Controluce: storia di Geremia e la sua mostruosa ombra


Comincia una nuova collaborazione.
Sara Pasini è una giovane liceale di sedici anni con la passione per la scrittura. Scrive, crea,  incanta.

Dopo la vittoria di premi in ambito poetico, a dicembre uscirà il suo primo libro edito da Gruppo Albatros Il Filo.
Ecco il suo racconto mensile per Dissonanze.

Il sole col passare dei secoli è sempre stato simbolo di vita, del bene, della luce, di Dio: veniva e rimane tutt’ora venerato come l’archetipo di perfezione, viene sempre posto al centro, un punto perpendicolare alla nostra testa, ci sovrasta e ci illumina il cammino.

Allontanandosi dal sole, l’ombra della nostra immagine si ingrandisce, si estende: è una macchia nera dai bordi sempre meno definiti, sfuocata, incontrollabile e pronta a precederci.

Geremia lo sapeva benissimo. Lui faceva parte del gruppo che si era lasciato il sole alle spalle, procedendo in quella direzione inesorabilmente. Come? Compiendo scelte sbagliate. E, avendo alterato questo primordiale ordine, ne ha pagato le conseguenze.
Cosa accadrebbe se qualche pianeta uscisse dalla propria orbita? Gli astronomi e i fisici ci dicono che questo si allontanerebbe in linea retta, per la legge del moto rettilineo uniforme, ovvero andrebbe diritto per la sua strada a velocità costante fino a che (e non è certa questa eventualità) non incontrerà un altro corpo che ne arresterà la corsa, generando, grazie a questo impatto, una grande energia.

Geremia era un satellite ribelle nell’universo. Abbandonò il suo percorso ellittico alla volta del sole per fiondarsi nella sua routine, nella sua via diritta e immutabile, a spasso per galassie sconosciute, costellate da errori. Ogni giorno per lui era un susseguirsi in un primo momento di discussioni, di battibecchi, poi di sgridate, di litigi, di risse, di pianti, fino ad arrivare a vere e proprie sciagure, catastrofi. Era diventato una calamità naturale. Il sole, alle sue spalle, era diventato un puntino invisibile, un neo al negativo. La sua ombra aveva raggiunto proporzioni allucinanti. Dove camminava lui non vi era altro che gelo, paura. I fiori non crescevano più a causa dell’oscurità che si portava appresso. Era la sua dirimpettaia, il direttore di una banda incapace di suonare in armonia, il generale di un esercito di formiche nere che hanno perso il senno e zampettano, si calpestano, formando grumi informi e vibranti sulla terra secca d’inverno. Una marcia perpetua, se non fosse stato per un urto violentissimo: Viola se n’era andata. Aveva preparato in tutta fretta i bagagli ed era tornata da sua madre. Era fuggita di notte, come un ladro. O forse era giorno? Geremia non poteva saperlo, dinanzi a lui da anni vi erano solo le tenebre, c’era la sua ombra… La sola certezza è che, dove prima fioriva una donna profumata, colorata, paziente, ora giaceva un mucchio di terra smossa e infertile. Era solo. Anzi no, la sua ombra non lo lasciava mai.

Bastò questo a deviare la propulsione di questo satellite ribelle. Come promesso, l’impatto provocò un’onda sismica tremenda, che gli spezzò l’anima. Era un uomo rotto, dilaniato dall’interno. I suoi occhi, inutilizzati da anni, ricominciarono a vedere, anche se lui avrebbe preferito mille volte non riuscirci. Aveva voglia di cavarseli dalle orbite, era troppo straziante ciò che gli si poneva davanti: l’ombra aveva un aspetto orribile, era un incubo. Eppure sarebbe dovuta essere solo la proiezione di se stesso, niente di più, niente di meno. Non poteva crederci. Quando la pioggia prese a scendere copiosa dal cielo, Geremia desiderò che quelle maledette gocce, al contatto con la pelle, esplodessero come piccole granate. Voleva disintegrarsi, annientare i pensieri che d’un tratto presero a tormentarlo. Aveva paura e voglia di una fragorosa morte. Eppure no, quelle lacrime del cielo, meschine, gli scivolarono addosso, lasciando la sua pelle intatta, così come i rimpianti, i rimorsi del passato. Finirono col fondersi con il mare d’oscurità che stagnava ai suoi piedi. Per la prima volta desiderò voltarsi e lo fece di scatto: quasi si svitò la testa dal collo a causa della violenza con cui aveva compiuto il gesto. Non riusciva a scorgere niente, era troppo lontano dal sole. Era inscatolato: aveva becchettato troppo vicino al bastoncino di legno, uccellino sciagurato! Si sforzò di ricordare cosa avesse perduto una vita prima. Ricordava qualcosa di immenso, qualcosa di dolce, di sorridente, di vero, di bianco. Ma con lui c’era solo il buio.  «Forse la vista m’inganna» pensava Geremia «dopo tanti anni di stallo potrebbe essersi indebolita». E allora cominciò ad ascoltare: sentiva i suoi passi scricchiolare sull’erba congelata, ma niente di più. Non sapeva che la luce parlava attraverso il silenzio. Provò ad annusare, ma il freddo gli aveva atrofizzato il naso. Quindi procedette  a tentoni, additando tutto ciò che poteva: non ricordava nemmeno dell’impalpabilità della luce. Sconsolato, si chiuse nel suo mondo onirico, nel bunker che si era costruito in caso di terremoto dentro al cuore. Il sisma che tanto temeva, quello che sembrava così remoto e innocuo lo colpì fino alle fondamenta. Non sapeva che quel terremoto, invece di distruggerlo, l’avrebbe aiutato a ricostruirsi, a ristabilire ciò che lui stesso aveva distrutto nella sua vita. Si sforzava per ricordare, per trovare una risposta.

Essendo però ancora in preda all’enorme quantità di pensieri e di tribolazioni, si dimenticò  di chiudere la porta del suo bel bunker. Aveva lasciato socchiuso uno stralcio d’anima. Uno spiraglio di luce riuscì a farsi forza e a penetrare dentro quella stanza fino ad ora inutilizzata. Il sole, così preoccupato per la lunga assenza di Geremia, era tornato a cercarlo. Da allora non si sarebbero più rincorsi come gatti selvatici. Geremia stava per essere illuminato…Dunque si addormentò. Era memore!

4 Comments

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    • Sara Pasini

      Le cose arrivano quando meno te lo aspetti, sembra una frase fatta, ma è così. Sai, le prime volte che proverai a “lasciare aperta la porta che ti sei costruita nel cuore” ti sembrerà di fare una follia e… forse starai male. Ma alla fine i risultati si vedranno, alla fine imparerai a parlare e non starai sola ad ascoltare…

  1. Michi

    Non sono mai stata una ragazza fortunata ma provare non costa nulla, sarà difficile stare peggio di cosi. E forse sarai proprio tu il “corpo che arresterà la corsa”.

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