Trees of paper – corrispondenza dal Brasile #5


Cecilia Polizzi è una giovane laureata in Scienze della Comunicazione all’università di Bologna. Da tre anni è membro del comitato direttivo dell’associazione di volontariato “Mateando for Children”, che si occupa della tutela, della formazione e del sostentamento ai minori che vivono situazioni di disagio nella provincia di Buenos Aires.
Da aprile di trova in Brasile, per svolgere un’attività di volontariato itinerante dal sud verso il nord del paese allo scopo di acquisire maggior consapevolezza delle problematiche che affettano il continente latinoamericano anche al di fuori dell’Argentina.
Durante la permanenza in Brasile, ci ha inviato e continua a spedirci corrispondenza.  
Pubblichiamo qui a cadenza regolare le pagine del suo diario.

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16-04-2012

La Rocinha é una cosa che sorprende. Con i suoi 250.000 abitanti registrati viene considerata la favela piú grande dell’America Latina. Formatasi attraverso la divisione in piccole proprietá di un’antica azienda produttrice di caffé, nel corso degli anni ha subito un notevole processo di occupazione da parte di individui che ritenevano quei territori di dominio pubblico. Attraversata la cosiddetta “passerella” lo sguardo si perde tra le alture circostanti. Centinaia e centinaia di piccole case sembrano incollarsi alle montagne. Tutt’intorno solamente il rumore dei motorini truccati e polverosi. É come essersi ritrovati d’improvviso all’interno di un gigantesco formicaio. Nel novembre del 2011 la Rocinha fu scenario di un’operazione militare che ha visto impegnate quasi 1500 unitá tra funzionari della polizia federale, dell’esercito della polizia civile e militare. Scopo di tale operazione era la riconquista di un territorio dominato dal narcotraffico. A partire da quel momento é come se si fosse paradossalmente creato un inverso clima di terrore. Quello che si respira tra la popolazione é un atteggiamento di forte diffidenza nei confronti delle forze armate e della loro utilitá nel mantenimento dell’ordine pubblico.
Il problema é che il fatto stesso di vivere in una favela per le forze di polizia é indice di criminalitá. É pregiudizievole. Per questo motivo, durante le operazioni del BOPE, un commando specializzato nella lotta al narcotraffico, sono caduti vittime degli spari numerosi innocenti. Tutto il territorio viene costantemente presidiato da carri armati ed ufficiali in assetto da guerra. Nella realtá dei fatti questa presenza non impedisce il narcotraffico ma mantiene la popolazione civile in uno stato di allerta.

Nel 2016 Rio de Janeiro sará la cittá ospitante dei Giochi Olimpici. E non é un caso che le operazioni poliziali siano state compiute in seguito alla presa di coscenza di questo fatto. Le favelas esistono da piú di un secolo e hanno da sempre rappresentato il simbolo della disuguaglianza del Brasile. Nell’arco di una notte queste zone sono diventate teatro di una guerriglia urbana senza precedenti. Prima dei Giochi Olimpici e prima della necessitá di dare al mondo intero una dimostrazione della forza e dell’efficenza dello Stato sembra che non esistessero favelas, non esistesse ingiustizia sociale, non esistesse povertá e non esistesse il narcotraffico.

4 Comments

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    Fabiola Díaz

    He escuchado que la creación de grandes edificios por la costanera de Rio de Janeiro, es precisamente para ocultar las favelas, que ilusos.
    Un beso.

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