Acido lattico


Correre le ripetute era sfiancante. La parola millecinquecento metri apparentemente non conteneva pericoli, era bella, levigata, scorreva con delicatezza sulla tua bocca. Ma quando si traduceva in percorso da ricoprire, era tutta un’altra cosa. Nemmeno l’illusione di avere ai piedi una scarpa chiodata, che donava un piede affusolato e aerodinamico, poteva distogliere i più smaliziati dalla consapevolezza che c’era da fare fatica, e pure tanta.

 

Il momento della corsa è qualcosa di difficilmente descrivibile: il corpo, il respiro e le gambe sono legate a doppio filo con la forza di volontà e un minimo cedimento di questa si ripercuoterà invariabilmente su tutto il resto, tu lo sai – tutti gli atleti lo sanno – ma in pochi riescono ad evitarlo. Il primo accenno di fiatone, un leggero crampo al polpaccio e la domandina subdola che si insinua nella testa, superando la membrana di sudore che ricopre il tuo volto e arrivando direttamente al cervello: “Ce la farò a completare il percorso?“. Anch’io mi stavo ponendo la stessa domanda, dopo appena due giri del primo millecinque, il primo dei quattro previsti dall’allenatore per quel giorno. Il mio corpo già inspiegabilmente stanco rideva beffardo nel vedermi in difficoltà, l’acido lattico iniziava a farsi sentire nelle gambe e prendeva possesso dei miei polpacci, lento ma inesorabile, come l’acqua che invade un appartamento in cui sono stati lasciati aperti i rubinetti. Fui costretto a fermarmi al terzo giro di pista, a occhio non avevo corso neanche mille metri. Faceva caldo, il caldo soffocante di metà agosto che accompagnava sempre la ripresa degli allenamenti estivi in preparazione della stagione di gare autunnali.

Il nostro allenatore, il signor Frigerio, era seduto nei pressi del traguardo, al riparo di un’ombrellone a righe blu e gialle con l’agendina aperta sulle gambe e un cronometro nella mano destra. Non riuscivo a vedere se stesse effettivamente misurando il tempo o amasse semplicemente tenere quell’oggetto in mano. Lo raggiunsi, diretto alle borracce.

Sarti. Già stanco?

-E’ questo caldo. All’inizio…

Lo dici tutti gli anni. – si era alzato ed era venuto verso di me. Nonostante il volto segnato dal tempo, il suo fisico dimostrava appena la metà dei cinquantacinque anni che nascondeva sotto la tuta sportiva blu scuro e un logoro cappellino nero.

-Adesso riposati qualche minuto, poi ricominci da capo. Tarderai rispetto agli altri.

Gli altri. Gli altri quel giorno erano soltanto tre ragazzi, gli unici insieme a me ad essere riusciti a ignorare il richiamo delle spiagge e del riposo estivo per cedere ai loro doveri di atleti. Dettaglio di non poco conto, gli altri erano tutti più giovani di me, classe ottantanove se non addirittura novanta, e quel giorno sembravano avere energie da vendere. Oriani poi, il più giovane, quel pomeriggio andava davvero forte e nel momento in cui mi ero fermato stava già per completare il primo millecinque. Mi sfilò accanto sul traguardo, fece un cenno con gli occhi ma lo ignorai, sperando che ci rimanesse male. Frigerio non si lasciò sfuggire l’occasione.

-Anche Oriani sente il caldo.

Presi la borraccia e bevvi a piccoli sorsi, per non dargli la soddisfazione di vedermi assetato.

-Puoi berne anche di più, se vuoi. Il caldo richiede molti liquidi.

Non riuscivo mai a capire se mi schernisse o se, in fondo, dicesse sul serio, mai. Fissai per un momento quegli occhi verdi e profondi in parte schermati dall’ombra del cappellino, e decisi che era il caso di provarci, di chiederlo. Mi accostai a lui, mentre gli altri ragazzi si avviavano alla linea dei duecento metri per iniziare un nuovo millecinque.

-Non avresti qualcosa?

L’allenatore aveva sentito molte altre volte quella domanda, e non si scompose.

-Può darsi. A cosa ti serve?

-E’ tutto quell’acido lattico che mi si forma nelle gambe…

-L’acido lattico.

-Infatti. E’ uno sforzo troppo pesante. E se c’era un modo per ridurlo un attimino…

-Lo sforzo?

-L’acido, lo sforzo… tutti e due.

-E il caldo dov’è finito?

Cazzo, ma cos’era, un corso di dialettica? Non pensavo fosse così complicato chiedere un aiutino. Sentivo che Frigerio mi voleva fregare con le parole, lo sapevo, si divertiva un sacco a farci passare per dei ragazzini scemi buoni solo a sudare su un campo di terra rossa. Mi pulii il sudore sulla faccia con l’orlo della maglietta.

-Il caldo c’entra, ovviamente. Ma penso che se lei avesse qualcosa, non sarebbe più un problema.

Vieni. – si alzò e mi fece cenno di seguirlo. Gli altri avevano iniziato la seconda ripetuta ed erano troppo concentrati per notarci.

Il piccolo ufficio di Frigerio, ricavato da un ex ripostiglio per detergenti, appariva insolitamente fresco in quella giornata di calura soffocante, pur non avendo un ventilatore a muovere l’aria. Appena entrati, Frigerio richiuse la porta e si accese una sigaretta presa da un cassetto della sua scrivania. La stanza era piena di trofei sportivi e riproduzioni fotografiche di atleti che tagliavano il traguardo, saltavano ostacoli o sollevavano grandi coppe ramate con i volti stanchi e sorridenti. Il sudore e la fatica traspiravano da quei ritratti e assumevano quasi una consistenza materiale nell’aria stanca dell’ufficio. Frigerio tirò una boccata di fumo e mi colpì in pieno con il getto acre prima che riuscissi a spostarmi. Non l’avevo mai visto fumare.

-Anche se ti dessi qualcosa, ti stancheresti come tutte le altre volte.

Me la giocherei.

-Ti stancheresti comunque.

Avrei voluto colpirlo con un forte pugno in faccia, in modo da fargli sentire la sofferenza che avevo provato io nelle ultime gare, l’umiliazione e la vergogna di arrivare dietro a ragazzini di   uno   o due anni in meno, che sorridono ingenui al traguardo cercando poi di consolarti per il mancato risultato. No, non poteva capirlo, lui. Aveva quasi finito la sua sigaretta, senza emettere neppure un piccolo colpo di tosse.

-Io chiesi la stessa cosa al mio allenatore, molti anni fa.

-Un aiuto?

-Esatto. Lui non mi volle dare nulla, anche se ne aveva la possibilità, oh sì… ma disse che avrei sempre perso nella vita, se avessi iniziato ad assumere quella roba. Teneva un libro con gli aforismi di De Coubertin sul comodino e li sciorinava non appena qualcuno gli chiedeva qualcosa. Una porta chiusa.

-Quindi immagino che anche lei…

-Io ho cercato di diventare come lui, ma non ci sono riuscito. Sai quante gare ha vinto la squadra in cui correvo da ragazzo? Zero. Anche nei più infimi campionati provinciali sfioravamo a malapena il podio, e quando ci andava bene che capitava qualche ritiro eccellente o qualcuno che si faceva male allora ci salivamo, ma era solo un caso.

-Allora con noi non può lamentarsi. I nostri risultati come squadra sono ottimi, e anche ai provinciali di maggio abbiamo fatto bella figura. Tutti, a parte me. Perfino Oriani.

-Già, perfino Oriani.

I suoi occhi brillavano mentre spense la sigaretta nel portacenere ed estrasse una scatolina da uno dei cassetti. Era completamente bianca, senza scritte o indicazioni. Quando la appoggiò sul legno della scrivania fece un rumore come di tanti sassolini che si agitavano all’interno.

-Sono al gusto di menta. Ti piace, la menta?

 

Oriani era fermo sulla pista, si detergeva la fronte con un asciugamano e sorrideva ai compagni, era soddisfatto. Per essere la prima ripetuta di millecinque dopo la pausa estiva, aveva fatto un buon tempo. Vide arrivare Frigerio da lontano, seguito da me a poca distanza e non appena l’allenatore fu entrato in pista corse a comunicargli la notizia. Gli diede una pacca sulla spalla, Frigerio evitò di incrociare i miei occhi e ricambiò con imbarazzo, ponendo una mano sulla spalla di Oriani come a dire basta, non c’è niente da festeggiare. Il ragazzo sembrò leggermente perplesso ma quel velo di inquietudine sul suo volto passò subito, tornò a sorridere e prese la borraccia. Le piccole gocce della bevanda che cadevano dalla sua bocca si confondevano con il sudore sul suo viso, i denti erano bianchi e allineati, qualche foruncolo baciato dal sole sporcava qua e là la sua fronte volitiva. Oriani allontanò la borraccia dalla bocca e io percepii distintamente l’aroma di menta fresca che caratterizzava il suo alito. Era la prima volta che me ne accorgevo, o forse l’avevo sempre saputo. In ogni caso non importava, scoppiava di salute.

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Acido lattico by Fabio Pirola is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.

16 Comments

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  1. Sara

    Come sempre un bel racconto, uno spezzone di vita, vita vera.
    E’ sempre interessante leggere i tuoi finali, perchè sono estremamente distanti dall’idea iniziale che mi faccio della storia!
    Complimenti.

  2. Pit

    Signor Pirola, devo dirle che, da atleta pulito quale ero, sono rimasto davvero sconcertato nel leggere il suo racconto. Mai mi sarei aspettato di vedere associata la sana competizione sportiva – le componenti fondamentali della quale sono la fatica, la determinazione e la dedizione costante – al più infimo dei trucchetti sportivi, il doping, per alterare le proprie abilità naturali. Lo Sport non è scorrettezza, per vincere a tutti i costi; lo Sport non è droga, ma duro allenamento e devozione costante per arrivare alla faticata, ma meritata, vittoria o ad una onorevole sconfitta. Ciò che deve sempre aleggiare è il sacro spirito della partecipazione, della pura emulazione; il tutto contornato da un’atmosfera di festa: una festa eterna, che si rinnova come si rinnova il ritornello di una serena filastrocca dal sapore antico e infantile.
    Mi meraviglio molto che lei abbia citato De Coubertin, perché dimostra di non avere capito niente del suo messaggio.
    A questo punto credo proprio che abbia perso un lettore, caro signor Pirola!

    • Gianluca

      Lo sport è sudore, fatica, soddisfazioni, sorrisi, ma anche ricerca di scorciatoie, come il doping, soprattutto ad alti livelli. Lo sport è fatto di sportivi, di appassionati, e purtroppo anche di dopati, così come il mondo è composto da persone che non si accontentano di vedere una faccia della medaglia, che non rinunciano ad alzare le pietre anche quando sanno che non troveranno nessun tesoro, ma solo terra sporca.

      • Fabio Pirola

        E’ proprio vero… e debellare il doping in certi sport sarà sempre più dura, perché ormai (purtroppo)è un fatto culturale e ci sarà sempre qualcuno che, non riuscendo con le proprie forze, preferirà aiutarsi con delle sostanze illecite piuttosto che competere con i suoi mezzi.

    • Fabio Pirola

      No, assolutamente! Fortunatamente non mi sono ancora imbattuto direttamente in situazioni come questa, però so che esistono realmente! Spesso, nel parlare comune, si collega automaticamente il problema doping a sport come calcio o ciclismo, ma in realtà i cosiddetti “altri sport” non ne sono affatto immuni…

  3. Concetta

    Mi dispiace, ma vado contro tutti i tuoi sostenitori: i racconti non mi trasmettono alcunché, mi appaiono piatti.
    Ma d’altra parte, se ai più piaci, continua così.

  4. Fabio Pirola

    La scrittura è una delle cose più soggettive del mondo per cui è normale, e secondo me anche giusto, che il mio stile non possa piacere a tutti. Grazie del commento, lo apprezzo tanto quanto gli altri! E se ti va di continuare a seguire i miei lavori spero di riuscire, un giorno, a stupirti!

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