Michael Jordan oggi e ieri, raccontato da Walkman generation


Cosa rappresenta Michael Jordan oggi? Una leggenda, senza dubbio. Chi ha vissuto gli anni Novanta non può che essere d’accordo. Una leggenda che va molto oltre la pallacanestro, che vive nelle emozioni di chi quell’epoca l’ha vissuta e nella passione con cui, dopo due decenni, la si tramanda ai più giovani.

Micheal Jordan oggi come ieri è un'icona leggendaria

(Credits: Howard Chai su Unsplash)

The last dance, docuserie in dieci parti prodotta da Espn, potrà forse essere d’aiuto nel trasmettere il mito di MJ a chi non l’ha vissuto. La serie – che sbarca oggi su Netflix – racconta infatti la carriera di Michael Jordan puntando i riflettori sulla stagione 1997-1998 dell’Nba, il campionato di basket più importante al mondo. Non un’annata qualsiasi: è quell del sesto trionfo dei Chicago Bulls in otto anni.

E dunque: perché non fare anche noi un tuffo nella memoria di quegli anni? Abbiamo chiesto ai ragazzi di Walkman generation di condividere con noi i loro ricordi. Li abbiamo conosciuti qualche tempo fa: si tratta di Marco Vella, Federica Spinelli e Massimiliano Falcomer di DeejayFox Radio. Nel loro programma , in onda il lunedì e il sabato alle 18, trovano sempre un modo di riportarci negli anni Novanta. Chi meglio di loro per parlare di Jordan, dei Chicago Bulls e di quanto emergerà da The last dance?

Ne è nato un pezzo a quattro mani, firmato proprio da Marco Vella e Massimiliano Falcomer. Per capire cosa rappresenta Michael Jordan oggi (e perché) non si può prescindere dal fare un salto nel passato.

Ecco il loro racconto.

Cosa rappresenta Michael Jordan oggi

di Marco Vella e Massimiliano Falcomer (Walkman generation)

Stagione 1997/1998.
Nei cinema Bruce Willis salva il mondo dall’Armageddon, nelle radio si ascolta As long as you love me dei Backstreet Boys e i sogni azzurri dell’Italia di Cesare Maldini si infrangono sulla traversa colpita da Gigi Di Biagio. Anche per il basket è un’annata difficilmente dimenticabile: probabilmente la stagione Nba 97/98 è una delle più belle della storia di questo sport. Sicuramente indimenticabile per Chicago, la più grande città dell’Illinois, che da sempre si lega al toro rosso dei Chicago Bulls.

Nel 1997, mentre Puff Daddy conquista le classifiche musicali mondiali con I’ll be missing you, e Leonardo DiCaprio diventa l’attore più amato dalle teenager grazie al film Titanic, io ho occhi solo per la squadra allenata da Phil Jackson.

Non solo perchè in gioco c’è la storia il secondo three-peat, ovvero conquistare per la terza volta consecutivo l’anello, ma perchè quel quintetto è qualcosa di devastante. Sul parquet scendevano Ron Harper e Steve Kerr (entrambi 5 volte campioni Nba) che venivano però totalmente eclissati da tre signori della pallacanestro: Dennis Rodman, Scottie Pippen, e sua maestà Michael Jordan.

Rodman, Pippen e Lui

Il mito di Micheal Jordan oggi vive ancora nel merchandising. Per la gioia dei fan!

Qualche volume imprescindibile sulla storia (e le leggende) del basket (Credits: Marco Vella)

Due parole su Dennis Rodman: dal 1992 al 1998 vince il titolo di miglior rimbalzista Nba, vince 5 titoli Nba, e, secondo molti addetti ai lavori, è il giocatore atleticamente migliore di sempre. A dirlo era un certo Phil Jackson, che ha allenato gente del calibro di Jordan, Briant e O’Neal. Dennis è famoso per i rimbalzi sul parquet e fuori per i tatuaggi, i capelli colorati e per il matrimonio con l’attrice Carmen Electra. In pochi ricordano che nel 1997, mentre dominava il campionato di basket più difficile del pianeta, partecipava alle riprese del film Double team – Gioco di squadra, con  Jean-Claude Van Damme e Mickey Rourke. Non esattamente un capolavoro.

Scottie Pippen è il più forte difensore sul perimetro degli ultimi 40 anni, 6 volte campione NBA.
Personalmente ho sempre visto in Pippen la spalla perfetta per Jordan: un gran lavoro invisibile agli occhi di chi non guarda attentamente, ma fondamentale per le dinamiche sul campo e nello spogliatoio. Il ragazzo dell’Arkansas ha un carattere difficile, e anche in campo fa valere le sue ragioni. Perfettamente complementare con Michael, ha il carattere giusto – perchè se non ce l’hai, Jordan non ti fa nemmeno sedere al suo tavolo.

Michael Jeffrey Jordan è il nemico perfetto che diventa l’eroe di tutti. C’era una volta una classica famiglia medio borghese americana, che si spostava da Brooklyn, New York, alla Carolina del Nord. Ed è proprio in Nord Carolina che MJ muove i primi passi verso il suo destino.

La storia di Michael Jordan – I primi passi verso la pallacanestro

Michael frequenta la Emsley A. Laney High School. Il primo anno è svogliato ed estremamente timido; non eccelleva nello studio, ma impegna tutte le sue energie nello sport. È un ragazzino molto gracile, per cui – dopo due anni promettenti come lanciatore della squadra di baseball locale – la sua carriera si interrompe bruscamente a causa della sua ridotta stazza fisica: “non ha braccio”, dicevano. L’ultimo anno delle medie viene impiegato in altri ruoli all’interno della squadra e questo lo spinge a mollare, lasciandolo piuttosto deluso.

Si interessa al football americano, che sembra riuscirgli discretamente, quando un contrasto di gioco piuttosto violento gli causa la lussazione della spalla inducendolo di nuovo a dirottare altrove la sua attenzione: alla pallacanestro.

Dopo due anni tra le giovanili nella Laney High School provò a entrare in prima squadra, ma l’allenatore, Clifton “Pop” Herring lo escluse, preferendogli il coetaneo Harvest Leroy Smith jr. Questo è il primo passo verso il suo destino, verso quello che rappresentava negli anni Novanta e quello che rappresenta Micheal Jordan oggi. Perché Michael non si scoraggia: Michael decide che quella gente dovrà cambiare idea e inizia ad allenarsi e a giocare. Seriamente.

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Verso la leggenda

Con l’inizio del secondo anno MJ – che nel frattempo era cresciuto anche fisicamente – si prende la squadra sulle spalle. In quattro anni di high school viene riconosciuto come uno dei migliori talenti dello Stato, si guadagna la convocazione all’All star game delle high school e la chiamata di coach Dean Smith all’University of North Carolina. Un altro passo verso la leggenda.

Ovviamente nel campionato universitario Jordan domina la scena, guadagnandosi la convocazione alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 – conquistando l’oro olimpico senza grosse fatiche. Il 1984 è anche l’anno del draft Nba. Michael è forte, ma non come Hakeem Abdul Olajuwon. “The Dream”. Il soprannome dice tutto: prima scelta assoluta. Jordan non è neppure la seconda scelta al draft, fatta da Portland: la scelta cade invece su Sam Bowie.

I Chicago Bulls si accaparrano MJ come terza scelta, probabilmente senza rendersi conto di cosa succederà da quel momento in poi. L’esordio avviene contro la squadra di Washington, i Bulletts, che vedrà la fine della carriera di MJ con il nome di Washington Wizards. In quella partita Michael segna 16 punti, e alla fine di quella stagione sarà la matricola migliore; in barba al comunque talento puro di Hakeem Abdul Olajuwon.

Le capacità tecniche e il talento non bastano al ragazzo di Brooklyn per vincere il titolo, ma la trasformazione da uomo a leggenda è ormai iniziata.

“…senza essere eroi”?

Arriviamo al 1987. A Sanremo, Tozzi, Morandi e Ruggeri cantano Si può dare di più.

Dubitiamo che MJ abbia visto il Festival, ma alla gara delle schiacciate di quell’All star game sembra prenderli in parola.
La sua schiacciata, con lo stacco dalla linea del tiro libero, dimostra chiaramente che gli altri sono bravi, ma sono solo esseri umani. Lui, invece, è Air Jordan.

Perchè Michael sconfigge la gravità, perchè il ragazzo con la maglia numero 23 sembra volare.

Ci sarebbero tante altre storie da raccontare, come la rivalità con Magic Johnson, oppure di come i senatori della vecchia guardia Nba non amassero MJ. Ma la più bella è sicuramente quella con il suo allenatore ai tempi dei Bulls. La chiameremo “la storia di Mike e Phil”.

Phil Jackson e Michael Jordan – Oggi devastante, domani invincibile

Phil Jackson e Michael Jordan sono assolutamente complementari. Jordan è egoista sul campo, non si fida dei suoi compagni: loro non hanno la sua fame, loro non vivono per vincere. Questo però influisce negativamente sulla resa della squadra, rendendola vulnerabile.

Jackson insegna a Jordan a fidarsi. Costruisce il gioco per lui e non su di lui. Dal quel momento MJ, che era già devastante, diventa invincibile. Il potere mentale di una persona come Jordan influisce su tutti: sugli avversari – annichilendoli e facendoli sentire tanto inferiori da essere inadeguati – e sui suoi compagni: essere stimato dal più forte ti fa volare. Se Michael Jordan oggi è un mito indissolubile, un pezzo di gloria va anche a coach Jackson.

L’influenza di Michael Jordan oggi – La frase chiave

E Jordan non era influente solo per avversari e compagni, ma anche per un ragazzino con il suo poster nella stanza che (andando all’allenamento, con il borsone sulle spalle e il walkman nelle orecchie) sognava un giorno di essere come Michael Jordan.

Se Michael Jordan oggi ispira i giovani cestisti... ieri di più!

(Credits: Marco Vella)

“Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena, e altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di 9mila tiri. Ho perso quasi 300 partite. Per 36 volte i miei compagni si sono affidati a me per il tiro decisivo… e l’ho sbagliato. Ho fallito tante e tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.”

Sono le parole di MJ che più mi hanno segnato. E ricordo bene come risuonavano nella mia mente alla mia partita d’esordio. Ero molto più basso degli altri, indossavo la numero quattro, ed ero terrorizzato in panchina.

Da lontano vedevo i miei genitori. Mio padre mi guardò e riconobbe la paura nei miei occhi. Tirò fuori la maglietta con cui mi allenavo: com’era naturale, la 23 di Jordan.

La paura svanì. Mi tornarono in mente le migliori azioni di MJ, viste la sera prima mille volte, ovviamente da una vhs in cui registravo le puntante di Nba Action, all’epoca in onda sulla Rai.

Il coach mi inserì nelle rotazioni. Poco dopo riuscii a segnare il mio primo canestro, in arresto e tiro.

E mi resi conto di una cosa: avevo la lingua di fuori.

Proprio come Michael Jeffrey Jordan.

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