Chiacchierate in Stile Libero: Marco Magnani


Una storia singolare, la sua.
É
chitarrista e compositore per gli Avvoltoi dal 1988 al 1990, periodo in cui viene pubblicato il loro secondo disco: “Quando Verrà il Giorno”.
Poi si trasferisce a Londra, e su di lui cala un silenzio lungo un decennio.
Nel 2000 torna alla carica con gli Instant Flight, con i quali addirittura torna a calpestare il suolo italiano come supporter di Arthur Brown.
E ora lo ritroviamo come Mark Moon & The Clouds.

Lui è Marco Magnani: attitudine beat, taglio ’60, cadenza aglosassone nel parlato, ma resistenza di formule gergali bolognesi, e quella zeta che noi, emiliani e romagnoli, proprio non sappiamo pronunciare correttamente.

Giunto al Sidro Club di Savignano sul Rubicone (FC) proprio come Mark Moon & The Clouds, il 9 aprile scorso – concerto organizzato in collaborazione con Monogawa Back to Gawa – mette in scena una sorta di inaspettata e piacevole reunion. Infatti, è accompagnato da passati e attuali membri degli Avvoltoi: Michele Rizzoli al basso, Federico Benetti alla chitarra, Marco Gualandra alla batteria.

 

Così, l’occasione è imperdibile per poter disturbare Marco e scambiare qualche battuta con lui, tra passato, presente e futuro. Ecco l’intervista, andata in onda integralmente nel corso della 52esima puntata di Stile Libero – programma di approfondimento musicale di Radio Icaro Rubicone –  e a breve disponibile in podcast.

 

All’inizio degli anni ’90 lasci gli Avvoltoi, ti sposti a Londra e perdiamo le tue tracce fino al 2000, quando fondi gli Instant Flight e torniamo a sentir parlare di te. Quindi abbiamo un buco temporale lungo un decennio durante il quale non sappiamo cosa hai combinato, in Inghilterra. Ce lo colmi?

Essendo Londra una città satura di tantissimi gruppi, nella prima metà degli anni ’90 ho suonato in molti club acustici, chitarra e voce, scrivendo anche pezzi nuovi. Tastavo il terreno, cercando di conoscere nuovi posti e club.
In quello stesso periodo avevo una band, composta da 3 elementi, ma non abbiamo mai prodotto niente. Nel frattempo suonavo anche in altri gruppi. Per esempio, nel ’95 ho fatto un tour con gli Ashley Flowers, il cui cantante è adesso uno dei chitarristi dei Death in Vegas. Facemmo un tour in giro per l’Inghilterra conclusosi alla Royal Albert Hall, quindi ho avuto la fortuna di suonarci, anche se non con miei pezzi, purtroppo.

É stato un periodo in cui c’era anche interesse anche da parte di case discografiche, addirittura la Soni e la EMI, ma non è mai andato in porto niente. Il tempo è davvero volato per me.

Quindi in sisntesi, ho cercato di trovare una band che mi piacesse, ma ho sempre finito per suonare da solo, chitarra e voce.

 

L’immagine che ci arriva di Londra è quella di “capitale della musica”, attentissima alle nuove tendenze, con uno sguardo anche al futuro, quindi molto modaiola. Date queste impressioni, c’è spazio a Londra per musica un po’ retrò, come la tua?

Sì, c’è spazio.
Io ho suonato spesso in club gestiti da Rob Bailey.
Lui fece da tramite inizialmente, e ci fece suonare al Cloud 9, poi con Arthur Brown, poi ci fece suonare nei suoi club.
Quindi c’è un giro retrò, ci sono locali di influenza anni ’60 e c’è lo spazio. Ma è molto competitivo: per esempio, se suonavamo in un club una volta, prima che ci potessimo tornare dovevano passare 6 mesi.

 

Per la produzione del primo disco degli Instant Flight, “Colours and Lights”, vi siete affidati a Gary Ramon (Sun Dial). Com’è nata questa collaborazione, e come vi siete trovati a lavorare con lui?

Andò così.
Con Instant Flight avevamo fatto uscire un singolo, con 4 pezzi. Un nostro amico, Lee Barlow, che all’epoca aveva una band, i Groop, e aveva registrato con Gary Ramon, gli fece sentire il singolo, e gli piacque. Poi ci consigliò di andare a registrare da lui perché nel suo studio aveva strumenti vintage originali degli anni ’60, come gli organi, e registrava con l’otto piste a nastro.
Quindi lo abbiamo chiamato, lui ha accettato volentieri, ci ha fatto pure un prezzo scontato, e ci ha fatto da produttore per l’album che poi è uscito per la Beard of Stars, Colors and Lights.

A quel punto siamo riusciti a convincere Arthur Brown, che stava lì vicino, a collaborare su due pezzi: Freeway, e l’unica cover dell’album, cantata interamente da lui: Kites, di Simon Dupree and the Big Sound.

Venendo al rapporto con Gary Ramon, noi ci siamo trovati bene.
Il rapporto non è stato continuativo perché noi abitavamo a Londra, mentre lui stava sulla costa sud.
Quindi trascorrevamo un weekend da lui, o intere settimane, poi tornavamo a casa. E queste session venivano spezzate da alcuni concerti che doveva tenere con i Sun Dial, quindi per registrare “Colors and Lights” ci abbiamo impiegato 4 mesi buoni. Perciò è stato un lavoro a tappe.

In studio è andata bene: lui ha messo idee molto buone. Ci aiutava soprattutto per i suoni d’organo, perché la nostra tastierista Lucie aveva la sua tastiera, quindi avevamo arrangiato tutti i pezzi con la nostra attrezzatura. Mentre Gary Ramon aveva 4 o 5 organi, più il mellotron, quindi in studio ha dato un grandissimo supporto, soprattutto nella scelta dei suoni della tastiera, e facendoci usare gli strumenti originali.

È stato un buon rapporto. Abbiamo avuto qualche piccola discordia solo sui tempi. Per esempio, arrivavamo alla fine di una giornata di registrazione, e noi volevamo ultimare alcune cose, mentre lui era rigido con gli orari. Solo questo.

 

Questo tuo arrivo in Italia come Mark Moon & The Clouds giunge un po’ come un fulmine a ciel sereno, perché non sapevamo nulla di questo progetto. Come è nato? E sopratutto: esistono ancora gli Instant Flight?

Gli Istant Flight esistono ancora, anche se sono una band di pigroni, perché aspettano sempre che faccia qualcosa io. Siccome tra vari cambi di formazione dal 2001 e ad oggi, in particolare cambi di bassisti, ho trascorso un periodo un po’ movimentato, ho deciso di prendere un break con Instant Flight. La decisione è giunta un anno fa, e ora sto cercando di fare uscire un nuovo disco di Instant Flight, che ho appena cominciato a spedire ad alcune label: si tratta di una raccolta di inediti anche molto vecchi, mai usciti prima per etichette, e un paio di nuovi pezzi dell’anno scorso. Contemporaneamente, ho sentito l’esigenza di cambiare aria, pensando a una nuova formazione.
Nel corso dell’ultimo anno mi sono dato da fare per scrivere nuove canzoni – ne ho fin troppe – e sono arrivato al punto di dovermi scegliere un nome. Ho pensato a Mark Moon & The Clouds perché voglio chiamare varie persone a registrare, e mi piacerebbe che ogni pezzo registrato abbia una formazione diversa.

Per esempio, essendo anche lui di base a Londra da anni, uno dei batteristi di quello che sarà spero il primo disco di Mark Moon & The Clouds sarà Tiberio (Ventura, ndr), anche lui parte della storia degli Avvoltoi. Ci saranno altri batteristi miei amici.
Sarà un disco di ospiti principalmente.

Ne ho parlato anche con Michele (Rizzoli, ndr) degli Avvoltoi. Negli ultimi due anni, lui mi ha sempre sollecitato a fargli sapere quando sarei venuto in Italia, perché poi si sarebbe mobilitato per trovare delle date. E l’ultima volta mi disse “Beh, se vuoi usare quel nome, potremmo anche fare dei concerti come Mark Moon & The Clouds!”.
Ed è stata una proposta giusta, perché suonando con loro non saremmo stati Instant Flight comunque. Questa sera abbiamo fatto pezzi dal repertorio degli Instant Flight, poi Federico ha fatto qualche pezzo degli Avvoltoi, e qualche cover.
Però ecco: ho usato il nome di un progetto futuro, che ancora non si è realizzato.

 

A gennaio abbiamo intervistato Moreno Spirogi, giunto con gli Avvotoi qui al Sidro per presentare quello che era il loro nuovo singolo: “Moreno è impazzito“. In quella occasione, la domanda di lancio riguardò proprio il singolo. Moreno ci rispose che si trattava di una canzone che avevi scritto tu per loro, e che avevi postato su YouTube, senza tante preoccupazioni. A Moreno piacque, ma ti chiese di cambiare una frase, che riteneva troppo “forte”.

Sì, avevo messo una frase politica, riguardava i leghisti. Mi pare avessi scritto: “spara ai leghisti, fascisti, fighetti del bar”. Una cosa del genere.
Però a lui non piaceva avere riferimenti politici in un suo testo, quindi lo cambiai lasciando solo “fighetti del bar”.

La collaborazione tra me e gli Avvoltoi è continuata, soprattutto per quanto riguardava preparare pezzi per loro. Magari componevo la musica, e Moreno scriveva il testo.
Invece in questo caso il tutto è partito un po’ per scherzo. Mi sono messo a comporre, un giorno, e ho visto che stava nascendo un buon pezzo: “Moreno è impazzito”, appunto. Inoltre, volevo fargli una sopresa. Così ho pensato di non inviargli l’audio, ma di prepare un video con immagini degli Avvoltoi. Avevo messo in conto che Moreno avrebbe potuto non gradire il fatto che mettessi a disposizione quel contenuto così, pubblicamente. Ma ho anche pensato che, se fosse stato così, avrei poututo toglierlo in qualsiasi momento.

Poi quando decisero di incidere il pezzo, modificata la frase, tolsi il video da YouTube, perché mi sembrava più corretto nei loro confronti, visto che avrebbe di lì a poco pubblicato la loro canzone come inedito.
Invece Moreno mi consigliò di ripubblicare il video, in modo tale che si potessero ascoltare entrambe le versioni.

 

Bene, stai confermando la versione dei fatti di Moreno.
Per quanto riguarda il tema della canzone invece, Moreno ci disse che secondo lui la pazzia era una cosa tua, che hai voluto trasporre a lui, ma non descriveva esattamente la sua condizione. É così?

Probabile! Quando parlo con i miei amici italiani, ho l’abitudine di chiamare tutti con l’appellativo “pazzo”.
Nella stesura del testo, mi sono divertito a pensare a Moreno come persona, i suoi interessi musicali, anche le cose che abbiamo in comune, come la passione per gli anni ’60 – infatti nel testo ci sono riferimenti a manifestazioni, e allo scendere in piazza.

Nello specifico, gli ho mandato questo pezzo perché qualche tempo prima mi aveva chiesto se avessi qualche canzone scartata da inviargli, meglio se in stile cantautorale. Nella stesura di questa canzone, come sempre, ho prima scritto la musica, poi ci ho messo il testo. E mi accorsi che era decisamente in stile cantautorale. Quindi pensai fosse perfetta per la sua richiesta, e decisi di scriverci pure il testo, anche per mettermi alla prova di nuovo con l’italiano.

E mi ha fatto piacere che ai ragazzi sia piaciuta, e che l’abbiano registrata.

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