Storia vera della donna di plastica


-Non hai ancora finito con le favole? – brontolò il nipote.
-Il mio repertorio non finisce mai – rispose prontamente il nonno. -E comunque non mi sembra che ti dispiacciano.
Il ragazzo stette in silenzio, pensando a come ribattere.
-Questa volta però ti voglio stupire – continuò il nonno. -Voglio raccontarti una storia sulle donne.
-Davvero?
-Sì. Ascolta…

gambe barbieC’era una volta Maria, una giovane donna di trentun anni che lavorava in un call center e frequentava la palestra quattro volte a settimana martoriando il suo fisico, peraltro già in forma, di pilates, zumba, g.a.g. e quant’altro fosse stato inventato per modellare il corpo femminile. Amava a tal punto il fitness che nella sua mente considerava quello il suo vero lavoro, e più di una volta nel contattare i clienti per proporre un’offerta di gas e luce, la sua mente si distraeva e Maria inziava a parlare di ginnastica con le persone all’altro capo del telefono.
-Il tuo rendimento è troppo scarso ultimamente – le fece notare un giorno la sua responsabile, una donna più giovane di lei ma che dimostrava cinquant’anni almeno.
-E poi c’è un’altra cosa. I clienti si sono lamentati della tua voce. Sei troppo invadente, troppo sfacciata… troppo umana. Devi avere una voce più finta, mi capisci?
Maria non poté trattenere un sorriso e disse che il problema non si sarebbe più ripetuto, ma quell’ultima frase l’aveva fatta pensare.
Tornata a casa, per la prima volta non andò in palestra e disse al suo corpo, bramoso di fitness ed esercizi, di portare pazienza. Cercò nella rubrica e ritrovò il numero di un suo vecchio fidanzato che lavorava in un centro sperimentale di ingegneria biomedica negli Stati Uniti, lo chiamò e dopo dieci minuti di convenevoli gli chiese un favore. Doveva farla diventare di plastica.

Quando cinque mesi dopo Maria tornò al lavoro, le sue colleghe rimasero sbalordite dal suo nuovo aspetto. Ora la sua pelle era un unico foglio di plastica lucida e leggera, modellato secondo le curve e gli incavi dell’anatomia umana e sul quale erano stati applicati altri strati di diverse forme e colori a formare i vestiti. Si muoveva in maniera un po’ rigida e i tratti somatici del volto erano stati sostituiti da quelli che sembravano dei veri e propri adesivi, posizionati con attenzione per ricreare l’aspetto di una faccia umana.
-Cosa ti è successo? – le chiesero.
-Ora sono di plastica, ho finalmente realizzato il mio sogno, diventare finta.
Poi spiegò che così poteva dedicarsi al fitness e ai suoi corsi per tutto il tempo che voleva, senza ricadute sulla sua salute e allo stesso tempo avrebbe migliorato il rendimento sul lavoro, perché ora anche la sua voce era finta, e non correva più il rischio di immedesimarsi troppo nei problemi della gente che contattava o di ingenerare strane empatie con gli interlocutori.

Ben presto, la nuova Maria di plastica riuscì dove la sua precedente versione aveva fallito: nell’arco di pochi anni raggiunse il ruolo di barbie1coordinatrice del suo call center mettendo a segno un numero straordinario di vendite via telefono, e riuscendo anche ad ottenere il rispetto dei colleghi, che si sentivano rassicurati da lei perché non poteva capirli e loro potevano dirle quello che volevano senza che lei battesse ciglio. In palestra poi frequentava tutti i corsi possibili senza sentire più la stanchezza e aveva persino trovato un uomo con cui stare, un istruttore di zumba che odiava il sesso e riteneva che il massimo dell’intimità per una coppia fosse correre
fianco a fianco sui tapis roulant.

Insomma, Maria ora era felice e realizzata e a chi le faceva notare che ora la sua vita era sì perfetta, ma incredibilmente piatta e noiosa, lei rispondeva che non se ne accorgeva, perché ora era di plastica, e questo troncava ogni discussione.

-Allora, che te ne pare? – chiese il nonno.
-E’ finita così? Senza un vero finale?
-Non sempre le storie hanno un vero finale. Ma c’è una riflessione da fare.
-Immagino che ci sia – disse il nipote, annuendo. -Ma sinceramente io le donne non le ho mai capite bene, e questo conferma la mia idea.
-E non sei curioso di sapere qual’è il messaggio di fondo?
-No – disse il nipote, e lasciò la stanza.

Licenza Creative Commons
Storia vera della donna di plastica diFabio Pirola è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

+ Non ci sono commenti

Aggiungi