Storie di Romagna – II: L’avanzata cinese e lo sguardo telecopiatore


In Romagna si tramandano tanti luoghi comuni sugli asiatici, e sui cinesi in particolare: la gestione rigorosamente familiare a cui sono sottoposte le loro attività commerciali, il fatto che non si vedano mai in giro cinesi anziani, o ancora che i cinesi lavorino sempre e non escano mai a divertirsi. Tutte queste dicerie hanno lo scopo di esorcizzare una paura che cresce giorno dopo giorno nei cuori dei romagnoli: quella dell’avanzata dei commercianti cinesi.

Il dilagare asiatico nella terra del Passatore ha avuto un inizio morbido, discreto: i ristoranti cinesi, che tutto sommato non hanno mai dato fastidio a nessuno e in certi casi vengono persino apprezzati, proponendo un prodotto assolutamente non in concorrenza con quelli locali. Prova una piadina salsiccia e cipolla, e poi vediamo se mangi ancora cinese. No, i ristoranti andavano bene. Ma da qualche anno i cinesi hanno iniziato ad aprire ben altro: negozi di abbigliamento, oggettistica e ultimamente anche bar. L’ormai proverbiale valigia piena di contanti, con la quale inducono sempre più proprietari di immobili a cedere loro licenza e locali, è diventata il simbolo di questo temutissimo dilagare. Aiutati dalla crisi, i cinesi hanno ormai preso possesso di un discreto numero di esercizi romagnoli, e le zone turistiche risultano quelle più colpite. Ai romagnoli non interessa che la cosa sia già un dato ovvio per tutta l’Italia, e che alcune città abbiano addirittura quartieri di fatto riservati agli asiatici: solo ora che sono arrivati in massa alla sua porta, il romagnolo fiuta il pericolo e prova a prendere adeguate contromisure.

“Bisogna fare qualcosa” mi sussurra sconsolato il signor Baredi, anziano commerciante di abbigliamento di Gatteo a Mare, che si è prestato a qualche riflessione sul tema. Secondo lui, il made in italy sta venendo lentamente ma inesorabilmente eroso dalla merce dozzinale esposta alla rinfusa sugli scaffali impolverati degli asiatici. Il tenace e a volte snervante servilismo con cui ti accolgono nei loro negozi e si sforzano di accontentarti in qualunque modo purché tu compri qualcosa – addirittura puoi contrattare il prezzo con loro – spinge sempre più clienti a preferire i loro prodotti a quelli dei commercianti nostrani. Ma a prescindere da come si concluda la vendita, sui loro volti non vedrai mai nient’altro se non ostinati e radiosi sorrisi.

Ma una cosa in cui cinesi eccellono è senza dubbio l’antica e difficile arte del taroccamento, di questo il signor Baredi è sicurissimo. I cinesi sono in grado di copiare ogni cosa, hanno il dono innato e speciale di saper assimilare i tratti fondamentali di qualsiasi cosa con cui vengano a contatto e di riuscire a riprodurla più o meno fedelmente, con un unica differenza sostanziale: il costo a cui questa copia sarà venduta. E’ questo il dato che, più di ogni altro, a parere dei negozianti romagnoli caratterizza i cinesi. Il signor Baredi continua, illustrandoci il loro modus operandi. I cinesi girano per i negozi in gruppi di due o tre, entrano e iniziano a guardarsi intorno, a toccare ed esaminare la merce esposta. Tempo una settimana, due al massimo, e nel negozio di asiatici all’altro lato della strada appaiono miracolosamente prodotti incredibilmente simili a quelli che vendi tu. Spedizioni di ricerca di cui però ormai i commercianti nostrani si sono accorti, ed ecco la contromisura: impedire ai cinesi – e agli asiatici in generale – di entrare nei loro negozi, e a maggior ragione – orrore! – di provarsi costumi da bagno o capi d’abbigliamento. Ma c’è chi non è soddisfatto di questo sistema, e sostiene che non basta.

E’ infatti sempre il nostro negoziante a rivelarci un dato in più: i cinesi riescono a copiare anche a distanza. Esatto, avete capito bene: sono muniti di quello che a buon diritto può chiamarsi sguardo telecopiatore. Non basta lasciarli fuori dai negozi – tuona alle mie orecchie il Baredi, visibilmente accalorato – bisogna evitare anche solo che guardino dentro, perché con i loro occhi dalla vista fina, temprati da ore e ore di sartoria in bui scantinati poco areati, riescono a scannerizzare istantaneamente e a distanza tutti i prodotti che capitino sulla loro traiettoria. C’è chi ha provato a frapporsi tra il bieco sguardo asiatico e la sua merce, per tentare di impedire l’azione copiativa, ma alla lunga risulta molto difficile. Bisognerebbe assumere del personale adibito solo a questa mansione.

Stando così la questione risulta davvero difficile poterli fermare, afferma sconsolato il signor Baredi, mentre indirizza a terra un corposo saracchio. “Ci vorrebbe una legge del Comune che impedisca ai cinesi di aprire i negozi”. E’ questa l’idea che illumina i suoi occhi, è questo ciò che gli dà ancora la speranza e la forza di combattere contro il fenomeno dell’invasione gialla. Non si sente ancora sconfitto ma sa che sarà sempre più dura fermarli, man mano che si andrà avanti. “Stiamo perdendo la nostra identità” mi rivela con il volto sconsolato. Ma la sua voce è soltanto poco più di un sussurro, e nel ripetere la stessa frase per la seconda volta ha ancora meno convinzione della prima. La terza volta che mi rivolge lo stesso ammonimento, vedo solo muoversi le labbra ma dalla sua bocca non esce più alcun suono. Anche questa, signori, è la Romagna.

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