Elezioni governative in Spagna: il rifiuto del compromesso


L’Unione Europea è un’organizzazione internazionale di stati di natura estremamente diversificata. Chi si informa o chi viaggia è ben consapevole della grande varietà che la contraddistingue. L’UE riunisce paesi differenti per storia, per cultura o per lingua, ed anche per problematiche politiche. Si può infatti dire che le vicissitudini politiche, con i relativi scandali, dilemmi e paradigmi ricorrenti costituiscono un tratto distintivo di ciascun profilo nazionale, tanto quanto gli usi e i costumi, e ci aiutano a delinearlo meglio nel presente.

La Spagna è uno dei paesi che ultimamente fa più parlare di sé. Nonostante la crescita economica sia discretamente positiva, l’incertezza e la frustrazione sono i sentimenti generalizzati predominanti, specialmente fra i giovani. Il solo modo di andare a fondo alla questione e quindi di capire meglio i nostri “vicini” è analizzarne la situazione politica. Ciò che contraddistingue quest’ultima è un puro immobilismo, dovuto all’incapacità dei vari partiti di scendere a compromessi, per la formazione di un governo stabile.

Immobilismo politico alla spagnola

Il sistema bipartitico, così in Spagna come in molti altri paesi, era destinato a fallire, perché è un sistema che non rappresenta la moltitudine di voci in campo, perché non può esistere solamente un partito e la sua opposizione, bianco e nero. Si è quindi naturalmente formato spazio per le sfumature intermedie, spesso portatrici di istanze più moderate. “González (segretario del PSOE fin al 1997) lo aveva già vaticinato in passato: i risultati elettorali avrebbero scardinato la storica alternanza tra popolari e socialisti e la Spagna si sarebbe rimodellata su un arco politico all’italiana, composto da quattro forze politiche.” Se da una parte ciò significa una rappresentanza politica più varia che rispecchia le diverse voci e i diversi orientamenti del popolo, dall’altra parte le cose si complicano quando si tratta di formare un governo che abbia la maggioranza del 50% dei voti all’ora delle elezioni.

Questa è esattamente la difficoltà che sta sperimentando la Spagna e che si sta trasformando in un vero e proprio impasse. Il re aveva nominato Mariano Rajoy (PP) come leader di un governo provvisorio, nell’attesa che le elezioni andassero a buon fine, ovvero  in questo caso, che il PP conquista la fiducia del parlamento, ma per la terza volta, dopo il 20D (20 dicembre 2015) e il 26J (26 giugno 2016) le elezioni sono state un fallimento e Rajoy non è riuscito per poco (una decina di voti) a conquistare la fiducia.

Podemos, dopo l’unione con Izquierda Unida (partito di estrema sinistra), è ancora più forte e non ha intenzione di cedere nemmeno di un passo, per non mandare all’aria il lavoro fatto negli ultimi anni di guadagnare più spazio per le sinistre radicali. L’opzione di scendere a trattative con il PSOE per formare una sinistra forte che guadagni la maggioranza è impensabile, così come è impensabile che il PSOE renda la vita facile al suo avversario storico, il PP, e che con alcuni voti a favore o astensioni tattiche gli permetta di vincere le elezioni. Evento che, di fatto, si è verificato proprio ieri con le ultime elezioni e la sconfitta di Rajoy.

La situazione politica critica e confusa della Spagna ci aiuta a capire che si tratta di un paese che, oltre ad avere bisogno di una revisione costituzionale in materia di elezione, ha bisogno di una classe politica meno testarda e partiti più disposti a venirsi incontro, dove possibile. C’è la probabilità che le prossime elezioni, le ennesime, si tengano il giorno di Natale. Che contino sulla speranza che il Natale renda tutti più buoni?

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