Nuclear energy versus market power


The construction of new nuclear power plants is stagnating while Fukushima records extreme radiation levels – dire prospects for what was once considered the energy source of the future. Are we finally over it?

Worrisome news is coming from Fukushima this week, the site of the 2011 atomic meltdown that was caused by a tsunami hitting the Japanese coast: Radiation has reached a new high and makes the de-commissioning of the plant even more delicate, and costly. Against the backdrop of highly unpopular nuclear projects in the UK and delays in the construction of new reactors around the world, it demonstrates the trouble in which the atomic energy sector finds itself.

This was not always the case. During the Cold War era of the 1950s and 60s, there was a rush towards nuclear energy which promised energy security, the independence from fossil fuels and technological progress. The development of national nuclear programmes was considered a matter of superiority over foreign technologies, even if countries did not always possess the experience nor the required expertise. Nuclear programmes became so important, policy-makers even ignored basic economics that would have predicted little profitability.

Costs and uncertainty

Under market conditions, nuclear power plants would not be built by investors for two reasons: They are costly and subjects to considerable uncertainty. On the one hand, it requires large financial investment and lots of time to construct a reactor, resources which could be spent on cheaper and less complicated energy sources. On the other hand, the low production costs of a constructed nuclear power plant might not yield high revenues if future energy prices are little. That is why initially nuclear power was most successful in countries where private investors were granted fixed prices (curbing uncertainty), or where the atomic sector was entirely public.

“Big challenges of security and sustainability remain unsolved.”

A series of accidents eroded public confidence in the nuclear sector in the 1980s and led to a sharp decrease in newly built plants. Governments turned away from subsidizing nuclear power or running nuclear plants, and private investors were even less inclined to enter the market. Only since the early 2000s, there has been a weak rise in construction. Fast developing countries such as China or South Korea put their hopes for a shift away from fossil fuels into reactors and benefit from standardized processes or economies of scale, keeping costs down.

A shaken sector

But elsewhere, the trouble continues. France, a nuclear power since the times of Charles de Gaulle, continues to produce more than 80% of its energy needs from le nucléaire. Recently, however, the maintenance of ageing power stations has caused the closure of several French plants and necessitates expensive energy imports and the use of coal. This case also highlights the problems of reactors reaching the end of their lifetime: They become a burden for taxpayers and the environment. In other parts of the world, new plants are slow to enter: As of today, almost two thirds of the 55 nuclear plants in construction are behind schedule.

Does this imply the end for nuclear? Not so fast. While nuclear power has certainly passed its heyday several decades ago, investments in developing countries prove that reactors can pay off, at least in economic terms. When it comes to the disposal of radioactive waste and the dismantling of old plants, big challenges of security and sustainability remain unsolved. With active nuclear reactors getting older and more prone to malfunction, we better address these issues sooner than later.

 


Versione italiana (traduzione Giulia Rupi)

L’ENERGIA NUCLEARE CONTRO IL POTERE DEL MERCATO

La costruzione di nuove centrali nucleari ristagna mentre Fukushima registra livelli estremi di radiazioni – prospettive terribili per quella che una volta era considerata la risorsa energetica del futuro. È giunta la fine del sogno nucleare?

Notizie preoccupanti da Fukushima questa settimana, il sito del disastro nucleare del 2011 che fu causato da uno tsunami che colpì la costa giapponese: le radiazioni hanno raggiunto un nuovo record e rendono la disattivazione dell’impianto ancora più delicata, e costosa. Sullo sfondo di progetti nucleari altamente impopolari nello UK e ritardi nella costruzione di nuovi reattori di tutto il mondo, si assiste alla difficile situazione in cui si trova il settore atomico.

Non è sempre stato così. Durante l’era della Guerra Fredda degli anni Cinquanta e Sessanta, ci fu una corsa all’energia nucleare che prometteva sicurezza energetica, indipendenza dai combustibili fossili e progresso tecnologico. Lo sviluppo di programmi nucleari nazionali era considerato una questione di superiorità sulle tecnologie straniere, nonostante i paesi non sempre possedessero l’esperienza o la competenza necessarie per essi. I programmi nucleari divennero così importanti che i politici arrivarono ad ignorare aspetti economici basici che prospettavano bassa redditività.

Costi ed incertezza

Secondo le condizioni di mercato, i finanziatori non costruirebbero impianti nucleari per due ragioni: sono costosi e soggetti a grande incertezza. Da una parte, richiedono un imponente investimento finanziario e molto tempo per la costruzione di un reattore, risorse che potrebbero essere spese in fonti energetiche più economiche e meno complicate. Dall’altra parte, i bassi costi di produzione di un impianto nucleare ultimato potrebbero non rendere dei grandi profitti se i prezzi dell’energia futura sono minori. Questa è la ragione per cui inizialmente l’energia nucleare non ebbe successo in paesi in cui vi erano prezzi fissi per gli investitori privati, o dove il settore atomico era interamente pubblico.

Una serie di incidenti erose la confidenza pubblica nel settore nucleare nel 1980 e portò ad un netto calo di nuovi impianti. I governi hanno smesso di finanziare l’energia nucleare o gli impianti nucleari funzionanti, e gli investitori privati sono diventati meno inclini ad entrare nel mercato. Solo dai primi anni del 2000, è avvenuta una debole ripresa nella costruzione. Paesi in forte in forte via di sviluppo come la Cina o la Corea del Sud hanno investito le loro speranze nel cambio dai combustibili fossili ai reattori e beneficiano dei processi resi standard o dalle economie di scala, mantenendo i costi bassi.

Un settore scosso

Ma altrove, i problemi continuano. La Francia, una potenza nucleare dai tempi di Charles de Gaulle, continua a produrre più dell’80% del suo fabbisogno energetico da le nucléaire. Recentemente, tuttavia, il mantenimento di centrali obsolete ha causato la chiusura di diversi impianti francesi e richiede delle costose importazioni di energia e l’uso del carbone. Questo caso evidenzia anche i problemi dei reattori in via di esaurimento: diventano un peso per i contribuenti e per l’ambiente. In altre parti del mondo, i nuovi impianti faticano ad entrare: ad oggi, quasi due terzi dei 55 impianti nucleari sono indietro sulla tabella di marcia.  

Questo implica la fine del nucleare? Non così in fretta. Mentre l’energia nucleare si è sicuramente lasciata alle spalle i suoi tempi d’oro, gli investimenti nei paesi in via di sviluppo provano che i reattori ripagano, almeno in termini economici. Quando si tratta di disporre dei rifiuti radioattivi e di smantellare le vecchie centrali, rimano irrisolte le grandi sfide alla sicurezza e alla sostenibilità. Con reattori nucleari attivi che diventano vecchi e più inclini al malfunzionamento, sarebbe meglio affrontare queste problematiche il prima possibile.

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