Rimuginare col pensiero e “carburare” con l’inconscio


Il filosofo Deleuze ha ricostruito la psicanalisi della macchina desiderante. Ciò che mettiamo in moto pare realizzarsi materialmente nel suo svanire (mancando). Ogni desiderio che noi proviamo funzionerebbe come una macchina. Là, il soggetto “s’unirà” all’oggetto solo per… concatenazione, con la tensione del primo che si ri-produca tramite più gradi del secondo (dove l’universalità dell’appagarsi resta pur sempre “parziale”). Nella macchina desiderante, l’insoddisfazione vera e propria sarebbe quasi un gas di scarico, per così dire. Deleuze critica la tesi per cui noi dimostreremmo l’esistenza dell’inconscio mediante il mero complesso di Edipo, troppo “fantasmagorico” da pensare. Meglio sarebbe sostituirlo con la macchina desiderante. Ciò darà alla “vecchia” psicanalisi una dimensione forse più strutturalistica. Nella macchina desiderante, il soggetto avrà naturalmente la tendenza a “soddisfarsi”, in maniera “narcisistica”. Per Deleuze, il complesso di Edipo sarebbe di tipo “entropico”. Sempre il narcisista specchia se stesso. Ciò lo porta a farsi “disordinato”, nell’impossibilità di distinguere qual sia il suo vero io. Il narcisista dunque si soddisfa “nell’entropia” di se stesso. Nel complesso di Edipo, il desiderio di “giacere” con la madre è disordinato. Qualcosa che percepiamo in via “narcisistica”. Nel complesso di Edipo, il bambino già nato dalla madre, vuole però “ri-nascere” da lei. E’ una soddisfazione quasi “entropica”. Nella filosofia di Deleuze, se l’inconscio pare una macchina desiderante, allora il complesso di Edipo ne diventa il… “gas di scarico”, per così dire. Con quest’ultimo, noi intendiamo la tendenza al disordine. La macchina desiderante dell’inconscio porta i soggetti ad appagarsi sugli oggetti solo nella loro “concatenazione”. I primi svaniranno nei “gradi” del secondo. Una concatenazione è sempre “narcisistica” da percepire (ponendosi sempre nel “rinvio” di se stessa). In chiave psicanalitica, quella accadrebbe pure nel complesso di Edipo, quando il bambino che nasce dalla madre nel contempo vuole “ri-nascere” da lei. E’ il “gas di scarico” della macchina desiderante, tanto “fumoso” quanto “fantasmagorico”, che a Deleuze non piaceva, in quanto garantiva un appagamento di tipo solo “compromesso”. Non a caso, si dice che il complesso di Edipo viene “rimosso” dalla soggettività. Per il gas di scarico accade lo stesso. Nella macchina desiderante, il complesso di Edipo si darebbe entro i singoli “gradi” (od “interruttori”) della concatenazione fra il soggetto e l’oggetto. Nello scatto di Meloni, la modella Lidia è seduta su una poltrona, accavallate le gambe. Abbiamo l’impressione che lei pensi intensamente. Il braccio sinistro si piega, consentendo alla mano di raggiungere la testa. La modella potrebbe “scervellarsi”, movendo le dita fra i capelli. Il suo sguardo s’indirizza verso il basso. Le mani hanno lo stesso “inarcamento”, così da bilanciare il loro “peso” percettivo. Alla fine, pare che il busto possa ruotare. Le mani “s’inarcano” quasi ad inseguimento: una “gira” in alto verso sinistra, l’altra “gira” in basso verso destra. Inoltre le gambe “slittano” fra di loro, in quanto accavallate. Il braccio destro, che risalta visivamente per la sua illuminazione, fungerebbe da leva, “rialzata” la testa, forse a condurre quest’ultima simbolicamente verso “l’emersione” d’un… pensiero risolutore. Nel complesso, la posa della modella si percepisce in via psicanalitica. Forse, la “rotazione” del busto e lo “slittamento” della gambe rientrano nella cosiddetta macchina desiderante. Basta che percepiamo la posa della modella nella propria “concatenazione”. Il dinamismo della rotazione (fra le mani) ci dimostrerebbe che la mente si “specchi” in se stessa, ad esempio rimuginando. Inoltre, il braccio sinistro avrebbe la caratteristica forma d’una “leva a marmitta”. Qualcosa che visivamente esca dall’intera “macchina” corporea. Per questo, sarà complice la sua illuminazione. La marmitta, in chiave psicanalitica, permetterebbe a tutti i pensieri rimossi di mostrarci il loro “gas di scarico”, dentro la più decisiva macchina desiderante.

Fotografia di Stefano Meloni per la modella Lidia Comini

Fotografia di Stefano Meloni per la modella Lidia Comini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia consultata:

G. DELEUZE e F. GUATTARI, Macchine desideranti, Ombre Corte, Verona 2004, pp. 97-123

 

Nota biografica sugli artisti recensiti:

Il fotografo Stefano Meloni (che si firma Kalos Photoart) è nato nel 1985. Vive e lavora a Cagliari. Suo padre gli trasmette la passione per la fotografia. In seguito, Stefano autonomamente comincia a studiare gli scatti di Sieff, Newton, Lindbergh, Avedon. In fotografia, lui non ama l’eccessiva digitalizzazione dell’immagine, che anzi deve restare “poco appariscente” per l’occhio, ma più “emozionale” per la mente. Meloni è specializzato nel ramo del fashion/glamour. Spesso, i suoi scatti si percepiscono entro un’atmosfera “analogica”; la modella avrà sentimenti e pensieri di tipo “chiaroscurale” (malinconici).

http://stenomeloni.wix.com/kalosphotoart

La modella Lidia Comini è nata nel 1990, vive a Sassari. Nel 2010, lei aveva vinto il Concorso Nazionale “Una ragazza per il cinema”.

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7 Comments

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  1. Paolo Meneghetti

    Provo a “riscriverti” le prime 11 righe (che sono le principali)togliendo però i pronomi, e ripetendo i loro sostantivi di riferimento. Forse, così ti semplifico la lettura:

    Il filosofo Deleuze ha ricostruito la psicanalisi della “macchina desiderante”. La macchina (nel senso più generico del termine) è qualcosa che mettiamo in moto, e così essa pare realizzarsi materialmente “nel suo svanire (mancando)”. Ogni desiderio che noi proviamo funzionerebbe come una macchina. Nella macchina del desiderio (cioè: nella macchina che può desiderare), il soggetto “s’unirà” all’oggetto solo per… concatenazione, con la tensione del soggetto che si ri-produca tramite più gradi (ossia “scalini”, “tacche”) dell’oggetto. Nei gradi dell’oggetto, l’universalità dell’appagarsi resta pur sempre “parziale”. Nella macchina desiderante, l’insoddisfazione vera e propria sarebbe quasi un “gas di scarico”, per così dire. Deleuze critica la tesi per cui noi dimostreremmo l’esistenza dell’inconscio mediante il mero “complesso di Edipo”, troppo “fantasmagorico” da pensare. Meglio sarebbe sostituire il “complesso di Edipo” con la “macchina desiderante”. Una sostituzione che darà alla “vecchia” psicanalisi una dimensione forse più strutturalistica. Nella “macchina desiderante”, il soggetto avrà naturalmente la tendenza a “soddisfarsi”, in maniera “narcisistica”… e poi il mio testo credo si renda più “agevole”!

    • Paolo Meneghetti

      Se tu lo affermi, credo sia perché s’inquadra una bella ragazza!

      In realtà, le recensioni d’estetica per la fotografia si scrivono da sempre.

      Caratteristico del mio stile è l’uso d’una “piccola forzatura”.

      Assolutamente il fotografo Meloni non conosceva i libri del filosofo Deleuze. Io ho scelto di recensire il suo scatto partendo da una “piccola forzatura”, che – per l’appunto – riguarda la psicanalisi della “macchina desiderante”.

      La qualità “sorprendentemente logica” del mio testo deriva… da Deleuze. Io comunque ho percepito che il braccio sinistro facesse “da leva”; sul fatto che la modella abbia un’aria malinconica (per cui anche psicanalitica) penso che siamo tutti o quasi d’accordo.

      Sempre chi recensisce opera una “forzatura”. Altrimenti, uno dovrebbe ripetere e basta il pensiero del suo artista.

      Si può discutere a lungo, invece, se la “forzatura” del critico debba nascere anche da un certo intellettualismo, ossia dalle citazioni(come la mia su Deleuze).

  2. francesco drago

    forse troppo pensiero sulla sessualità ha fermato questa ragazza sulla poltrona certe volte troppo pensiero sulla sessualità non mi fa dormire la notte

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