unico.

Partendo proprio da queste righe, ho deciso di intraprendere un percorso di riflessioni sull’educazione e le visioni differenti che possono scaturire in una famiglia come la nostra, con genitori provenienti da contesti culturali geograficamente diversi, per non parlare di alcune situazioni rocambolesche in cui ci troviamo catapultati nel quotidiano!

Riflessioni che spaziano dalla scelta del nome, a quella del balsamo adatto, fino a questioni decisamente più serie.

Insomma, spero di poter portare all’attenzione di tutti argomenti che non vengono trattati così spesso.

Per stasera, passo e chiudo.

Carola

 

4 Comments

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  1. 1
    Francesca

    Cara Carola meno male che oggi ho deciso di cliccare sul tuo link e ho scoperto qualcosa di nuovo e di affascinante su dite. Che bello rimanere ogni tanto si presi! La diversità è un tema che appartiene molto anche a me e che ho scoperto quando avevo circa 7 anni e da allora non mi ha più lasciata. Continua su questa strada che per quanto faticosa e spesso in solitaria regala qualcosa di molto prezioso che è l’autenticità!!!

    • 2
      Carola Astuni

      Grazie mille Francesca, scusami leggo solo ora il tuo commento!
      Fra dieci giorni uscirà il prossimo articolo, spero ti piacerà allo stesso modo 🙂

  2. 3
    Elisa Rembado

    Dolcissimo. È la parola che meglio descrive questo racconto. Siete una famiglia splendida e tu sei diventata una donna forte, allegra, determinata e, non per ultimo, una brava scrittrice. Sono fiera di te e ti seguirò con immenso piacere! Un abbraccio

  3. 4
    Laura

    Complimenti per questa bellissima idea.
    Sei una ragazza meravigliosa, forte e determinata. Aspetto il secondo articolo che leggerò con grande piacere.
    (Sono un’amica di tua nonna Franca, una donna meravigliosa, forte e determinata anche lei, ecco da chi assomigli!!)

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