Riniero il paladino e la sfida del fuoco


C’era una volta Riniero, giovane cavaliere membro dei paladini di re Carlo Magno, che nei giorni precedenti la partenza per Roncisvalle, percorreva sul suo cavallo al piccolo trotto la stradina che dal palazzo reale portava al lago di Coutris, al quale era diretto per trovare refrigerio sulle sue dolci sponde, e raccogliere le giuste energie per la guerra imminente. Stava già pregustando il suo riposo, quando più avanti sulla strada scorse tre giovani donne che camminavano tranquille e di tanto in tanto si voltavano a guardarlo, ridendo e scambiandosi chiacchiere tra di loro. Non appena il cavaliere fu a pochi metri da loro, queste se ne accorsero e smisero di parlare, lanciandogli occhiate incuriosite e timorose da sopra le spalle.

Lui continuò a trottare piano, senza spronare il cavallo, e quando giunse di fianco a loro le studiò rapidamente. Erano tutte e tre molto giovani, e mentre le due ai lati erano fanciulle dall’aspetto ordinario, quella al centro era di una bellezza così sconvolgente e mai vista prima che il cuore di Riniero fece un sobbalzo nel petto e la gola gli si seccò d’un tratto.
-Buongiorno signorine – disse lui, facendo rallentare il cavallo perché si adeguasse al loro passo.
Le giovani non risposero, e tennero gli occhi bassi per non guardarlo.
-Non parlate? E’ così che vi mostrate educate di fronte a un paladino di re Carlo?
-Non dobbiamo parlare con chi non conosciamo – disse quella al centro, la più bella. -Nostra madre si è raccomandata.
-Però finché ero lontano, vi sete sentite in diritto di sparlare di me tranquillamente.
-Non pretenderete mica di poter comandare anche su chi parla di voi, solo perché siete cavaliere – ribatté lei, infastidita.
Lui allora si presentò. –Ora almeno sapete il mio nome – aggiunse. -E per voi sarà più facile sparlare di me.
-Non se ne dia pena, perché non abbiamo nulla da dire su di lei.
Poi siccome da buon paladino era un amante delle sfide, Riniero propose quanto segue.
-Facciamo un gioco – disse a quella più carina. -Ogni volta che nell’arco di tutti i giorni da oggi in poi menzionerete a voce alta il mio nome, dovrete stare per un minuto con le mani sopra al fuoco bello vivace di un camino.
Lei rise, e anche le altre due si unirono timidamente.
-E se supererete le tre volte – continuò lui, -Allora vorrà dire che vi prenderò in sposa, e diventerete mia moglie.
-Lei è veramente troppo sicuro di sé. Comunque accetto. Ma sappia che non c’è pericolo che io pronunci una volta di più il suo nome.
-Vedremo – disse lui e si congedò da loro, mentre stavano ancora ridendo.

carlo magnoAlcune settimane dopo, la ragazza che con tanta impertinenza rispose a Riniero e le sue due sorelle erano di nuovo per strada, quando una voce dura e maschile le chiamò alle loro spalle. Era il cavaliere, che si avvicinò a loro come la volta precedente e appena gli fu possibile cercò con lo sguardo le mani della ragazza che aveva sfidato, per vedere se fossero bruciate.
-Allora, il nostro gioco? – chiese lui, divertito.
-Mi dispiace, ma siete capitato male. Non c’è stata occasione di pronunciare il suo nome, purtroppo per lei.
-Non vi credo.
Lei allora gli mostrò le mani, alzandole davanti a sé, e lui vide che erano bianche e lisce come le ricordava, senza segni di bruciature o lesioni di sorta. Riniero rimase stupito, ma tentò di mostrarsi comunque sicuro di sé.
-E quindi non mi avete nominato, nemmeno una volta?
-No – disse lei, e le altre due scossero la testa a conferma. Sembravano molto tese.
-Lo ammetto, mi avete stupito. Avete vinto, non vi prenderò in sposa. Siete libera.
Poi partì rapido al trotto, senza degnarle di uno sguardo. Ma era solo a pochi metri da loro, quando un’idea lo colpì come un fulmine a ciel sereno e tirò le briglie per far tornare indietro il cavallo. Prima che se ne accorgessero, Riniero era di nuovo accanto a loro e senza perdere un secondo slacciò la sua bisaccia di pelle dalla sella e la lanciò verso la ragazza più bella, mirando alle sue mani. Lei d’istinto protese le braccia per afferrarla, e non appena le sue mani toccarono l’oggetto emise un grido acuto e lacerante, un grido di dolore, e lasciò cadere la bisaccia in terra.
A Riniero si illuminarono gli occhi.
-Avete male alle mani? – chiese.
Lei tacque. Allora lui scese dal cavallo e senza preamboli le prese le mani nelle sue, facendola urlare di nuovo per il dolore, a tal punto che la poveretta iniziò a piangere e si ritrasse convulsamente. Ma il paladino ebbe il tempo per vedere da vicinissimo quelle mani, e capì tutto.
-Guanti color pelle – rifletté, – Molto astuta. Così non mi sarei accorto di nulla. Avete pensato a me così tanto, da rendere le vostre mani inservibili? In questo caso allora non sono io che devo sposare voi, ma voi che dovete sposare me, perché siete voi a non poter fare a meno di me.
E così il giorno stesso si sposarono, ma fu un matrimonio triste perché ogni volta che lei pensava a lui lo faceva con terrore, e il ricordo del dolore atroce provato alle mani non la lasciava mai, nonostante le bruciature fossero guarite da tempo. Finché un giorno capì che la vera salvezza era smettere di pensare e lasciarsi vivere, e così fece.

+ Non ci sono commenti

Aggiungi