La scienza sotto l’ombrellone – Parte 1


Tutti quanti, andando al mare con i nostri genitori, abbiamo dovuto sopportare le mille raccomandazioni che mamma, papà, i nonni o lo zio di turno erano soliti fare: <<Spalmati la crema!>>; <<Metti la maglietta!>>; <<Non dar fastidio ai pesci!>>; <<Attento alle meduse!>>; <<Non fare il bagno che hai appena mangiato!>>; <<Bevi tanta acqua, se no ti disidrati!>>.

Molte di queste raccomandazioni oggi ci sembrano plausibili e ci sentiamo a nostra volta confidenti nel poterne asserire la correttezza: ma sappiamo veramente perché?

In questo articolo, che si sviluppa in due parti (la prima questo mese e la seconda il prossimo), scopriremo come la scienza sotto l’ombrellone può avvalorare o smentire certe raccomandazioni materne.

 

Spalmati la crema!

Spesso si tende a credere che la luce solare faccia incondizionatamente bene, e finché non incorriamo in un’ustione importante, continuiamo a difendere questa tesi: è, in effetti, appurato che la luce solare stimola la produzione di Vitamina D nel nostro corpo.

crema solare, occhiali da sole e asciugamano sulla sabbia

(Credits: Karolina Grabowska da Pixabay)

Fino agli anni sessanta nessuno mise in discussione la totale bontà di una completa e naturale esposizione ai raggi del sole. Finché, un giorno, un tale dottor Albert Kligman non cominciò a esprimere i suoi timori nei confronti dell’apparentemente innocente tintarella: i suoi studi erano mirati a dimostrare che la luce ultravioletta è in grado di produrre danni anche gravi alla nostra pelle. Questa radiazione è, infatti, talmente energetica da essere in grado di rompere alcuni legami che tengono insieme gli atomi nel collagene e nell’elastina (le proteine che caratterizzano la nostra pelle per sodezza ed elasticità).

Da questo fenomeno deriva l’aspetto rugoso che si tende ad avere dopo un’esposizione eccessiva ai raggi ultravioletti.

Ma oltre all’aspetto estetico, i rischi sono ancora maggiori. Ad esempio, il nostro sistema immunitario può indebolirsi e farci spuntare sulle labbra vesciche dovute al virus dell’Herpes simplex, oppure, ancora peggio, potremmo ritrovarci a dover curare una cataratta agli occhi dovuta a un’eccessiva esposizione ai raggi solari.

Queste e altre controindicazioni diventano problemi di poco conto se messi a confronto con il maggiore rischio derivante dall’esposizione al sole: il cancro alla pelle. Questo avviene quando la luce ultravioletta riesce a rompere molecole di DNA o genera dei radicali liberi, che a loro volta attaccano il DNA.

Due ombrellini da sole sulla sabbia per rappresentare i raggi UV-A e UV-B

(Credits: Jana Wersch da Pixabay)

Il nostro corpo, anche se non ha studiato, sa bene i rischi che corriamo e ci protegge con le armi che la natura gli ha donato: i melanociti, le cellule demandate a produrre la melanina, che, stimolati dai raggi solari UV-B, si accumulano sulla nostra pelle e producono l’effetto abbronzatura, dotando il nostro corpo di una protezione solare naturale. Ma con tutta la buona volontà da parte dei melanociti, questa attenzione non è sufficiente a filtrare l’altra tipologia di raggi solari, quelli definiti UV-A e responsabili di cancri e rughe.

Il livello di protezione dai raggi UV delle creme solari è indicato con la sigla SPF (Sun Protection Factor) ed è rappresentato da un numero (tipicamente compreso tra 6 e 50+).

Tale numero identifica una durata di esposizione, multipla del tempo necessario a procurarsi un eritema solare: se utilizziamo una crema con SPF 30, ci procureremo una scottatura dopo un tempo di esposizione 30 volte più lungo rispetto a quello previsto in assenza di protezione.

Per spiegarla in maniera semplice, potremmo quindi dire che se abbiamo sperimentato che dopo un’ora di tintarella senza protezione riusciamo a procurarci un bell’eritema solare, allora con una protezione con SPF 15 potremo restare per quindici ore al sole senza problemi. In realtà questo esempio, per essere corretto, richiederebbe che durante tutto il tempo in cui ci esponiamo al sole l’intensità dei raggi UV rimanga costante e uguale all’intensità  presente in quell’ora che abbiamo passato a rosolarci al sole senza crema solare per amore della scienza. Ahi noi, l’intensità della radiazione ultravioletta cambia frequentemente nell’arco di una singola giornata.

L’indice SPF, anche se elevato, non garantisce la protezione nei confronti dei raggi di tipo UV-A. Vi consigliamo quindi di controllare gli ingredienti che compongono la vostra crema: i prodotti che garantiscono una migliore protezione verso di raggi UV-A sono quelli che contengono ossido di zinco, avobenzone (accoppiato all’octocrylene) e ecamsule.

Ora che abbiamo scoperto queste cose sulla nostra pelle e sui raggi solari, ci è più chiaro che, anche se siamo dotati di una bella e dorata abbronzatura, è necessario spalmarsi una giusta dose di crema protettiva e, quando possibile, coprirsi comunque con una maglietta.

 

 Metti la maglietta!

E’ importante sapere che i raggi ultravioletti, soprattutto quelli più dannosi, possono penetrare attraverso il tessuto: in caso di indumenti bianchi e aderenti questa possibilità è ancora maggiore. Per questo motivo, è consigliato indossare indumenti colorati (scuri) e larghi.

Ma non ci è sempre stato detto che se è caldo è meglio avere vestiti chiari perché i colori scuri assorbono la luce del sole?

ragazza con maglietta al mare

(Credits: Giulia Marotta da Pixabay)

Se veramente fosse così, ci troveremmo davanti a un compromesso a volte complesso. Per nostra fortuna non è del tutto vero, o meglio, non è proprio così semplice.

Infatti, benché gli abiti chiari riflettano meglio il calore del sole, quelli scuri favoriscono una migliore dispersione del calore del nostro corpo: per questo motivo, all’ombra si ha una maggiore sensazione di freschezza indossando abiti scuri.

Un altro fattore di cui tener conto è che non tutti i vestiti riescono a proteggere con la stessa efficacia; questa, infatti, dipende dalla natura del tessuto. La tecnologia ha permesso di sviluppare indumenti con tessuti le cui fibre e microfibre tessili sono intrinsecamente combinate con specifici principi, quali il biossido di titanio o l’ossido di zinco, in grado di proteggere la pelle dall’irraggiamento solare.

Etichetta certificazione UPF

Così come le creme hanno una loro sigla che identifica il livello di protezione dai raggi solari (SPF), anche questo tipo di indumenti ha la sua: UPF, Ultraviolet Protection Factor.

In Italia i capi conformi alle norme UNI di protezione dai raggi ultravioletti si riconoscono perché sull’etichetta devono riportare l’immagine di un sole giallo con un’ombreggiatura, il numero della norma (EN 13758-2) e il fattore di protezione solare (UPF). Con questo tipo di indumenti, La massima protezione si ottiene con un indice UPF 50+, mentre i tessuti con indice inferiore a 15 non possono essere considerati protettivi.

Nel caso non vogliate ricordarvi tutte queste cose e tantomeno acquistare questo tipo di indumenti, ricordatevi almeno la regola base: il nero protegge più del bianco.

Nel caso in cui decidiate di darvi una bella rinfrescata, dovete tenere presente che il livello di protezione diminuisce con l’umidità ed è quindi sconsigliato restare esposti ai raggi solari indossando indumenti bagnati.

Ricordate comunque che, in caso di caldo insopportabile, la soluzione più rapida per rinfrescarsi in spiaggia resta un bel tuffo tra i pesci.

 

Non dar fastidio ai pesci!

Il bello del mare, oltre alla sensazione di freschezza immediata che ci regala, è che ci permette, in casi fortunati, di poter seguire le gesta degli intrepidi pesciolini che osano avvicinarsi a noi. Tutto questo è molto poetico e forse anche romantico, peccato, però, che i pesci non esistano.

Non fraintendete. E’ ovvio che gli animali che osservate muoversi in acqua esistano (salvo allucinazioni da insolazione), il problema è che non sono pesci, siccome, ribadiamo, i pesci non esistono!

Questa brutta notizia è il frutto degli studi del paleontologo Stephen Jay Gould che, dopo aver studiato le creature marine identificate con il termine <<pesci>>, giunse alla conclusione che non esistono.

Gould sosteneva, infatti, che la parola <<pesce>> venisse applicata a classi completamente distinte di animali: cartilaginei (come squali e razze) o ossei (piranha, anguille, merluzzi,…), passando per quelli con un cranio, ma privi di spina dorsale o mandibole (missinoidi e lamprede).

Esempi di pesci nel mare

(Credits: lpittman da Pixabay)

Ad esempio, all’interno del processo evolutivo, queste tre classi si sono separate molto prima dei diversi ordini, famiglie e generi che conosciamo oggi. Questo fa sì che potremmo definire che un salmone ha molto più in comune con vostro cugino che con missinoide (senza nulla togliere a vostro cugino).

Biologicamente parlando, accomunare questi animali tra di loro ha la stessa valenza di chiamare uccelli i pipistrelli solo perché volano. Ovviamente oggi siamo molto più avanti di quando, nel XVI secolo,  venivano identificati come pesci anche le foche, le balene, i coccodrilli e gli ippopotami.

In ogni caso, il termine pesce rimane un ottimo modo per identificare ancora oggi i vertebrati acquatici che non sono né mammiferi, né testuggini, né qualcos’altro ancora, ed è ancora più utile per identificare alcune tipologie di ristoranti specializzati in prodotti di mare.

Ma la cosa più importante è che almeno ora sapete cosa rispondere a chi vi dice di non importunare i pesci (pratica da non seguire, ovviamente!), oppure, potreste usare la stessa motivazione per declinare un invito (magari non gradito) per una cena in un ristorante specializzato in piatti di mare.

Ora che siamo consci della non-esistenza dei pesci, non ci resta che fare attenzione alle meduse.

Ma per questo e per gli altri temi, dobbiamo darci appuntamento al prossimo mese!

 

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