Il calcio e le lezioni di vita, tranne che per alcuni casi


il calcio e le lezioni di vita

Il mondo del calcio, nonostante i tantissimi soldi che circolano, riesce ancora a dare lezioni di vita e ad emozionare grandi e piccoli. Se da un lato ci sono i “casi Donnarumma”, dall’altro lato ci sono genitori ed allenatori che ai giovani calciatori augurano solo divertimento e non successi.

Un diciottenne che gioca nella propria squadra del cuore e rifiuta cinque milioni di euro all’anno, queste sono le cose che fanno male a questo sport. Sul caso Donnarumma sono tante le correnti di pensiero. C’è chi dà la colpa al giocatore e chi la dà al suo procuratore, Mino Raiola. Ma in un mondo pieno di soldi come quello del calcio, è giusto dare risalto a ben altre situazioni.
 

 

Il calcio e le lezioni di vita: il figlio “scarso” e l’allenatore

 

Qualche anno fa a Bettona, in provincia di Perugia, una mamma ritirò il figlio dalla squadra di calcio perchè “inferiore” ai compagni di squadra. L’allenatore non accetta la scelta della mamma e dà una vera e propria lezione di vita, al genitore e a tutti gli altri bambini. L’allenatore scrive una lettera indirizzata proprio alla mamma del giovane calciatore:

“Salve signora! Per me che ho allenato un anno suo figlio, sapere che è sua intenzione quella di interrompere l’attività è un piccolo-grande fallimento da allenatore. Un fallimento non solo come tecnico, ma anche come persona. Non essere riuscito a coinvolgerlo a pieno, a stimolarlo, ad integrarlo al meglio all’interno della squadra, a fargli migliorare quei limiti quel tanto che sarebbe bastato, a farlo considerare “più bravo” da se stesso, ma anche da sua madre”.

L’allenatore ha esaltato le qualità del giovane calciatore:“Volevo dirle – scrive – che suo figlio non sarà stato il migliore fisicamente, tecnicamente, tatticamente….. ma eccelleva, era il più bravo, per la sua attenzione, per l’applicazione delle direttive dategli. Per il rispetto che ha sempre dimostrato nei miei confronti, durante gli allenamenti ed alle partite. In questo era il migliore. E’ sicuramente il migliore, basta farlo continuare a giocare, se è quello che lui vuole”. L’allenatore risalta come sia lui a fallire, ma siamo sicuri che il fallimento è di un semplice allenatore e non di un’intero sistema?

Il mister in quel bambino un po’ rivede anche se stesso quando era giovane e spera che la lezione di vita possa servire in primis alla mamma. “Glielo dice uno – prosegue – che un tempo non aveva spazio  nella squadra dei suoi amici. A 14 anni stavo per smettere, andai a giocare in un’altro ambiente e trovai il modo di esprimere al meglio quello che avevo dentro. Di migliorare, di vincere tante partite, tante quante ne avevo perse quando, oltretutto, non venivo considerato. A Passaggio ci sono tornato a 20 anni, perché mi hanno cercato loro. E ho giocato e vinto tanto, persino un campionato, prima di infortunarmi e di smettere di giocare, una delle poche cose che cambierei del mio passato”. 

L’allenatore aveva un’unica speranza,  che anche il bambino potesse seguire lo stesso percorso e quindi non lasciare il calcio giocato.Perché nel calcio sono riuscito a dimostrare a me stesso che con la passione ed il lavoro si possono ottenere grandi soddisfazioni personali, senza sotterfugi di sorta, in maniera pulita. Solo facendosi ‘un culo così’, insomma”. E perché il bambino “è contento di giocare anche solo 5 minuti. Si impegna, col sorriso. Fa un po’ da contraltare rispetto a chi, dotato tecnicamente, gode della fiducia del mister non meritandosela”. “Non so se c’era quando fece gol”, prosegue la lettera. “Io mi ricordo bene. E’ stato molto bello, vederlo esultare. Una scena quasi da film… chi l’avrebbe mai detto? Forse neanch’io… però il calcio è anche questo. Se ha avuto quella piccola gioia se l’è sudata tutta, suo figlio. Per questo è più bella! Non lo privi di quei 5 minuti se per lui sono importanti”.

Purtroppo lo sforzo dell’allenatore non è servito dato che la mamma non ha più portato il figlio in quella squadra. Una lezione di vita data da un’allenatore che prima di essere maestro di campo, è maestro di vita.

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