Colombia fever


Intrufolarsi in campo è sempre stato parte di me, è quello che da sempre so fare meglio, da quando mia madre mi rimproverava perché non stavo mai fermo mentre gli altri giocavano a calcio. Non volevo unirmi a loro mentre correvano come pazzi dietro ad un pallone, non me ne importava niente, volevo solo irrompere sul terreno di gioco e destare scalpore, sentire l’urlo del pubblico – mi incitava o mi malediva? Non importava – e vedere la preoccupazione dell’arbitro che improvvisamente non sapeva più cosa fare e si guardava intorno con uno sguardo che diceva “sicurezza, dov’è la sicurezza?“. Alcuni giocatori se la ridevano di gusto o ne approfittavano per tirare il fiato, fare stretching bere sali minerali e scambiare rapide battute con l’allenatore a bordo campo.

Insomma, con le mie incursioni – in tutti i campi da calcio del mondo e nelle più importanti manifestazioni calcistiche, dai preliminari di Europa League ai Mondiali di calcio (vi ricordate di me a Germania 2006, semifinale Francia-Portogallo, quando riuscii a sfiorare con la mano la testa di Zidane prima che mi bloccassero? Dai, non fate finta di niente) sono diventato una celebrità.

Mi sono fatto un nome nel settore, il disturbatore per eccellenza, il “terrore degli steward” come mi ha ribattezzato la Gazzetta, un agile topolino che sgattaiola tra le gambe dei giocatori e rende memorabile e unico qualsiasi incontro di pallone, anche quelli di una noia mortale.

Cosa potevo fare quest’estate, se non andare in Brasile? Ma siccome le misure di sicurezza in questi Mondiali sono molto alte, tanto che una prima incursione in un match può diventare anche l’ultima – Blatter mi conosce e in fondo mi stima, ma ha deciso lo stesso di inasprire le sanzioni per quelli che fanno il mio lavoro – ho dovuto scegliere una sola partita, e ho pensato subito alla Colombia.

Colombia – Uruguay a Rio de Janeiro, un ottavo di finale all’apparenza equilibrato. Riesco ad entrare sul terreno erboso già all’inizio del primo tempo, dopo solo pochi secondi di gioco, e mi dirigo rapido verso una maglia gialla colombiana, chi è? James Rodriguez mi pare, c’è Cuadrado che mi viene incontro, sembra mi voglia picchiare e da vicino così magro fa un pò spavento, ma io insisto e raggiungo James, gli afferro un braccio, lui sorride, non è spaventato, mentre i compagni sembrano pensare a tutt’altro che a me.

-Se vinci il mondiale, è perché ti ho portato bene – gli dico io, mostrando la maglia di Batman che avevo indosso, poi sento due mani enormi che mi stringono le spalle come due morse e urlo, cazzo che male, e mi sento sollevare e portare via come un manichino in un negozio di abbigliamento. Almeno sei uomini giganteschi in pettorine gialle mi circondano e mi scortano fuori dal campo, oltre a quello che mi tiene sollevato.

-James, ricordatelo! – grido ad alta voce, e un altro colombiano, Zuniga mi pare, sente le mie parole e sono sicuro che poi gliele ha riferite. -James, non dimenticarti di me!

Il resto della giornata l’ho passati in un ufficio della questura di Rio, dove dopo le domande di rito, a cui non ho risposto, sono stato imbarcato a forza su un volo Lufthansa diretto a Roma scalo Berlino, e interdetto dalle manifestazioni Fifa per due anni.

Io ora lo dico, poi magari la cosa non si avvererà, ma io credo di sì. La Colombia vincerà il Mondiale, e lo farà per merito mio. Io porto fortuna, sono un amuleto vivente. Mi basta toccare qualcuno, anche solo sfiorarlo e… tac, è fatta.

E se quella sera del 2006 avessi toccato Zidane…

Postilla

Lo so, la Colombia ha perso (immeritatamente) il quarto di finale contro il Brasile due giorni fa, ed è certo quindi che non vincerà il Mondiale. Però io questa storia l’avevo scritta qualche giorno prima e non ho voluto snaturarla solo perché il mio pronostico ha fallito. I colombiani sono entrati nel mio cuore, e come ha detto qualcuno “perdere contro il Brasile è come vincere”. E poi a dirla tutta, il braccio di Rodriguez non è che l’abbia proprio toccato…

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